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 2006  ottobre 21 Sabato calendario

Come i Ds voltarono le spalle a Bettino Craxi. Corriere della Sera 21 ottobre 2006. Alla sua risposta al presidente Cossiga si potrebbe aggiungere un argomento che, per i misteri della politica italiana, è sempre stato sottaciuto

Come i Ds voltarono le spalle a Bettino Craxi. Corriere della Sera 21 ottobre 2006. Alla sua risposta al presidente Cossiga si potrebbe aggiungere un argomento che, per i misteri della politica italiana, è sempre stato sottaciuto. Alla fine degli anni ’80, quando sembrò che il crollo a Est del comunismo dovesse coinvolgere anche quello di casa nostra, Cossiga, insieme al segretario del Psi Craxi, intervenne nel dibattito politico a difesa della sopravvivenza del Pci. Era un periodo in cui parecchi (anche quelli beneficiati) si sfilavano disinvoltamente dalla casa madre in agonia. Negli anni successivi, con scarso riguardo e riconoscenza nei loro confronti, gli eredi dell’ex partito comunista ripagarono tanta generosità in due modi: con la richiesta di dimissioni anticipate per il primo e con le monetine degli attivisti all’hotel Raphael per il secondo. Mauro Conti, Roma Caro Conti, con il messaggio di Edimburgo e con altre dichiarazioni Francesco Cossiga, allora presidente della Repubblica, lasciò comprendere ai comunisti che il loro nuovo partito avrebbe avuto un posto nella vita politica nazionale. E Bettino Craxi, in un incontro con il segretario del Partito dei democratici di sinistra Achille Occhetto, il 9 settembre 1992, accettò di patrocinarne l’ingresso nella Internazionale socialista, vale a dire nell’associazione che riunisce i maggiori partiti socialdemocratici del mondo. Ma il segnale di Cossiga e la disponibilità di Craxi non impedirono ai Ds di chiedere l’incriminazione del primo sulla base dell’art. 90 della Costituzione e di lasciare che il secondo venisse travolto dalle indagini giudiziarie di Tangentopoli. Lei ha ricordato l’episodio dell’Hotel Raphael, quando Craxi fu accolto dai dimostranti con una pioggia di monetine. Ma ve ne fu un altro, molto più significativo. Quando il governo di Giuliano Amato si dimise nell’aprile 1993, il presidente Scalfaro dette l’incarico a Carlo Azeglio Ciampi e questi compose un ministero composto da rappresentanti della Dc, del Psi, del Psdi, del Pli, del Pri, dei Verdi e dei Ds. Ma non appena la Camera, in quei giorni, rifiutò di autorizzare il rinvio a giudizio di Bettino Craxi per alcuni dei reati che gli erano stati contestati, i rappresentanti dei Ds si dimisero in segno di protesta. Volevano dimostrare al Paese che erano moralmente diversi e che non avevano nulla da spartire con una classe politica finita ormai sul banco degli accusati. Se non vi fosse stata una recente amnistia, anche gli eredi del partito comunista avrebbero dovuto rispondere alla giustizia dei finanziamenti ricevuti dall’Urss, in una forma o nell’altra, sino alla seconda metà degli anni Ottanta. Ma il provvedimento dell’aprile 1990 e, forse, una certa simpatia in alcuni ambienti della magistratura, li mettevano al riparo dalla maggior parte delle azioni giudiziarie che decimarono fra il 1992 e il 1993 la classe politica italiana. Credo che all’origine di questa linea politica («siamo diversi»), vi fosse un’altra ragione. Nel novembre del 1989, mentre cadevano il muro di Berlino e i regimi comunisti dell’Europa centrorientale, Achille Occhetto, segretario del Pci, propose al suo Comitato centrale il cambiamento del nome e dello statuto. La proposta fu accolta e il nuovo partito si chiamò «dei democratici di sinistra». Occhetto cercò di rimpiazzare il vecchio marxismo delle origini con un’ideologia «movimentista», destinata ad attrarre tutti i gruppi sociali più inquieti e radicali della società italiana. Ma nel corso di un congresso di Rimini, nel febbraio del 1991, una parte considerevole del partito accettò la trasformazione di malavoglia e un’altra uscì dalla casa comune per costituire Rifondazione comunista. Il nuovo partito nacque quindi con un forte carico di ambiguità e preferì respingere quelle intese con il Psi che avrebbero dovuto essere la naturale conseguenza della sua evoluzione. I suoi leader temettero probabilmente che il dialogo con Craxi avrebbe provocato una nuova scissione e preferirono assistere con un certo compiacimento all’agonia del Psi. Fu così che l’Italia, delegando la sua politica ai magistrati, perdette il partito di Craxi senza guadagnare nel cambio un vero partito socialista. Sergio Romano