Note: [1] Aldo Cazzullo, Corriere della Sera 17/10; [2] Giorgio Ferrari, Avvenire 29/9; [3] Ernesto Galli Della Loggia, Corriere della Sera 4/10; [4] Gianfranco Morra, Libero 20/10; [5] Mario Baudino, 18/10; [6] Giordano Bruno Guerri, Il Giornale 19/10; [, 21 ottobre 2006
APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 23 OTTOBRE 2006
Lunedì scorso, Reggio Emilia, prima presentazione de La grande bugia. Le sinistre italiane e il sangue dei vinti (Sperling & Kupfer editori, pagg. 480, euro 18), nuovo libro di Giampaolo Pansa: «L’autore esordisce rievocando quanto è accaduto un anno fa, in questa stessa sala dell’hotel Astoria, al termine della presentazione del suo penultimo libro, Sconosciuto 1945. ”Si alzò un signore sulla sessantina e disse: ”Io non mi sento un cittadino di serie A. Sono solo un cittadino di serie B. Perché da sessant’anni cerco le ossa di mio padre, e non le ho ancora trovate”. In quel momento nella sala entra un giovane dalla testa rasata, scaraventa una copia de La grande bugia sul tavolo, si avventa contro Pansa e urla: ”Io sono un cittadino di serie A, e lei ha scritto un libro infame per fare soldi sulle spalle della Resistenza!”. Entrano di corsa una ventina di giovani dei centri sociali, alcuni di Reggio, altri venuti da Roma. Lunghi capelli con le treccine, pugni chiusi. Occupano la sala, srotolano striscioni rossi con le scritte ”Revisionisti assassini” e ”Ora e sempre Resistenza”, cantano in coro ”Bella Ciao”» (testimonianza di Aldo Cazzullo, moderatore dell’incontro). [1]
Pansa si è scelto da anni un compito difficile. Giorgio Ferrari: «Quello di combattere lancia in resta contro il mito, un donchisciotte malinconico e testardo che usa i suoi saggi per trafiggere il velo opaco della verità a senso unico che ancora avvolge quasi totalmente la Resistenza e che tanto odio suscita nei sopravvissuti. L’elenco dei suoi assalti all’arma bianca comincia nel 2002 con I figli dell’Aquila e prosegue con Il sangue dei vinti e Sconosciuto 1945. Come già Renzo De Felice con la sua monumentale biografia di Mussolini, Pansa deve combattere con il ritratto della guerra civile che le sinistre hanno edificato, protetto, difeso per cinquant’anni, non consentendo ad alcuno - pena l’esilio, la messa in mora, il discredito morale - di apporvi la minima critica». [2]
Un libro «vergognoso, non revisionista ma falsario» (Aldo Aniasi), «una vergognosa operazione opportunista» (Giorgio Bocca), «libro vergognoso di un voltagabbana» (Liberazione), «una cinica operazione editoriale» (Sandro Curzi): sono alcune delle tante ingiurie rivolte a Pansa quando pubblicò Il sangue dei vinti. Ernesto Galli Della Loggia: «Che cosa gli rimproverava la sinistra più conservatrice e aggressiva, quella, come lui la chiama, degli ”uomini di marmo”? Semplicemente di aver rotto il tabù delle migliaia di fascisti (o presunti tali, o addirittura, in più di un caso, di antifascisti perfino) brutalmente fatti fuori dai partigiani all’indomani del 25 aprile». [3]
Sulle ragioni della mattanza Pansa non ha dubbi: si trattò di «un’operazione pianificata messa in atto da veri e propri squadroni della morte». Galli Della Loggia: «Non si può attribuire alcun valore, insomma, alla spiegazione/giustificazione avanzata mille volte da quando la verità ha cominciato a farsi strada e che a un dipresso suona così: ”Che c’è da scandalizzarsi? Si sa, le guerre civili mica possono finire d’un tratto. Esse si lasciano sempre dietro una scia di odi che dura a lungo”. Già, ma come spiegare allora - se lo è chiesto per primo Paolo Mieli - il fatto che a questa, chiamiamola così, vischiosità della guerra fossero sensibili solo i partigiani comunisti? Non risulta neppure un caso, infatti, di un commando azionista, socialista o cattolico, che settimane e settimane dopo la fine delle ostilità si sia recato a casa di qualcuno o lo abbia aspettato dietro una siepe, lasciandolo stecchito o facendone scomparire per sempre anche il cadavere. Ripeto, neppure un caso: come mai?». [3]
Quei morti, è la tesi di Pansa, non dovevano far pagare errori passati ma aprire una nuova lotta. Gianfranco Morra: «La Resistenza, più che combattere il fascismo, doveva essere il prologo della lotta di classe, della rivoluzione comunista. Ma per fare ciò era necessaria una ”grande bugia”. Bisognava inventare che la resistenza era stata un moto di popolo; che la Rsi di Mussolini non avrebbe avuto molte adesioni; che i partigiani liberarono l’Italia prima delle truppe angloamericane; che fu un moto concorde, quasi tutto ”rosso”». [4] Giorgio Bocca: «Ci sono stati molti delitti, molte uccisioni per fini personali. I delinquenti sfruttavano la situazione per ammazzare e rapinare, ma una cosa erano i delinquenti, un’altra i partigiani». [5]
Secondo Bocca, Pansa è come quelli che negano l’Olocausto, o la strage degli armeni: «Io sono d’accordo coi francesi, robe simili vanno proibite per legge. Chi contesta la Resistenza in Italia nelle sue linee generali è uno che nega la verità, la realtà. Nega l’unica guerra dove i combattenti erano dei volontari. Nega persino l’apporto della popolazione: ma come si fa?». [5] Giordano Bruno Guerri: «Pansa dunque andrebbe messo in galera, come Irving in Austria? Non si rende conto, Bocca, che la verità storica di Stato è quanto di più stalinista e nazista - altro che fascista - ci possa essere?». [6]
Ne La grande bugia si leggono cose tipo: «Mi limiterò a raccontare una sola leggenda, che riguarda la fase finale della guerra: quella dell’insurrezione. La vulgata resistenziale ha sempre sostenuto che le città del Nord insorsero contro i tedeschi e i fascisti. E si liberarono da sole, combattendo, prima dell’arrivo degli alleati. Anche se qualcuno tenterà di smentirmi, sono convinto che non ci sia stata nessuna vera insurrezione. Prima di tutto perché l’avanzata di aprile degli Alleati si rivelò molto più rapida del previsto. E poi perché le nostre città si ritrovarono libere dal momento che, nelle ore finali della guerra, tedeschi e fascisti se ne andarono o, se si preferisce, scapparono». [7]
A differenza degli storici di mestiere, Pansa raggiunge il grande pubblico. Sergio Luzzatto, ordinario di Storia moderna all’Università di Torino: «Si può ipotizzare che il profilo merceologico del cliente di Pansa coincida con quello del cliente dei volumi di storia di Bruno Vespa (un giornalista che pure, in confronto a Pansa, torreggia come un gigante della storiografia). un cliente che non sa distinguere fra chi ha credito scientifico e chi non ce l’ha, e per il quale il gesto di comprare un libro prolunga il gesto di fare zapping sul telecomando. Una seconda risposta, meno scontata, attiene a quanto resta delle ideologie. Fra gli aficionados di Pansa, un nocciolo duro, in via di estinzione per fatali ragioni anagrafiche, è dato dagli ex del Fascio e di Salò». [8]
Secondo i critici, Pansa ha trovato la gallina dalle uova d’oro. Angelo D’Orsi, docente di Storia del pensiero politico all’università di Torino: «Senza alcun rispetto per i più elementari principi del lavoro storiografico, egli sta ormai perseguendo da anni un sistematico rovesciamento di giudizio sul ”43-45. Naturalmente, ciò non sarebbe possibile senza editori che sollecitano libri di tal genere, libri che rovescino quello che si sa… altrimenti chi lo compra un altro libro sulla Resistenza? Dall’alto delle loro centinaia di migliaia di copie, i rovescisti irridono agli accademici pignoli, magari ”invidiosi” del loro successo, i quali (udite, udite!) vorrebbero le note a piè di pagina». [9]
Pansa è un uomo di sinistra, ma la sinistra stabilisce chi può dire tutto e chi no. Lo storico Aurelio Lepre: «Era vietato per esempio parlare di ”guerra civile” prima della pubblicazione nel 1991 del saggio di Claudio Pavone, invece legittimato a sdoganare quell’espressione». Lo storico Gianni Oliva: «Credo che d’Orsi, studioso preparato e brillante, sia affetto da un radicalismo ideologico che lo porta a fare degli scivoloni. Di recente ha animato una campagna contro la trasformazione in albergo di un palazzo torinese dove aveva soggiornato brevemente Antonio Gramsci. Seguendo questo criterio, a Roma, dove hanno dormito quasi tutti i grandi, non ci sarebbe nemmeno un hotel». [10]
Ne La grande bugia Pansa ricorda un articolo di d’Orsi uscito su ”Micromega”. Martino Cervo: «Compariva una ”lista nominativa di signori che non dovevano permettersi di pubblicare ricerche storiche”. Della ”lista di proscrizione” si era occupato lo stesso Pansa sull’Espresso nel 2004: l’elenco comprendeva ”Romano, Perfetti, Galli della Loggia, Belardelli, Sabbatucci, Oliva, Mieli, Battista, Pansa, Ferrara, Bertoldi, Spinosa, Petacco, Cecchi Paone, Guzzanti, Adornato, Renzo Foa, Socci”». Nel libro Pansa ricorda anche l’incontro con D’Orsi in un programma radiofonico del 2003: «Dissi: scelga dieci dei tanti episodi di violenza che ho descritto, li affidi ai dieci migliori studenti del suo corso perché ne accertino la verità, poi mi chiami a rendere conto dei miei falsi». Cervo: «Sfida non raccolta, anche perché d’Orsi contesta nel metodo ma non nel merito». [11]
Per D’Orsi, Pansa è «oltre il revisionismo: siamo in pieno ”rovescismo”. Che può essere definito come la fase suprema del revisionismo stesso. Volete assicurarvi il successo in un pubblico vasto e ingenuamente appassionato di storia? Bene. Basta prendere un fatto noto, almeno nelle sue grandi linee, un personaggio importante, un episodio che ha costituito un momento variamente epocale… Poi si afferma che tutto quello che sappiamo in merito è una menzogna, o perché fondata sulla falsità, o perché basata sull’occultamento; di solito, responsabili delle menzogne e dei nascondimenti della verità, sono ”i comunisti”». [9] Guerri: «Non c’è da andare molto oltre per trovare l’humus culturale della chiassata teppistica che ha cercato di impedire a Pansa di parlare». [6]
Tra i giovani contestatori di Reggio Emilia ce n’era uno che gridava «Viva Schio! Viva Schio!». Pansa: «Il 6 luglio del 1945, una dozzina di partigiani delle Brigate Garibaldi entrarono nel carcere di via Baratto a Schio, dove c’erano 99 detenuti. A mezzanotte meno un quarto li tirarono fuori dalle celle, e spararono su di loro. Un eccidio: 53 morti, di cui 15 donne. Fra di loro una casalinga di 68 anni, Elisa Stella, che aveva affittato il suo alloggio a uno che si rifiutava di pagare l’affitto e che poi la denunciò come fascista. E io cosa rispondo a un ragazzo che grida Viva Schio! come se fosse un vanto?». [12]