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 2006  ottobre 18 Mercoledì calendario

Fischer-Spasskij la guerra fredda su una scacchiera. La Stampa 18 ottobre 2006. Prendete l’estate 1972 in America

Fischer-Spasskij la guerra fredda su una scacchiera. La Stampa 18 ottobre 2006. Prendete l’estate 1972 in America. Mentre Nixon va ripetendo che i bombardamenti sul Vietnam del Nord non avrebbero avuto tregua, Henry Kissinger fa la spola fra Saigon e Parigi per trovare un accordo che allontani lo spettro della sconfitta nella guerra che gli americani rifiutano. Contemporaneamente si apre il processo contro Daniel Ellsberg per cospirazione e spionaggio, a causa del furto dei segretissimi Pentagon Papers sul coinvolgimento degli americani nel conflitto. E la notte del 17 giugno cinque scassinatori vengono arrestati nel quartier generale del partito democratico, all’interno del complesso Watergate di Washington: è l’inizio di una vicenda che, auspici i reporter Woodward e Bernstein, si concluderà catastroficamente con l’impeachment del presidente. Sul fronte interno, il grande paese vive una stagione fra le più dure, per le spaccature razziali e i contrasti sociali. Intanto il Cile, sotto il controverso governo del socialista Salvador Allende, democraticamente eletto, scivola in un’anarchia alimentata volutamente dagli Stati Uniti. Una cappa di pessimismo avvolge gli americani. Ma c’è un uomo capace di rompere questo clima e di restituire una ventata di ottimismo ai connazionali: è Bobby Fischer, l’estroso e bizzoso scacchista che in quell’estate diventa campione del mondo battendo il russo Boris Spasskij e mettendo fine al lungo dominio sovietico sul titolo. Come canta una canzone di Gorge M. Cohan, è entrato in scena «un vero nipotino dello zio Sam, il bambino con tutte le caramelle».  dal 1886 che i big degli scacchi si affrontano nel campionato mondiale. Ma nel 1972 è la prima volta che questo riempie giornali e televisioni. Il monte premi vale venti volte quello delle finale precedente: 250 mila dollari. Quella tra Fischer e Spasskij è stata la sfida più famosa e spettacolare nella storia degli scacchi. Una vicenda ineguagliata, probabilmente irripetibile. «Ma tutto ciò ha ben poco a che vedere con il match in sé», scrivono David Edmonds e John Eidinow in un libro documentatissimo che esce da Garzanti a fine mese, Bobby Fischer va alla guerra. Il match che comincia a Reykjavik l’11 luglio 1972 e finisce il 31 agosto dopo 21 partite diventa avvincente per qualcosa che era estraneo alla scacchiera: «Cioè la convinzione che si stesse scrivendo un pezzo di storia», affermano infatti Edmonds e Eidinow. La sconfitta dell’Urss, impero degli scacchi, aveva il senso di «uno Sputnik alla rovescia», come si poté leggere sul New York Times. Bobby Fischer è la star solitaria, che innova il mito dell’individualismo americano, è Gary Cooper in Mezzogiorno di fuoco. Al contrario Spasskij venne visto come un traditore. Non solo era sotto il controllo delle autorità sovietiche e in particolare del Kgb, il servizio di spionaggio, ma mano mano che l’incontro si avvicinava alla sua fase culminante e si rendevano evidenti le debolezze del campione sovietico, da Mosca a Reykjavik si rincorrevano le voci di una sua diserzione. Nei corridoi della diplomazia si sentiva ripetere «Spasskij vuole passare all’Occidente. Spasskij vuole passare all’Occidente». Il match dunque è stato letto come uno degli episodi significativi della guerra fredda. Con le telefonate di Kissinger a Fischer. E lettere di Nixon. Con le pressioni di Mosca su Spasskij. E il blocco del passaporto dopo la sconfitta. Questo valore politico e culturale fece di Reykjavik un passaggio storico: il silenzioso gioco che vede scontrarsi 32 pezzi su 64 caselle divenne popolare come il calcio, quell’estate. Se ne discuteva al bar, si compravano manuali, una generazione di nuovi scacchisti affluì nei circoli un po’ in tutto il mondo. In realtà la guerra fredda era già scivolata nella sua fase declinante. Avanzava il disgelo, e i due sfidanti rappresentavano non tanto la guerra fredda bensì le sue contraddizioni. D’altronde Fischer coltivava un antiamericanesimo (come dimostrò con la rivincita-farsa a Belgrado violando una disposizione dell’Onu). E Spasskij non era certo un brezneviano: un dirigente sovietico, Aleksandr Yakovlev, in seguito braccio destro di Michail Gorbaciov, chiedeva se fosse capace di reggere «la responsabilità morale del risultato dell’incontro». Nato a Chicago nel marzo 1943, da un’ebrea di origine polacca sempre a corto di soldi, con una sorella più vecchia che gli regalò a sei anni il suo primo set di scacchi, alto, allampanato, introverso, maniacale, vagamente misogino, da adolescente enfant prodige della scacchiera, nove volte campione statunitense, Bobby Fischer ha avuto il privilegio di personificare il genio, con le sue grandezze e le sue bizzarrie, talvolta anche sommamente antipatiche. Chiuso nell’isolamento del suo gioco, mostrava scarso o nullo interesse per il mondo esterno, dalla frequenza scolastica ai problemi razziali. Un presidente della US Chess Federation ricorda: «Se la conversazione non riguardava gli scacchi, lo vedevi curvo in un angolo a trafficare con una scacchiera tasscabile». Secondo un altro giocatore americano, Paul Bisguier, «se non fosse stato un giocatore di scacchi, avrebbe benissimo potuto essere un pericoloso psicopatico». Fortemente antisemita, di lui Arthur Koestler, l’autore di Buio a mezzogiorno, così scrisse: «Bobby è un genio, ma come propandista del mondo libero è del tutto controproducente». Tutt’altro personaggio era Boris Spasskij. Nato a Leningrado nel gennaio 1937, a sette anni i genitori divorziarono e restò con la madre, di origine contadina, che nella lotta per sopravvivere si spaccava la schiena a raccogliere patate. Come scacchista, lui fu un prodotto del movimento che, a partire dalla rivoluzione, considerava gli scacchi uno sport sociale da insegnare nelle scuole e propagandare nel paese. Frequentatore del circolo dove giocava il pluricampione mondiale Michail Botvinnik (il cui motto così suonava: «Ebreo per nascita, russo per cultura, sovietico per educazione»), nel 1966, a 29 anni, è campione mondiale, battendo l’armeno Tigran Petrosian. Con il volto alla Gèrard Philippe, con la passione per Dostoevskij e il cinema, con la garbata eleganza, con la dimestichezza col tennis, con il gioco aperto e aggressivo, che gli esperti definirono «universale», con l’amore per le belle donne (si sposò tre volte), era l’icona di una nuova società, anticipava il disgelo, ma dai burocrati era considerato come un «guastafeste del sistema». Che amava la conversazione brillante e non si iscriveva al partito comunista. Il campionato del mondo si giocava con una formula a quattro fasi: tornei zonali, tornei interzonali, torneo dei candidati, da cui usciva lo sfidante del campione in carica. Il meccanismo favoriva i giocatori sovietici, che potevano fare accordi per portare uno di loro al match finale, complici anche le pressioni della nomenclatura. Ma tutto questo va inquadrato nell’atmosfera competitiva fra Urss e Usa (basta pensare alla corsa nello spazio). Spasskij doveva mostrare la superiorità del sistema sovietico, a Fischer si chiedeva di ricreare l’idea di una battaglia del mondo libero. Però qualcosa si sovrappose allo schema: le bizzarrie, le polemiche, le richieste perentorie circa i premi, la sistemazione, le regole, da parte dell’americano. Mille volte sembrò che il match del secolo non si giocasse, o andasse a catafascio. Infatti si parlò della «commedia di Reykjavik». Bisogna ricordare che il match s’inizia con un 2 a 0 per Spasskij, per la semplice ragione che Fischer non parte in tempo per Reykjavik, e ci vogliono le telefonate di Henry Kissinger, allora consigliere per la sicurezza nazionale, per convincerlo a giocare. Si presentò così: «Qui è il peggior giocatore del mondo che chiama il miglior giocatore del mondo». Alberto Papuzzi