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 2006  ottobre 15 Domenica calendario

Il castello del sovrintendente rovinato. Il Sole 24 Ore 15 ottobre 2006. La prima impressione della signora fu pessima

Il castello del sovrintendente rovinato. Il Sole 24 Ore 15 ottobre 2006. La prima impressione della signora fu pessima. Quel giovanotto non era solo maldestro, ma non aveva idea di come ci si comporta in un salotto. Almeno fosse stato bello, invece, con quella barbetta spessa e il naso, faceva pensare a due tipi che Madame Arman de Caillavet, una delle regine dei salotti parigini, detestava: un fauno e un seminarista. Quando riusciva a mettere insieme qualche parola, con quella voce seria e nasale, si perdeva a metà strada. Come se non bastasse, le balbettava complimenti eccessivi. Insomma, Anatole France era un disastro. Solo gli occhi neri avevano uno scintillìo che sembrava affiorare da profondità nascoste. Mentre lo bistrattava, la matura Léontine Arman non poteva sapere che quello strano individuo, piovuto nel suo salotto, sarebbe stato per molti anni il suo amante e poi la causa indiretta della sua morte. Imperiosa, ancora attraente, Léontine aveva occhi azzurri sognanti e troppe perle intorno al collo. Come la Madame Verdurin di Proust, a lei ispirata, detestava i noiosi. Tutti sapevano che da piccola, quando l’avevano bloccata mentre cercava di buttare il fratellino dalla finestra, aveva detto: "Mi annoia". Aveva molti difetti, ma non era una snob. Il marito si era aggiunto il nome della tenuta, Caillavet, facendolo precedere da un de nobiliare, ma Léontine aveva ignorato le sue ingenue pretese. Se aveva uno snobismo, era quello dell’intelligenza ed è così che il timido France l’avrebbe sedotta. Nello stesso anno, il 1888, in cui tra i due iniziava una relazione uscì con poco risalto un libricino del goffo scrittore, che, tra le mani affettuose di Madame Arman si sarebbe trasformato in un grande conversatore e in un uomo di mondo. Anatole aveva quarantaquattro anni, faceva il bibliotecario al Senato e la sua passione non andava alla giovane, graziosa moglie, una biondina piuttosto energica, come d’altronde Léontine, ma ai libri. Quelli antichi, preferibilmente, visto che era figlio di un libraio antiquario. Anatole aveva un bisogno fisico di comprare ogni giorno almeno un libro. Le sue opere, piacevolmente epicuree, nascevano dalle sue letture e da un senso della vanità di tutto che stemperava in una lieve ironia. Secondo Valéry, "c’era nei suoi libri un’arte consumata di sfiorare le idee e i pensieri più gravi" che dava &la sensazione di arricchirsi senza sforzo, di capire senza attenzione". Ma Valéry scambiava per una strategia le conseguenze del nihilismo di origini settecentesche di France. La mescolanza di leggerezza e di pesantezza, di comico e di tragico della storia del castello di Vaux-le-Vicomte pareva fatta apposta per lui. La caduta del sovrintendente Fouquet sembrava una parabola sul potere assoluto: invidioso della magnifica dimora di Fouquet, Luigi XIV lo fa arrestare e condannare. Poi ispira Versailles al gusto squisito di Vaux, senza riuscire a emularlo. Morand ne avrebbe fatto un atto d’accusa all’assolutismo. Il disincantato France invece riduce il tutto, spiega Beppe Benvenuto, al machiavellismo del sovrano che riesce a sbarazzarsi di un funzionario corrotto e ormai scomodo. Sulla scia di Voltaire, Anatole giustifica anche il carcere a vita di Fouquet e la severità del re, "di volta in volta circospetto, violento, spietato e patriota". Senza disconoscere però il fascino dello spregiudicato Fouquet, mecenate ed esteta amato dagli artisti. Mentre lo stavano portando in prigione si fermò davanti agli operai che costruivano una fontana e diede loro dei consigli. Poi si voltò al moschettiere di scorta: "Vi stupisce che mi occupi di queste cose? Una volta ne ero un vero esperto". Giuseppe Scaraffia