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 2006  ottobre 17 Martedì calendario

Cicerone e i suoi nipoti. La Repubblica 17 ottobre 2006. Il testo di , qui in parte pubblicato, è stato scritto per l´uscita del suo libro Imperium che ora arriva anche in Italia (Mondadori, pagg

Cicerone e i suoi nipoti. La Repubblica 17 ottobre 2006. Il testo di , qui in parte pubblicato, è stato scritto per l´uscita del suo libro Imperium che ora arriva anche in Italia (Mondadori, pagg. 355, euro 18,60). L´oratore romano Marco Tullio Cicerone è una di quelle singolari figure storiche delle quali quasi tutti hanno sentito parlare, ma delle quali quasi nessuno sa dirti granché. A prima vista ciò non dovrebbe stupire: a stento lo si può considerare un eroe, di certo non in senso convenzionale. Esecrava il servizio militare ed era sistematicamente accusato di essere un pusillanime: era a tal punto eccessivamente suggestionabile, da non sapersi neppure compiacere della morte degli animali selvatici nel corso di una battuta di caccia. Tendeva ad avere attacchi di panico. Non era sentimentale, era un perbenista, un indefesso lavoratore, ed era sposato a una donna assillante. Sapeva essere pungente e scortese in modo sconvolgente, sia nei confronti dei suoi nemici sia nelle sue astiose osservazioni dietro le spalle dei suoi cosiddetti amici. Era presuntuoso, manipolatore, sfuggente, taccagno e ambiguo: in effetti lo sbalorditivo archivio di oltre 800 delle sue lettere che è giunto fino a noi - e che ci fornisce il più penetrante punto di vista dall´interno mai arrivatoci sulla personalità di un personaggio dell´antichità - può essere stato pubblicato postumo con il preciso intento di screditarlo. Shakespeare, in modo sprezzante, gli dedica soltanto nove parole del suo Giulio Cesare. (Quando Cassio suggerisce di coinvolgere Cicerone nel complotto per assassinare il dittatore, Bruto liquida bruscamente la proposta dicendo: «Non porterà mai avanti ciò che altri hanno iniziato»). Per il grande storico tedesco del XIX secolo, Theodor Mommsen - che ha venerato Cesare e lo ha definito il superuomo nietzscheano - Cicerone fu uno «smidollato», «un pennivendolo, nell´accezione peggiore del termine». (...) Ciò nondimeno, e pur prendendo atto di tutti questi suoi difetti, in Cicerone sussiste una prerogativa seducente, un fascino che fece colpo sui suoi contemporanei e che si può percepire ancora adesso, al di là dell´abisso dei 2.000 anni che ci separano. Ritengo che almeno in parte ciò abbia a che vedere col suo fascino di politico consumato, che potrebbe essere definito come la capacità di dire cose che sia lui sia il suo pubblico sanno che non è tutta ma proprio tutta la verità, e tuttavia nel dirle con maestria espressiva, con una tale evidente sincerità che tutti - tranne i suoi ascoltatori più incalliti - sono disposti a contenere il proprio scetticismo e ad ammirare quella performance. Tra gli uomini politici contemporanei, Bill Clinton ha saputo padroneggiare quest´arte con talento e così pure ha fatto Tony Blair, fino a quando in tempi più recenti tale dote non lo ha abbandonato. David Cameron dimostra già adesso di promettere bene - in caso contrario, a seconda del vostro punto di vista, a rivelarsi temibile - e sfoggia apertamente qualche primo segno di tale maestria. Cicerone, però, ne è stato l´antesignano: tutti costoro sono soltanto suoi emuli, al punto tale che quando egli scrive con disinvoltura - come fece nel 54 avanti Cristo - che «l´immutata coerenza di un punto di vista non è mai stata considerata una virtù nei grandi uomini di Stato. perché a dover sempre restare il medesimo è il nostro obiettivo, non le nostre parole», pare quasi di ascoltare le parole di un Clinton, di un Blair o di un Cameron, proprio come avrebbero potuto risuonare nel quinto decennio prima della nascita di Cristo. Cicerone, in altre parole, fu indiscutibilmente un leader politico moderno, che si aggirava lietamente tra gli elettori, sempre vigile nei confronti dei venti mutevoli e dei cambiamenti di tendenza dell´opinione pubblica. (...) La strada scelta da Cicerone per arrivare in alto - come per molti politici, e basta ripensare ancora una volta a Clinton e a Blair - fu la scienza del diritto. Nato nel 106 a.C. nella montuosa e desolata campagna a un´ottantina di miglia a sudest di Roma, egli discendeva da una rispettabile famiglia di provincia, alla quale facevano però difetto ricchezza e sangue aristocratico al contempo. Da giovane fu molto ambizioso, ma pare fosse in un certo senso smidollato, privo di spina dorsale, e questo fu un ostacolo per intraprendere una carriera militare: per tutta la vita fu braccato dalle maldicenze secondo le quali sarebbe stato l´equivalente romano di un renitente alla leva. La scienza del diritto fu l´unica strada lungo la quale egli procedette, anche se gli faceva completamente difetto il vigore necessario per l´affrontare le battaglie e il pandemonio dei tribunali, sei o sette dei quali erano di norma in sessione ogni giorno, affollati di spettatori nel foro. Pertanto, intorno al 78 avanti Cristo, sull´orlo di un crollo fisico e nervoso, Cicerone si mise in viaggio in direzione del Mediterraneo Orientale, alla ricerca di un aiuto professionale, e si ritrovò sotto la tutela di un docente greco di retorica di nome Apollonio Molone. Molone è uno di quei personaggi storici determinanti e al tempo stesso oscuri dei quali non si sa abbastanza e dei quali piacerebbe conoscere di più. Avvocato proveniente dalla cittadina di Alabanda, oggi in Turchia, era considerato un oratore così brillante da essere invitato a parlare al Senato romano in greco, un onore straordinario per uno straniero. Ritiratosi poi sull´isola di Rodi intorno all´80 avanti Cristo, vi aveva fondato una scuola nella quale insegnava l´arte della retorica. Tra i suoi allievi sappiamo che vi furono almeno quattro giovani uomini che sarebbero diventati consoli - la massima carica politica della Roma repubblicana - compresi Cicerone e Giulio Cesare. Molone, scrisse Cicerone molti anni dopo, «si distingueva non soltanto per la sua pratica di avvocato e i discorsi che redigeva per gli altri, ma era particolarmente abile nell´individuare e correggere gli errori, ed era assai oculato nel suo metodo di insegnamento. Egli si accollò il compito di epurare, per quanto possibile, la mia ridondanza e l´esorbitanza del mio stile, contrassegnato da giovanile impetuosità e da mancanza di freni, e di controllare, per così dire, che non traboccasse dagli argini». Molone seppe cambiare il modo di esprimersi degli uomini politici. Liquidando il logorroico stile oratorio noto come "asiatico" - predominante da generazioni e di cui era un esempio il grande rivale di Cicerone nel foro romano, Quinto Ortensio - Molone insegnò ai suoi discepoli i pregi della semplicità. Una volta che un oratore portava il pubblico ad un eccesso di commozione egli consigliava sempre di sedersi repentinamente, "perché niente" - egli asseriva - "si asciuga più rapidamente di una lacrima". Da Molone Cicerone, insieme a molti altri, imparò i trucchi fondamentali dell´oratoria politica: come apprendere a memoria un discorso di due ore e proferirlo in pubblico senza consultare gli appunti, come acquisire quel vigore fisico necessario a parlare all´aria aperta in qualsiasi condizione atmosferica, come tener fermo il corpo e ricorrere alle mani e alle braccia per una gestualità quanto mai efficace, come far arrivare la propria voce a un´ottantina di metri di distanza - il massimo che può raggiungere la voce di qualcuno che parla - e come catturare l´attenzione di un irrequieto pubblico di 3.000 o 4.000 persone nel foro o di 600 al Senato. A contare non era tanto ciò che un uomo diceva, ma il modo con il quale lo diceva. Cicerone non si stancava mai di ripetere la massima dell´oratore greco Demostene: «Soltanto tre cose hanno importanza quando si parla in pubblico: come lo si fa, come lo si fa e - ancora una volta - come lo si fa». Secondo Plutarco, Molone considerò Cicerone il miglior allievo al quale avesse mai insegnato. (...) Dei suoi 106 discorsi che sappiamo essere stati proferiti o al Senato o in tribunale (ce ne devono essere stati molti di più), ce ne sono arrivati 58. Essi rendono palese per quale motivo Cicerone alla fine riuscì a eclissare Ortensio, diventando l´avvocato più ricercato di Roma. La sua arringa contro il corrotto governatore di Roma in Sicilia, Gaio Verre, che aveva dato ordine di crocifiggere un cittadino romano di nome Gavio nonostante la vittima avesse ripetutamente gridato «Sono un cittadino romano!» (Civis Romanus sum), resta una delle più penetranti e fenomenali arringhe legali di tutti i tempi: «Se tu, Verre, fossi mai stato fatto prigioniero in Persia o nella più remota regione dell´India, e fossi stato trascinato al patibolo, che cosa avresti gridato se non che sei cittadino di Roma? Che dire allora di quest´uomo che tu hai precipitosamente condannato a morte? La sua manifestazione, la sua cittadinanza dichiarata non avrebbero potuto salvarlo per un´ora, per un giorno, mentre la verità veniva accertata? No, così non ha potuto essere con te seduto sullo scranno di giudice! Eppure, perfino i più poveri tra gli uomini, quelli di origini più umili, in qualsiasi terra remota e selvaggia si trovino hanno sempre confidato e saputo fino a questo momento che urlare "Sono un cittadino romano" è la difesa ultima, lo scudo personale. Su quella croce ad agonizzare non hai inchiodato Gavio, un uomo sconosciuto, ma il principio universale in base al quale i romani sono uomini liberi!». Robert Harris