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 2006  ottobre 17 Martedì calendario

Addio Ondina. La Repubblica 17 ottobre 2006. Roma. Si accucciò alla partenza degli 80 ostacoli, lei che era 1,74, più alta della media delle donne di quei tempi

Addio Ondina. La Repubblica 17 ottobre 2006. Roma. Si accucciò alla partenza degli 80 ostacoli, lei che era 1,74, più alta della media delle donne di quei tempi. Erano le 17,30 del 6 agosto ”36, lo stadio Olimpico di Berlino era il centro del mondo, il giorno prima Jesse Owens aveva vinto il lungo davanti a Hitler e l´azzurro Maffei era stato quarto. Allo sparo partì con le sue lunghe leve, 11 secondi e 7 centesimi dopo la sua immagine che taglia il traguardo diventerà l´icona della donna italiana che si riavvicina agli uomini nello sport, nella vita, e, dati i tempi, anche nel regime. A 90 anni, nella sua casa a L´Aquila, è morta Ondina Valla, la prima donna italiana a vincere una medaglia d´oro alle Olimpiadi. La meraviglia dello sport è quello di rendere immortali per il gesto di un giorno, e la Valla ha avuto questo doppio irripetibile dono, di vincere e di essere la prima a vincere. Il giorno prima aveva stabilito un record mondiale nelle semifinali con un 11"6 ventoso, che le valse come record olimpico ma che non fu accettato come record mondiale. Nella finale aveva la corsia numero quattro, nella seconda c´era la sua grande rivale, Claudia Testoni, bolognese come lei, un anno più giovane, con la stessa spavalda voglia di emanciparsi, di essere la migliore. Erano solo in sei, come usava in quei tempi, e si ritrovarono quasi tutte insieme sul traguardo, in una specialità che sarebbe stata abolita (e allungata) nel ”68, con ostacoli anche leggermente più bassi di quelli attuali dei 100hs. Ma sulle capacità delle donne aveva seri dubbi, anzi, era del tutto contrario alla loro partecipazione, anche il barone de Coubertin, allora ancora vivente per quanto emarginato nella sua stessa creatura del Cio. La vittoria della Valla sul filo di lana era indiscutibile, per un vantaggio che indagini susseguenti certificarono in 61 millesimi, incerto il destino delle altre tre, la tedesca Steuer, la canadese Taylor e l´azzurra Testoni. Il rudimentale fotofinish di allora (la Zielzeitkamera, la camera per il tempo sul traguardo) costrinse i giudici a lunghe analisi: sembrò a un certo punto che la Testoni fosse seconda, poi fu scalzata dal podio, a 7 millesimi dalla Steuer, argento, dietro anche alla Taylor, terza. Dopo l´arrivo, Ondina salutò i familiari lontani, la mamma che non voleva facesse sport, perfettamente in linea con una certa idea della donna di allora, e il papà che le aveva dato il nome Trebisonda e che la incoraggiava invece a competere. «Avevo al collo la mia Madonna di Bologna, ecco perché ho vinto» disse poi in un´intervista. La Riefenstahl fissò il suo rush, per il mondo divenne "il sole in un sorriso". Ondina aveva vent´anni, da ragazza aveva manifestato una naturale capacità atletica, una Caroline Kluft dei suoi tempi, quando peraltro era possibile la non specializzazione e un bel fisico e una grande coordinazione erano sufficienti per emergere. Nel 1930, a 14 anni, aveva vinto il titolo italiano degli 80hs, dell´alto e dell´alto da fermo, il suo record dell´alto (del ”37) avrebbe poi resistito 18 anni. Arrivò allora anche la prima convocazione in nazionale e il primo (dei 21) record italiani, un 14" proprio sugli ostacoli. La rivalità con la Testoni segnò quell´epoca di esordi dell´atletica femminile, lontane l´una dall´altra per carattere (lei energica, volitiva, poliedrica, l´altra più riservata), separate per stile e, in parte, dalla fortuna. Il bilancio finale delle sfide tra le due fu favorevole alla Valla (60 a 38), ma nel dopo Berlino fu la Testoni a prevalere quasi sempre, vincendo anche gli Europei del ”38. La sconfitta ammise che quel giorno Ondina fosse stata la migliore, ma preferì in seguito non salutare più la sua rivale. «Certo io ho vinto la gara più importante» diceva quando negli anni seguenti arrivava dietro la compagna, afflitta da una spondilosi vertebrale che avrebbe interrotto la sua carriera di atleta già nel ”40, a 24 anni. La fortuna avuta a Berlino fu così presto restituita. Nel ”44 si sposò e si trasferì con il marito a L´Aquila. Il rientro in Italia fu trionfale, Mussolini come consuetudine, l´aveva fatto anche con gli olimpionici del ”32, ricevette i medagliati di Berlino a Palazzo Venezia, lei era l´unica donna. Il premio per la vittoria furono 5000 lire (quando un sogno erano le 1000 al mese), poi il Duce si fece fotografare con colei nella quale vedeva la rappresentante di una nuova figura femminile o, più probabilmente, di una nuova figura forgiata dal regime fascista. Il sentimento del regime verso le donne che facevano sport era ambivalente: da una parte propugnava la donna procreatrice di molti figli, dall´altra era lusingato dalla propaganda favorevole fatta dalle vittorie delle atlete. Ma nel ”32, a Los Angeles, il Coni non aveva voluto portare le donne. In ogni caso, Ondina Valla fu un caso unico, non ci furono altre vittorie, la guerra avrebbe impedito i Giochi di Tokyo del ”40, a vincere sarebbe stata l´idea dello sport che allontana la donna dalle pareti domestiche. Il regime non avrebbe spinto più per lo sport femminile, nel ”37 le praticanti l´atletica leggera (comprese quelle per una sola ora alla settimana) erano solo 2500 in tutta Italia. «Ha aperto un´era» l´ha celebrata il presidente del Coni, Gianni Petrucci, il ministro dello Sport, Giovanna Melandri ha definito la sua figura come quella di «un incoraggiamento per tante giovani donne», Alessandra Mussolini l´ha ricordata «come un esempio, una donna da prendere a modello». Nel ´78 i ladri entrarono a casa e le rubarono la medaglia di Berlino: Nebiolo, nell´84, le regalò una copia di quell´oro. Nonostante la strada aperta dalla Valla, le donne italiane sarebbero rimaste arretrate nello sport, l´oro seguente sarebbe stato quello di Irene Camber nel fioretto ad Helsinki nel ”52. Corrado Sannucci