La Stampa 15/10/2006, pag.26 Antonio Scurati, 15 ottobre 2006
Sgarbi L’arte sono io. La Stampa 15 ottobre 2006. «Oggi la merda d’artista sono io». Un ultimo sussurro
Sgarbi L’arte sono io. La Stampa 15 ottobre 2006. «Oggi la merda d’artista sono io». Un ultimo sussurro. Poi il silenzio. Vittorio Sgarbi mi ha appena confessato la sua aspirazione inconfessabile. Al termine di una farneticante e travolgente invettiva contro l’asinitas del filisteismo politico, il neo assessore alla Cultura di Milano, scamiciato ed esangue, si è chinato su di me e mi ha parlato sottovoce, con la gravità di chi riveli un segreto. Siamo nel suo ufficio, di fianco a Palazzo Marino, affacciato su piazza della Scala. Siamo soli. notte fonda. E per un attimo ho paura. «Sarà davvero pazzo?», mi chiedo assieme a milioni di italiani. Poi evoco l’immagine delle piccole lattine di metallo di «merda d’artista» che Piero Manzoni presentò per la prima volta al pubblico nel ”61. E la paura mi passa. Mi sveglio dal mio incubo e sono a casa mia, a Città Studi. «Quando ho paura, creo un’immagine», diceva Goethe. Funziona ancora. Anche con Vittorio Sgarbi. L’assessore ha da poco lanciato la sua ultima provocazione: due mostre sulla cacca. La prima di stampo naturalista al Museo della Scienza, l’altra invece a Villa Reale, incentrata sulla «merda nell’arte», a partire dalla celeberrima opera di Manzoni. Per l’occasione, Oliviero Toscani ha procurato anche uno sponsor: un produttore di bagni autopulenti che ne fornirà uno per i giardini di Palestro. Intanto, infuria ancora la polemica per le sue provocazioni precedenti: le relazioni pericolose con i graffitari del Leoncavallo, illegali ma talentuosi. Ma qui l’unica, autentica provocazione è proprio lui, Sgarbi in persona. E la chiave del suo segreto è, forse, proprio nel precedente di Piero Manzoni. Lui, Vittorio Sgarbi, è la «scultura vivente», il gesto artistico con il quale Manzoni sanciva la trasformazione del pubblico in opera d’arte, invitando i visitatori a salire su di un piedistallo nella galleria «La tartaruga» di Roma e autentificandoli con la propria firma. Lui, Vittorio Sgarbi tutto intero, è il corpo con il quale l’artista, da quando ha perso il suo statuto eroico di artefice e produttore, si offre al pubblico, risarcendosi della perdita d’aura con l’invasione dello spazio tradizionalmente assegnato all’opera d’arte. Salvo che ora quello spazio è dappertutto e in nessun luogo, salvo che ora Vittorio Sgarbi la propria «scultura vivente» la porta in giro ovunque, nelle strade di Milano come negli studi televisivi, piedistallo di se stesso, basamento delle proprie performance di gesticolazione a vuoto (è di qualche giorno fa l’ennesima coprolalica rissa televisiva con la Mussolini). Ho incontrato Sgarbi nel suo ufficio a metà settembre e ci ho trovato le premesse dello spettacolo odierno. La grande stanza ingombra di arredi e dipinti ottocenteschi era impreziosita dal corredo estetico, di oggetti animati e inanimati, che Sgarbi porta sempre con sé: quadri di arte figurativa contemporanea, tra i quali un ritratto in rosso di Mussolini, e belle donne. Una ragazza di grazia rara ed elegante sedeva compostamente in un angolo. «Sono qui con l’assessore. Faccio l’indossatrice», mi aveva risposto quando interrogata da me sulla sua ragion d’essere in quel luogo. Anche lei, ovviamente, indossava se stessa. Meno congrua mi era apparsa la figura di Atomo Tinelli, consigliere uscente di Rifondazione comunista e da tempo espressione della sinistra radicale milanese dei centri sociali e del disagio di periferia. Tirato a lucido in completo scuro e cravatta, veniva dal neo assessore a offrire «la pace sociale con i writers» che insozzano di graffiti i muri cittadini. Mentre chiedeva garanzie a Sgarbi sull’iniziativa congiunta per spazi da mettere a disposizione degli artisti dello spray, Atomo, preoccupatissimo di «rimetterci la faccia», agitava i piedi dentro un paio di stivali borchiati che sbucavano da sotto l’abito della domenica. Liquidato Tinelli, Sgarbi mi ha parlato a lungo, a ruota libera, com’è nel suo stile vorace, delle sue idee per Milano e di se stesso: «Voglio tutelare il patrimonio artistico e architettonico di questa città dagli scempi dell’ideologia demente del contemporaneismo compulsivo, che porta ovunque a cercare effetti di dissonanza e stridore laddove il nostro compito è di preservare l’eredità storica di un bello armonico. Le espressioni di arte contemporanea, anche e soprattutto le più ardite, avranno i loro spazi appositi». Riguardo al resto del campo culturale, Sgarbi manifesta una posizione che è un misto di buon senso, di orgoglio municipale e di tatticismo sistematico: «Quando ho cominciato - mi dice - avevo il complesso d’inferiorità nei confronti di Roma. Suggestionato dalla mole di comunicazione prodotta dal veltronismo, credevo anch’io che quello fosse il modello da seguire. Poi ho studiato con attenzione quanto si è fatto a Milano negli ultimi anni, a partire dai programmi delle nostre grandi istituzioni culturali permanenti, e mi sono accorto che la produzione culturale di Milano non è affatto inferiore a quella di Roma. Lì tutto è incentrato su una politica degli eventi, nella tradizione dell’effimero e della loro comunicazione. Qui si tratta, invece, di raccogliere, raccordare, valorizzare e rilanciare l’esistente, il frutto di un lavoro costante, durevole, spesso sottotraccia. Io farò soltanto da catalizzatore, da collettore, da relais moltiplicatore delle tantissime idee e capacità altrui che fermentano a Milano». Come dire: on s’engage et puis on voit. Il motto di ogni grande combattente ma anche di ogni retore, capace di mettere la propria tecnologia della parola al servizio di qualsiasi causa, buona o cattiva che sia. Squilla il telefono. il presidente di una banca. Una segretaria vagamente felliniana lo incita: «Ci faccia dare un sacco di soldi, assessore!». Sgarbi imposta una voce cavernosa e urla: «Vittorio Sgarbiiiii! Allora ce li date questi soldi per la mostra della Lempicka?! Guarda che ti faccio un regalo. Usano i suoi quadri anche in televisione per le scenografie di La pupa e il secchione. L’avrai visto, no? Quello ce la fai a seguirlo anche tu». Pare che il banchiere l’abbia visto. L’unico momento in cui la furia di Sgarbi mi fa venire il dubbio che sia spontanea e non parte di un repertorio artistico o di uno strumentario retorico è quando gli chiedo cosa ha da dire alla metà dei milanesi che lo odiano perché diede degli assassini ai giudici di Mani Pulite. «Non è vero. Non l’ho mai fatto!», mi urla a un dito dalla faccia. Poi, però, mi ricostruisce minuziosamente, pazientemente, tutta la vicenda, spiegandomi dettagliatamente come la sua invettiva di allora fosse rivolta a un solo magistrato e legata a un caso specifico di carcerazione preventiva persecutoria e dissennata, sul quale poi i fatti gli diedero ragione. Sgarbi rifiuta recisamente anche l’idea di un asservimento a Berlusconi: «Io e lui ci incontrammo, in fondo, sulla lotta contro la dittatura della magistratura. Che io rivendico ancora oggi e che avevo cominciato già prima». E poi cosa accadde? Perché il divorzio su quella vicenda di Urbani e delle sue amanti finanziate con il denaro pubblico del Fondo per lo spettacolo? «Mi avevano già fatto fuori prima. Perché mi opponevo alla legge sul silenzio assenso che avrebbe deturpato il patrimonio artistico». Mentre usciamo, Sgarbi mi richiama indietro: «Vieni qui Scurati, ti faccio vedere una cosa!». E con l’entusiasmo di un ragazzino mi mostra il suo orgoglio: un’applique che è riuscito a far sostituire, ripristinando il gusto squisito del décor originale dell’androne del palazzo. In strada la gente lo riconosce, lo acclama («Vai Sgarbi, sei il migliore!»), lo prende sotto braccio per denunciare scempi e brutture varie. Ci piaccia o meno, la gente si aspetta che la scultura vivente faccia accadere qualcosa, ora che è scesa dal piedistallo. Più ci penso, più il mio sogno mi appare veritiero. Al principio degli anni Sessanta, con le sue provocazioni, Manzoni indagava gli effetti di chiusura di senso dell’opera d’arte che, non avendo più un messaggio e comunicando solo se stessa, smetteva di essere oggetto concreto da esibirsi in una galleria e chiamava i destinatari della comunicazione a partecipare del suo corpo magico. Oggi l’immaginario mediatico globale ha frantumato la specificità dello spazio espressivo dell’arte, del mito, del rito, per diventare parte di una quotidiana estetizzazione del mondo intero. Oggi la realtà si offre quotidianamente in pasto a se stessa attraverso la sua spettacolarizzazione permanente, in una autofagica eucaristia profana. Oggi, al principio del nuovo millennio, avveratasi la profezia di Manzoni, venuto il regno dei mass media, attraverso i quali, dissoltosi ogni messaggio, la comunicazione comunica soltanto se stessa, Vittorio Sgarbi chiama il pubblico a divorare gli escrementi del proprio corpo mediatico, chiama gli spettatori a entrare in comunione con loro stessi nutrendosi delle sue apparizioni sensazionali, offerte in sacrificio per loro. Ostie sconsacrate da inghiottire intere, una dopo l’altra. Anche se, ovviamente, a volte sanno un po’ di merda. Ha ragione l’assessore del mio incubo, l’equivalente della «merda d’artista» oggi è lui. Antonio Scurati