La Repubblica 15/10/2006, pag.21 Jenner Meletti, 15 ottobre 2006
Una lapide e ventitré nomi il cimitero degli agenti segreti. La Repubblica 15 ottobre 2006. Bolzano
Una lapide e ventitré nomi il cimitero degli agenti segreti. La Repubblica 15 ottobre 2006. Bolzano. Una lapide con 23 nomi, e alcuni sono sbagliati. «Io benedico chi per me cadea pro Patria», annuncia il Cristo in marmo del Sacrario militare italiano, stretto fra la ferrovia e un condominio. Qui, sotto la lapide che sta davanti al Cristo, c´è il cimitero degli agenti segreti. Anche dopo la morte sembrano chiusi in un mondo di nebbia, perché si conoscono i nomi ed i cognomi ma i 23 corpi sono chiusi in cassette senza alcun segno di riconoscimento. «In cinque anni di ricerche - dice Carla Giacomozzi, funzionaria dell´archivio storico della città di Bolzano - siamo però riusciti a sapere che le persone ammazzate il 12 settembre 1944 - per più di mezzo secolo sono rimaste dei fantasmi - erano italiani che lavoravano per i servizi segreti degli Alleati. Facevano parte dell´Oss americano (Office of strategic service) o del Soe inglese (Special operation executive) e nelle loro missioni erano aiutati dal Sim, il servizio informazioni militari del governo Badoglio. Perché siano stati portati tutti a Bolzano, resta un mistero. Nessun plotone di esecuzione: furono uccisi con un colpo alla nuca. Li fecero scendere da un camion e furono ammazzati uno dopo l´altro dentro la stalla dei cavalli della caserma Mignone». Per la prima volta, accanto alla lapide, qualcuno ha messo un mazzo di crisantemi bianchi. L´altro giorno c´è stato un convegno su "L´eccidio del 12 settembre 1944: risultati di una ricerca", e hanno partecipato anche alcuni figli o nipoti degli uomini ammazzati nella stalla. «Io sapevo che mio zio Tito Gentili, di Fano - dice il nipote che porta lo stesso nome e cognome - era un marconista dell´aviazione. Nessuno sapeva, nella mia famiglia, che fosse un agente segreto. Tre anni fa un signore ci aveva chiesto informazioni, e dall´archivio di Bolzano abbiamo saputo che faceva parte del Soe inglese. Ora sappiamo che è morto perché aveva scelto un lavoro difficile ma molto importante. Ne siamo orgogliosi». Tiziana Di Fonzo, di Cremona, aveva 7 anni quando suo padre Domenico fu ucciso a Bolzano. «Noi sapevamo che papà, un ufficiale dell´esercito, dopo l´8 settembre si era messo con gli americani. Era uno dei pochi, fra l´altro, che sapeva l´inglese. Mia madre diceva che pensava più alla patria che ai figli. Nel 1945 un prete ci venne a dire che era stato ucciso. Adesso sappiamo che aveva partecipato a missioni importanti ed io, che sono sempre stata di sinistra, posso dire con orgoglio che mio padre era uno degli uomini che hanno ricostruito l´Italia e difeso l´onore della patria». Davanti alla lapide del sacrario è arrivato, da Sant´Alberto di Ravenna, Ennio Tassinari, 85 anni, agente segreto dell´Ori (Organizzazione per la Resistenza italiana) che faceva parte dell´Oss americano. «Qui ho trovato, purtroppo, quattro miei colleghi: Domenico Montecchi, Willores Apollonio, Antonio Fiorentini e Domenico Fogliani. Ero assieme agli ultimi due nel sottomarino Platino, che ha sbarcato me al delta del Po e loro due, per errore, al Cavallino di Venezia. Sapevo che erano stati catturati subito, ma non che fossero finiti qui». Legge i nomi e si commuove, l´ex agente segreto. «Mi fa impressione la data della morte, il 12 settembre del `44. Fiorentini e Fogliani erano stati catturati a marzo, gli altri due un mese prima, a febbraio. Un altro agente, Paride Baccarini, che era stato preso con Fiorentini e Fogliani e poi riuscì a fuggire, mi disse di avere incontrato i due nel carcere di Verona, quasi irriconoscibili per le torture subite. Io speravo - so che non è facile capire le mie parole - che fossero stati uccisi subito. E invece sono stato torturati per mesi e mesi. Questa la fine di quei combattenti chiamati spie». Il viaggio a Bolzano riapre i ricordi. «Noi dell´Oss partivamo da Brindisi, in sottomarino o in aereo. Venivamo portati nell´Italia del Nord, occupata dai tedeschi. Nostro compito era cercare i collegamenti con i partigiani, trovare informazioni, organizzare azioni di sabotaggio e di guerriglia. Io non ho mai creduto che sarei arrivato vivo alla fine della guerra. Alla partenza della missione ci consegnavano una capsula di cianuro. Non avevano nemmeno bisogno di spiegarci cosa dovevamo farne. Ma io la pastiglia la buttavo via subito. Avevo due pistole, le tenevo senza sicura. Se i tedeschi o i fascisti mi fermano, pensavo, sparo e cerco di accopparne il più possibile. Poi mi ammazzano, ma almeno muoio combattendo». I viaggi in sottomarino, «che non ti potevi nemmeno appoggiare alle pareti di ferro, sempre bagnate». «E quando ti sbarcavano su un gommone non aspettavano che toccassi terra e mandassi un segnale. Partivano subito, per paura dei tedeschi». I lanci con il paracadute, «dopo un corso di soli tre giorni». Ennio Tassinari riesce a trovare, a Pistoia, parte dei disegni della linea Gotica e li passa agli americani. «Questa lapide mi ricorda i giorni in cui la vita costava poco, anzi nulla. Eppure questi ragazzi hanno dato all´Italia un aiuto indispensabile, fino agli ultimi giorni di guerra. Il nostro compito finale è stato quello di bloccare la ritirata dei tedeschi in Baviera, quasi inespugnabile. Lì, secondo gli americani, avrebbero potuto resistere ancora qualche mese, e magari potevano terminare, anche loro, la costruzione dell´atomica». Sulle ultime ore dei fantasmi di Bolzano c´era la testimonianza di Karl Gutweniger, arruolato nel Sd, servizio di sicurezza delle SS. «Introdotti nella stalla venivano freddati dai marescialli Rotter e Haasenastein e dal russo Maier soprannominato il Piccolo. All´esecuzione presenziò anche un ufficiale delle Ss e uno della Schutzpolizei. Non ho visto alcun medico che avesse potuto constatare la morte delle vittime». Una fossa comune al cimitero civile. Cinque anni dopo il trasferimento delle salme al sacrario. Nel 1945 si presenta un prete, don Carlo Signorato, che aveva assistito il gruppo in un carcere di Verona. Dice di conoscere nomi e cognomi e li consegna al municipio, ma sostiene di non sapere da dove vengano e perché siano stati uccisi. E questa per quasi 60 anni è la sola verità. «Il nostro lavoro di ricerca - dice la dottoressa Carla Giacomozzi dell´archivio storico - è solo all´inizio. Di due persone, Ferdinando Ferlini ed Ernesto Rucello, non sappiamo ancora nulla. Dovremo capire perché questi agenti segreti, catturati in zone diverse dell´Italia del Nord, siano stati portati tutti a Verona. Dobbiamo capire perché, per l´esecuzione, siano stati trasferiti a Bolzano pochi giorni prima del 12 settembre. Verona per i tedeschi era città sicura, là c´era il comando della Gestapo». Una delle risposte arriva da Ennio Tassinari. «I miei compagni sono stati riuniti nello stesso luogo perché dovevano essere interrogati da specialisti in interrogatorio e tortura». Per dare un nome ad ognuno degli agenti segreti, se si troveranno i fondi, si farà l´esame del Dna, confrontato con quello dei discendenti. Solo così potranno trovare una tomba nei cimiteri dei loro paesi. Il diritto di riposare sotto una lapide con nome e cognome è stato riconosciuto - c´è una targa in bronzo nel cimitero austriaco, che è a fianco del Sacrario italiano con la fossa degli agenti segreti - anche «ai 33 südtiroler Soldaten des Polizeiregimentes Bozen», uccisi a Roma il 23 marzo 1944. Sono le vittime dell´attentato dei partigiani in via Rasella. «Ehre ihrem Andenken», onora la loro memoria, annuncia il bronzo. Per i «combattenti chiamati spie» c´è solo il primo mazzo di crisantemi bianchi. Jenner Meletti