La Repubblica 15/10/2006, pag.38-39 Gianni Mura, 15 ottobre 2006
La Parigi di Maigret. La Repubblica 15 ottobre 2006. Parigi. Simenon l´aveva già detto nel ”52: la Parigi del commissario Maigret è sparita con la guerra
La Parigi di Maigret. La Repubblica 15 ottobre 2006. Parigi. Simenon l´aveva già detto nel ”52: la Parigi del commissario Maigret è sparita con la guerra. Però c´è ancora qualcuno che si ostina a cercarla, e parte dal 36, quai des Orfèvres. La Grande Maison. La casa madre della polizia. Fuori c´è uno scudo di bronzo con una scritta: «Questa è la sede della polizia giudiziaria resa celebre dal commissario Maigret, che possiede un ricco passato storico malgrado i palazzi del XIX secolo. Deve il suo nome agli orefici trasferitisi sul quai tra il 1580 e il 1643». Dentro, ci sono ancora i 148 gradini che Maigret saliva per andare in ufficio e il linoleum scuro che ha vissuto giorni migliori, ma non c´è l´ufficio di Maigret con la stufa di ghisa, né la finestra da cui guardava le chiatte solcare la Senna, tra Pont Neuf e Pont St. Michel. In effetti è cambiato tutto. Quando Maigret entra in polizia, tanto per dire, a Parigi non c´è ancora la Tour Eiffel. Quindi è perfettamente inutile perlustrare, come faceva Maigret a passi lenti, da orso, i luoghi del divertimento, della mala e della perdizione, come Pigalle o la zona di rue Saint-Denis. I locali notturni con le spogliarelliste sono stati soppiantati dai live show, dai peep show, dai sex shop. Le Adèle e Marthe arrivate a battere il marciapiede da paesini della Bretagna o del Gers sono state rimpiazzate da donne africane e dell´est europeo. La rue Saint-Denis, pedonale, è fitta di turisti in cerca di emozioni già a mezzogiorno, chissà a mezzanotte. Dentro a un portone c´è uno che si buca. Dentro a un altro, questa è una mezza sorpresa, si aspettano i polli da spennare col gioco delle tre tavolette. Molti fast food, in prevalenza asiatici. Si respira olio fritto di qualità scadente. Decido che è tempo di cambiare aria. Place des Vosges. Bellissima, come sempre. Vicina e lontana. Vicina perché la sua bellezza è immediatamente percepibile, geometrica, serena. Lontana per quello che costa abitarci, o anche mangiarci. Al 9 c´è l´Ambroisie di Bernard Pacaud, tre stelle Michelin, 200 euro bevande escluse, a stare stretti. Sotto i portici, stilisti e gallerie d´arte fanno la parte del leone. Al numero 6 è nato Victor Hugo: targa. All´8 ha vissuto Théophile Gautier: targa. Al 21 ha vissuto Simenon (e di conseguenza ci ha fatto vivere, per un certo periodo, Maigret): nessuna targa, nulla. Ai tempi di Maigret (e di Simenon) era ancora una zona mista: ai piani alti i notabili, a pianterreno quelli che s´arrangiavano per campare, come Simenon, che doveva lavarsi in cortile. Oggi il cortile è ben curato, ci sono gerani e pitosfori, al pianterreno uno studio legale. Però, attenzione, è qui in place des Vosges che nasce, letterariamente, Maigret. Non è un commissario, è un medico. nota l´abitudine di Simenon: teneva in casa guide telefoniche francesi, belghe e svizzere. Si annotava una trentina di nomi, li ripeteva a voce alta, scartava quelli che non gli suonavano bene, scremava la lista fino ad avere 12 nomi e cognomi adatti. Oltre al medico, c´è pure un Maigret tassista, prima di arrivare al personaggio "definitivo", il commissario. Maigret rappresenta il diciannovesimo e ultimo tentativo, dopo che Simenon si era via via inventato Yves Jarry, Jean Tavernier, Georges Aubin, Gérard Maniquet, e li aveva presto cancellati. «Maigret è un piccolo borghese molto onesto. Ama mangiare ed è forse l´unico piacere che si concede, come i poveri. Non va quasi mai al cinema, non vede la tv, non ha l´automobile, non sa guidare». Così lo riassumeva Simenon nel ”78, quando ormai il commissario era andato in pensione da sei anni. Ultima inchiesta: Maigret et monsieur Charles (1972). Prima inchiesta: Piotr le Letton (1930). Il Maigret commissario viene concepito in Olanda, a Delfzijl, dove il battello Ostrogoth (già benedetto dal parroco di Notre Dame) s´è fermato per avaria. Il battello è di Simenon e di sua moglie Tigy. A bordo anche Boule, domestica (e amante) tuttofare. A Delfzijl c´è una statua in onore di Maigret: impettito, cappotto col collo di velluto, bombetta. A La Rochelle c´è un quai Simenon. Fra il ”31 e il ”34 si era rifugiato sull´Atlantico per sfuggire a una Joséphine Baker troppo esigente. A Parigi né targhe né statue né strade. Seduto su una panchina nei giardini di place des Vosges, penso che pochi hanno reso l´aria di Parigi come il belga Simenon, non a caso definito Monsieur Atmosphère. Detto questo, a Parigi continuano a raccontare barzellette sui belgi che ricordano le nostre sui carabinieri, ma qualcosa gli devono pure, a Simenon. L´aria di Parigi, come il valzer musette, la voce di Edith Piaf, la baguette, le foto di Doisneau. la Parigi scoperta da un belga affamato di tutto e da un provinciale, Maigret appunto, che arriva dalla campagna di Saint-Fiacre. Già, Saint-Fiacre, protettore dei tassisti e dei giardinieri, monaco erborista nato in Irlanda e poi trasferitosi vicino a Meaux (il paese del Brie, per inciso) morto il 18 agosto 670, invocato nella cura delle emorroidi (in Francia qualcuno le chiama ancora "mal de Saint-Fiacre") e delle malattie veneree. Simenon fa nascere Maigret a Saint-Fiacre, 25 km a est di Moulins, nell´Allier (molte barriques sono fabbricate col rovere locale). In Francia esistono cinque paesi chiamati Saint-Fiacre, ma nessuno nei dintorni di Moulins. Però 25 km a est di Moulins troviamo Paray-le-Fresil, paesino in cui Simenon visse qualche mese (dal luglio ”23 alla primavera ”24) facendo da segretario privato al marchese Raymond d´Estutt. Senza grandi rimorsi si può definire Maigret un "auvergnat" e questo spiega la sua predilezione per piatti terragni, robusti: andouillettes (salsicce di trippa), musetto di maiale, zuppa di cipolle. già una raffinatezza borghese il fricandeau à l´oseille che madame Maigret gli prepara nei giorni di festa. E il coq au vin il cui segreto sta in un goccio di prunella d´Alsazia. Perché Louise, la signora Maigret che per noi è Andreina Pagnani (Simenon diceva che era troppo bella, non andava bene per la parte), è alsaziana, di Colmar. La loro Parigi di non parigini, con pochissimi amici, è diversa: sempre in casa, tranne che per le spese e il quindicinale appuntamento a cena con la famiglia del dottor Pardon, lei. Sempre fuori lui, e quando torna e sale verso il terzo piano di boulevard Richard Lenoir, slacciandosi la cravatta e infilando la chiave nella toppa brontola il rituale «C´est moi». Due provinciali, insomma. Jules François Amédée (o anche Jules Joseph Anthelme, probabile omaggio a Brillat Savarin) viene fatto nascere nel 1887. Suo padre, Evariste, è amministratore d´una tenuta nobiliare. A 9 anni Maigret resta orfano della madre, morta di parto col figlio che aveva in grembo (il dottore era accorso ubriaco). Quando ne ha 19, muore di pleurite il padre. Il giovane Maigret va a Nantes, a casa di una zia, e studia medicina. Muore anche la zia, Maigret interrompe gli studi a va a Parigi a cercare un lavoro. S´è già quasi deciso a fare il commesso in un negozio di passamanerie in rue des Victoires quando un poliziotto, Jacquemain, lo convince a presentarsi a un commissariato periferico. Così comincia Maigret, in bici, portando dispacci. Poi passa alla brigata antifurto, sul metrò. Alla fermata della linea 7 inaugurata da poco, al Pont Neuf, vede un tipo rubare la borsa a una signora anziana. Lo afferra, l´altro grida «al ladro» e i passeggeri se la prendono con Maigret, credendo che il ladro sia lui. Forse per questo, nel corso delle sue inchieste, non si muove volentieri sottoterra. Gli piace camminare. Maigret in francese significa magrolino, ma il commissario ci viene descritto sull´1,80 e sui 110 chili. Dall´ufficio alla casa di boulevard Richard-Lenoir (quasi 4 km) va spesso a piedi e ci mette un´ora. Non ha fretta, gli piace annusare la città e la vita. La casa di Maigret è citata 187 volte nei romanzi, ma il numero è indicato solo una volta: 132. Secondo altre fonti, sarebbe il 130. Mi attengo alla ricostruzione di Michel Carly, il cui libro Maigret traversées de Paris-Les 120 lieux parisiens du commissaire (edizioni Omnibus, pagine 192, 15 euro) è fondamentale per un´ispezione mirata. Il boulevard parte dalla Bastiglia e man mano che s´allontana diventa cosmopolita, basta guardare le facce al mercato che c´è al centro del viale due volte la settimana. Non è un mercato da ricchi. Al 132 c´è la birreria La Parisienne e nei dintorni negozi di cose utili: un falegname, un farmacista, una fabbrica di casseforti, una stamperia, un istituto di analisi cliniche. Non c´è portineria, né turisti, anche qui nulla ricorda Maigret. E quindi torno nella zona di rue Dauphine, quella della famosa brasserie. Che non era in rue Dauphine, ma più vicino al quai, in rue de Harlay. Si chiamava Aux trois marches e non c´è più. In place Dauphine è ancora piacevole sostare, sulle panchine verde scuro, sotto gli ippocastani. Lì c´è terra battuta e ghiaino, non cemento. Al numero 15 abitavano Yves Montand e Simone Signoret. Fatti pochi passi, al 13 di place du Pont Neuf, ecco la Taverne Henry IV. Il vecchio proprietario, Robert Cointepas, era amico di Simenon (foto alle pareti). Sulla porta c´è una macchina per i gelati, il menù bilingue propone pure un´insalata caprese (non so se Maigret entrerebbe) oltre al solito foie gras. In una vetrina adocchio una bottiglia che certamente piaceva a Maigret: la vieille prune di Souillac. Ma per trovare i posti che piacevano a Maigret bisogna andare a naso, come lui. Si sentiva intimorito quando il dottor Paul (uno famoso, aveva fatto l´autopsia a Jules Bonnot) lo invitava nel lusso ovattato di Lapérouse, 51 quai des Grands Augustins. Gli piacevano i bistrot con le lavagnette al muro, il cibo che s´indovinava dai profumi (burro è nord, aglio è sud), e i profumi nei bistrot includono fumo e sudore. C´era il bancone per il boccale di birra, un pastis o un calice di Muscadet se faceva caldo, un Armagnac o una Mirabelle se pioveva. Uno di questi posti, nel Marais, a due passi da place des Vosges, si chiama Jean Bart. Il bianco della casa è un delizioso Melon de Bourgogne, le crêpes di grano saraceno al roquefort parlano di Bretagna. Un altro di questi posti è lungo il Canal Saint Martin, dove passano le chiatte e ci sono le chiuse. In gergo, la chiatta (péniche) è talvolta chiamata marie-salope. Marinai d´acqua dolce, facce straniere, cadaveri ripescati con o senza testa, ragazze di vita. Tra l´altro, il canale passa (ma interrato) davanti al 132 di boulevard Richard-Lenoir. A cielo aperto sono 4,5 km di corso, tra République e La Villette. Qui si comincia a sentire la cadenza popolare di Belleville, la voce della Piaf, qui viene in mente Arletty, l´Hotel du Nord, qui il patibolo di Mont-Faucon aveva ispirato Villon per la Ballade des pendus. Qui Maigret veniva volentieri, gli piaceva l´atmosfera. Il canale è come un invisibile confine metropolitano tra l´ovest dei quartieri residenziali e l´est (siamo alle spalle della Gare de l´Est) del lavoro poco retribuito e molto sudato. Anche qui, lungo le rive ombreggiate dai platani, gli stilisti stanno ricreando loft su loft e molti piccoli artigiani sono scomparsi, ma qualcosa rimane ancora. In fondo a rue Recollet c´è un bar-bistrot con l´insegna, guarda un po´, L´atmosphère. La lavagnetta annuncia blanquette de veau (una passione di Maigret) e rosé Cotes du Ventoux (già meno: o bianco o rosso, lui). Specialità cocktail: caipirinha, daiquiri, mojito. Due americane mangiano formaggio di capra e bevono Beaujolais. Due ostesse: una ha i capelli alla garçonne e sciabatta con una sigaretta appesa alle dita. L´altra, dietro il bancone, è bionda e bella, ha un´aria da tigre malinconica e il mojito è buono, niente da dire. Per farmi perdonare da Maigret, prima ho bevuto un bicchiere di Muscadet. Non si scherza coi ricordi, tantopiù sul Canal Saint Martin. Gianni Mura