La Repubblica 15/10/2006, pag.50 Silvana Mazzocchi, 15 ottobre 2006
Arturo Brachetti. La Repubblica 15 ottobre 2006. Montreal. A Montreal, l´estate scorsa, il suo è stato lo spettacolo più gettonato del festival Juste pour rire, evento internazionale di umorismo e cultura
Arturo Brachetti. La Repubblica 15 ottobre 2006. Montreal. A Montreal, l´estate scorsa, il suo è stato lo spettacolo più gettonato del festival Juste pour rire, evento internazionale di umorismo e cultura. In mezzo mondo, è sempre lui l´attrazione, il campione dell´identità mutante, l´artista che alla velocità della luce riesce a cambiare cento costumi in cento minuti e che, con il suo L´uomo dai mille volti, ampliato e rinnovato, è amato e applaudito più di prima. Arturo Brachetti, abilità unica nel trasformare aspetto, trucco, voce e sguardo, interprete magico e surreale al limite dell´immaginabile, gira l´Europa con tre container di diciotto metri, 350 costumi e ogni illusione da palcoscenico. Per diventare tutti e nessuno, dai personaggi di Walt Disney a Humphrey Bogart, da Fellini a Judy Garland, da Rossella O´Hara all´Ingrid Bergman di Casablanca. L´uomo dai mille volti ha fatto il tutto esaurito a Edimburgo, adesso spopola a Madrid e si prepara a conquistare Barcellona. Infine, il 23 gennaio prossimo, con un "neverending tour" che sfida la multimedialità e combina umorismo, musica e poesia, sarà a Milano e subito dopo a Roma. «Presto tutto cambierà», annuncia a sorpresa l´eterno bambino che ormai si sente «intrappolato» nel corpo di un uomo. «Comincio a sentire che il mio corpo si trasforma, vedo i capelli farsi più radi e prima o poi metterò fine a questa parte della mia vita». Promette di mutare pelle, Arturo Brachetti, questa volta nella realtà e con tutto il tempo che gli serve. Quando lo farà, non lo dice: sta scrivendo la sua autobiografia e simbolicamente vuole mettere il punto finale al momento di uscire di scena. Per darsi alla regia, un´attività già sperimentata con successo. Ma non avverrà prima di essere arrivato a Broadway, il palcoscenico più ambito, il riconoscimento che gli manca. Una sfida «per chiudere il cerchio», il commiato ideale dall´arte del trasformismo che lo ha reso celebre. In Germania, in Canada, in Giappone, negli Stati Uniti e in Francia dove, nel 2000, gli hanno assegnato il prestigioso premio Molière. «Broadway? Spero di andarci nel 2007. Woody Allen (il suo Zelig lo conosco a memoria) ha promesso di essere il mio padrino a New York. Sarebbe magnifico. La conclusione ideale per la mia biografia». Ha la faccia liscia da ragazzo, il celebre ciuffo svettante su un cranio quasi rasato, il fisico magrissimo e tonico, adatto a reggere i suoi costumi spesso esagerati (quello della Rossella di Via col Vento pesa ventisei chili). Vederlo mangiare spiega la sua dieta. Sempre lo stesso menù: inizia il pranzo con un caffè, prosegue con il riso bollito e qualche verdura. E ha già finito. «Devo mantenermi leggero per lo spettacolo». Da qualche tempo non si abbandona più facilmente agli scherzi che ne hanno fatto il personaggio stravagante che è, quello che va in giro con un braccio finto al collo. O che viaggia su un´auto supertecnologica e attrezzata con nasi e barbe finte. «Ho perfino un pupazzo, un bebè piangente che appendo al finestrino. Per vedere le facce che fanno dalle altre macchine, soprattutto i bambini...». Spirito giocoso, voglia di stupire, surrealismo e gentilezza. Un uragano che suscita emozioni e sorrisi. «Pensare che da piccolo ero timidissimo, solitario. Sono nato a Torino, in un´epoca in cui la città era la Fiat, in un quartiere operaio e periferico buio e triste. Giocavo sempre con un teatro di burattini e mi ero costruito un palcoscenico girevole con il fondo di una torta. Inventavo i miei spettacolini ispirandomi alle foto dell´enciclopedia. Non avevo pubblico, ogni tanto mia sorella. Introverso com´ero, parlavo solo attraverso i burattini: ne avevo ventiquattro, facevo anche le voci». Padre impiegato alla Fiat, nonno operaio nella stessa azienda, il bambino Arturo passa l´infanzia con la nonna e la sorella. Erano i tardi anni Cinquanta, forse i Sessanta (Brachetti non rivela mai la sua vera età). «Eravamo quattro fratelli, due di noi vivevano con nonna e due con i miei genitori, il che non era tanto raro all´epoca». Bravo a scuola: «Un po´ secchione, troppo. Così mio padre, che era molto religioso, a undici anni mi mandò in un istituto dei salesiani, il Don Bosco, fuori Torino». Questo pezzo della biografia di Brachetti è il più conosciuto. In seminario incontra don Silvio Mantelli: «Aveva una stanza piena di libri, di oggetti strani e di giochi di prestigio». lui che gli insegna tutti i trucchi dell´illusionismo: «Una testa calda, ancora adesso, un tipo pimpante e creativo. Mi telefona cinque, sei volte l´anno. Ha promosso missioni, adottato moltissimi bambini orfani. E li sovvenziona anche con qualche mio spettacolo». sul palcoscenico del Don Bosco che Brachetti adolescente muove i primi passi. «C´erano i costumi di scena, da cowboy, da cinese, da indiano, a volte mi vestivo da donna, ricordo che feci anche Raffaella Carrà, un successo. Con il travestimento prendevo coraggio e smettevo di essere timido. Avevo l´età in cui si è ancora bambini, ma con la malizia dei più grandi, uno stato intermedio che ti permette di essere amorale fino al surrealismo». l´ironia che ancora gli piace, che lo ha legato ad Aldo Giovanni e Giacomo e che lo ha portato a essere il regista degli spettacoli del celebre terzetto, da Tel chi el telun del ”99 al recentissimo Anplagghed. « quel tipo di spirito infantile che ti fa osare le cose più volgari con la leggerezza che viene dall´assurdo». Versatile e poetico. Mai soltanto virtuoso. «Tutto iniziò una volta che, in collegio, mi cambiai i costumi in scena particolarmente in fretta. Io sono un iperattivo e faccio tutto in fretta: mangio, dormo, lavoro e faccio l´amore sempre a gran velocità». Accadde in collegio. «Un giorno don Silvio mi portò un libro su Fregoli (il grande trasformista vissuto dal 1867 al 1936, ndr) e mi disse: "Leggilo, non c´è più nessuno che sappia fare questi giochi". Quel libro era pieno di fotografie». La vita del ragazzo Arturo diventa un´altra. Si diploma maestro elementare, ma a insegnare non ci va nemmeno un giorno. «Più di un paio d´ore i bambini non li sopporto, sarà perché il bambino sono io». E, ancora adolescente, sa che diventerà un artista famoso: «Già a quindici anni presi a esercitarmi con gli autografi. Sapevo che mi sarebbe servito». Il giovane Arturo risparmia i primi soldi facendo il portiere d´albergo e si compra sei costumi. «Preparai un numero, bello, magico, veloce. Mi scelse Macario, ma per mia fortuna venni richiesto anche da Parigi. Macario morì due mesi dopo e Parigi mi cambiò la vita». Approda al Paradis Latin, il celebre locale di Montparnasse, del Moulin Rouge. «Era un locale mitico, avevano uno spettacolo con quaranta persone, tutti si ispiravano a loro. Renzo Arbore faceva Indietro tutta guardando al Paradis Latin e il suo "Cacao Meravigliao" non era altro che il "Café, café", un quadro del Paradis Latin. Era la metà degli anni Ottanta. Adesso è decaduto, ma allora quel teatro era un laboratorio d´avanguardia, con gente geniale. Pensai: non mi prenderanno mai. Invece feci il mio numero, e mi presero». Anni di formazione e divertimento. Brachetti andava in giro per Parigi su una vecchia Citroen, i capelli blu, il trucco di scena e i vestiti da operetta. «Mi piaceva stupire, mascherarmi. Al Paradis Latin seppero andare oltre. Il direttore artistico, il regista Jean Marie Rivière, mi fece fare da uno scenografo italiano un fondale alla Magritte. Grazie a quell´accorgimento il mio numero, anche se con i soliti sei costumi, si trasformò di colpo in un numero surrealista. Scoprii che potevo usare i miei trucchi e i miei travestimenti in un modo diverso, migliore». «Ma la mia passione più grande è riuscire a suscitare stupore, a sbalordire. quello che mi piace di più. Quando faccio uno scherzo o uso i miei trucchi e posso vedere negli occhi di chi guarda il lampo della meraviglia, quello è il mio godimento. Come faccio a casa mia». La sua casa, la prima che il giramondo Brachetti ha comprato solo qualche anno fa e che non è ancora del tutto finita. a Torino, in uno stabile antico, su due piani che ha ristrutturato con passaggi segreti e pareti mobili. Più un grande pannello, di Magritte anche questa volta, nel bagno. «Mi piace moltissimo la mia casa. Ogni tanto invito qualche amico e metto su un numero tutto per loro. Ho scritto il copione: ad aprire la porta è un fantasma, che sono io con una maschera. Dico che Arturo non c´è e, parlando con un´altra voce, accompagno gli ospiti in giro per le stanze, senza passare mai dallo stesso posto. Lungo il percorso preparo una serie di sorprese, ovviamente non sto a dire quali. Puro divertimento. Io sono contento. E anche loro». Ride e sorride mentre promette di diventare adulto. «Faccio sempre più fatica a cercare di restare il tredicenne che mi sento. E non solo per il corpo che cambia e si appesantisce. C´è troppa gente che mi vuole dare responsabilità sempre più grandi e che mi costringe ad invecchiare». «Che cosa vorrei fare in futuro? La regia dei music hall. Rimettere in scena vecchi varietà, ma in modo nuovo e onirico, stravagante e, neanche a dirlo, surrealista. E con una story line. Non i classici, montati nei teatri stabili diecimila volte, che annoiano i giovani. Del resto se vai nel mondo, dove per campare devi vendere i biglietti, capisci che, con cose diverse, i giovani possono tornare a innamorarsi del teatro». Il libro autobiografico di Brachetti non è finito. « stato più facile scrivere tutta la mia vita che gli ultimi cinque anni. Non trovo un lieto fine stimolante. E invece ci deve essere. Anni fa, dopo il premio Molière, mi venne la depressione. Eppure ero all´apice del successo, avevo soldi, persone che si innamoravano di me... Ed ero caduto nell´ansia. Andai da uno psicologo. Mi disse: " normale non sapere più dove andare". La vita è come scalare una montagna e, quando arrivi in cima, vedi un picco più alto e vuoi andare lì e poi un altro ancora... Ma se la nebbia totale ti impedisce di vedere la prossima cima e la prossima sfida, dove vai?». Silvana Mazzocchi