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 2006  ottobre 14 Sabato calendario

APERTURA FOGLIO DE FOGLI 16 OTTOBRE 2006

Alle 10.36 di lunedì scorso (ora di Pyongyang) la Nord Corea è diventata ufficialmente il nono Paese nella storia a possedere testate atomiche: da allora il mondo è un luogo ancora più pericoloso. Federico Rampini: «Il test condotto dalla Corea del Nord sfidando la comunità internazionale rende possibili scenari estremi, come la vendita di materiale nucleare ad Al Qaeda da parte della ”monarchia rossa” alla disperata ricerca di soldi. Sul mercato del terrorismo c’è un’opzione in più, potrebbe consentire un 11 settembre nucleare in America o in Europa. Inoltre la provocazione del tiranno comunista Kim Jong Il può spingere il Giappone a costruirsi l’atomica, tecnologicamente alla sua portata: di qui altre reazioni a catena, l’escalation del sospetto coinvolgerebbe Corea del Sud, Cina, Taiwan. L’area economicamente più dinamica del mondo ha risorse immense: possono finanziare una nuova, folle corsa agli armamenti». [1]

Michael Walzer, il filosofo «liberal» americano autore di Guerra giusta e ingiusta, dice che la partita atomica in corso con Corea del Nord e Iran è forse «l’evento cruciale del dopo guerra fredda». Se l’Onu e l’Occidente la perdessero, ammonisce, non avrebbero più credibilità e nessuno fermerebbe più la proliferazione nucleare: «Sarebbe uno dei peggiori disastri della Storia. A poco a poco il mondo si troverebbe in una situazione molto più pericolosa di quella dello scorso secolo, quando il blocco americano e il blocco sovietico ebbero il duopolio del deterrente». [2]

Molti sperano che quello nordcoreano sia solo un bluff. Le prime stime raccolte dai servizi di informazione Usa parlano di un’esplosione della potenza di mezzo kilotone, notevolmente inferiore a quelle di test nucleari di questo genere (6-10 kilotoni). La bassa intensità fa pensare a due ipotesi: che il test sia fallito o che sia solo parzialmente riuscito. Carlo Jean: «Non si sa con certezza se si sia trattato veramente di uno scoppio nucleare, di potenza molto ridotta - meno di 0,5 Kilotoni, cioè di 500 tonnellate di tritolo - oppure di un’esplosione convenzionale, cioè di un ”bluff” di Pyongyang. Le onde sismiche rilevate non danno per ora alcuna certezza. Taluni sono portati a credere nella seconda ipotesi, anche perché una bomba nucleare di potenza così ridotta – all’incirca un quarantesimo di quella di Hiroshima - richiede il possesso di tecnologie molto avanzate. Persuasi ne sono soprattutto coloro che intendono non far nulla». [3]

Difficilmente la Corea del Nord avrebbe potuto fingere un esplosione nucleare usando nella vecchia miniera del nord-est solo esplosivo convenzionale. Alberto Flores D’Arcais: «I satelliti di spionaggio americani monitorano il regime di Kim Jong il ventiquattro ore su ventiquattro e la zona dove si è svolto il test era strettamente sorvegliata; per provocare un’esplosione di mezzo chilotone con esplosivi convenzionali i nordcoreani avrebbero dovuto trasportarli fino alla miniera e attraverso i satelliti-spia, dicono gli analisti, l’intelligence se ne sarebbe resa conto». [4]

Riuscito o no, il test dimostra che i nordcoreani riescono a separare plutonio. Il professor Maurizio Martellini, segretario generale del Landau Centre-Centro Volta: «Si stima che possano produrre tra 5 e 7 chili di plutonio all’anno, quantità necessaria a una testata nucleare a implosione. Il plutonio però non basta: c’è bisogno di un involucro di esplosivo convenzionale; bisogna che questo esploda creando un’onda di shock capace di portare il plutonio allo stato critico, e sono necessari dei test. Ora il test è avvenuto: ci sono diverse stime sulla potenza, da uno a 10 chilotoni, ma è certamente esplosa una Nuclear Explosive Device, o ”carica nucleare”». [5]

La Corea del Nord possiede almeno sei bombe atomiche già lanciabili, e per fermarla adesso non c’è più niente da fare. John Pike, direttore di Global Security: «Bisogna solo potenziare le difese missilistiche, sperare di convincere il Giappone e la Corea del Sud a non costruire le proprie armi nucleari, e lavorare per un cambio di regime che tra 10-15 anni potrebbe riportare Pyongyang in linea con le aspettative della comunità internazionale». [6] Determinare quanto tempo occorre alla Corea del Nord per passare da una bomba sperimentale alla cosiddetta «weaponization», la realizzazione di un ordigno impiegabile militarmente, è complesso. Andrea Nativi: «Gli analisti ritengono che serviranno anni prima che Pyongyang abbia una vera bomba e i mezzi per portarla a destinazione». [7]

Lo scopo dichiarato di Pyongyang è la dissuasione di un attacco americano. Jean: «Ma le ragioni sono diverse, perché gli Usa non hanno alcuna intenzione di farlo. Se ne possono ipotizzare tre. Intanto, con la minaccia di proliferazione nucleare, la Corea del Nord ricatta gli Stati Uniti, il Giappone, la Corea del Sud e anche la Cina, per ottenere aiuti alimentari e petrolio. Poi, essa consolida la lugubre dittatura di Kim Jong il. Egli si sente minacciato anche dai suoi generali, capi corrotti delle varie province. Infine, mantenendo una tensione con la Corea del Sud, allontana il rischio che la politica del sorriso di quest’ultima provochi rivolte del suo popolo affamato e gli faccia fare la fine di Ceausescu. Questi tre motivi si sommano». [3]

Per lunga tradizione, ben poco è comprensibile nella politica nordcoreana, già stalinista, poi maoista, erratica e avventurista. Alberto Ronchey: «E oggi subimperialista, ma senza poter più contare sugli alleati Urss e Cina come nei tre anni della guerra d’invasione fra il 1950 e il ”53, che avrebbe dovuto sottomettere Seul. Rimane anche incomprensibile il fondamento stesso della repubblica nordcoreana, dove tuttora convivono l’ideologia egualitaria e la dittatura ereditaria o ”monarchica” da Kim Il Sung a suo figlio Kim Jong il». [8]

La Corea del Nord è un gigantesco lager nazista dove solo i guardiani della Gestapo sono certi di sopravvivere: da una popolazione di 23 milioni di abitanti il regime spreme le risorse per mantenere 1,2 milioni di soldati professionisti e 6 milioni di riservisti. Su pressione dei cinesi Kim Jong il è stato due volte in visita a Shanghai, i suoi padrini di Pechino gli hanno ”consigliato” di introdurre un po’ di capitalismo. Rampini: «La via cinese al mercato applicata dal regime-sanguisuga di Kim finora ha provocato soprattutto inflazione. Il prezzo di un uovo è quadruplicato in tre anni, un chilo di riso al mercato libero costa 750 won, un quarto di salario mensile. La United Nations Food Agency rileva nei bambini sintomi gravi di denutrizione e rachitismo. Appena un decennio fa l’ultima grande carestia ha sterminato due milioni di persone, un decimo della popolazione». [1]

La Corea del Nord non sopravvivrebbe ad uno scontro con gli Usa, ma sei giorni di guerra basterebbero a fare l’intero numero di vittime americane cadute finora in Iraq. Paolo Mastrolilli: «Il Pentagono ha almeno cinque piani già pronti da anni: l’Oplan 5027, che prevede un’invasione tradizionale; l’Oplan 5026, per i raid aerei selettivi con i bombardieri invisibili F-117 e B-2, e quelli tradizionali B-52 e B-1, basati a Guam, Osan e Kunsan, più i missili lanciati da navi e sottomarini; l’Oplan 5029, che scatterebbe in caso di collasso del regime nordcoreano; l’Oplan 5030, che prima dell’attacco prevede operazioni preventive militari ed economiche, per mettere sotto pressione il paese e le forze armate; il blocco navale modello Cuba». Il problema sono le rappresaglie: se le ondate iniziali non neutralizzassero tutte le armi, come è probabile, Pyongyang reagirebbe bombardando e poi occupando Seul (durante i primi 90 giorni di guerra morirebbero 52.000 soldati americani e un milione di civili sudcoreani). [9]

A Pyongyang il ministero degli esteri non conta più, e neppure il partito: il paese è in mano ai militari. Martellini: «Kim Jong il è il simbolo della nazione come lo era l’imperatore divinizzato dell’antico impero. Non si può rimuovere il simbolo della nazione, ma il potere è in mano ai militari. Kim aveva tentato sul serio delle riforme, nel 2002: un inizio di liberalizzazione alla cinese. Ma erano riforme parziali, basate sulla liberalizzazione dei prezzi e dei salari, e hanno prodotto un’inflazione spaventosa: tra il 2002 e il 2006 i colletti bianchi hanno perso l’80% del loro potere d’acquisto. Ha creato delle zone economiche speciali, ma i benefici per il paese sono limitati». [5]

In Cina, Deng aveva trasformato i generali in amministratori delegati per cointeressarli alle riforme. Martellini: «In Corea del Nord non c’erano le risorse per fare altrettanto. Kim Jong il sperava che, oltre a far decollare l’economia, le riforme sarebbero state riconosciute dall’occidente come il segno di un nuovo corso: invece no, né da parte americana né da parte europea. Infine i militari hanno rinfacciato a Kim il fallimento: la sua apertura non ha portato benefici economici né il beneficio politico a cui i nordcoreani aspirano, cioè la garanzia di sicurezza: che gli Stati uniti non tentino di invadere o di provocare un ”regime change”. Così i militari sono tornati alla loro idea della ”deterrenza”». [5]

Un attacco americano farebbe il gioco di Kim Jong il. Robert D. Kaplan: «Dopo la risposta degli Stati Uniti in modo mirato nei confronti di lanci di missili o qualsiasi altra atrocità futura, il Nord inizierebbe un intensiva serie di tiri di sbarramento ad intervalli di cinque o dieci minuti sopra Seul, facendo morire americani e coreani nelle vicinanze della guarnigione di Yongsan (’Dragon Mountain”), la Zona Verde militare americana nel cuore della città. Dal punto di vista politico, saremmo battuti. La sinistra della Corea del Sud darebbe la colpa agli Stati Uniti per la carneficina di Seul. Le Nazioni Unite e i media accuserebbero neanche troppo velatamente Washington per la crisi – e invocherebbero negoziati di pace. Con ciò, il regime acquisirebbe nuova linfa. Il che spiega perché alcuni esperti preferiscono una guerra economica contro il Nord». [10]

Bush ha molte colpe. Franco Pantarelli: «Avere sistematicamente rifiutato di discutere con Pyongyang; avere indicato il suo famoso ”asse del male” composto da Corea del Nord, Iran e Iraq e poi avere attaccato militarmente
il più debole dei tre (cosicché il ”messaggio” ha finito per essere: più deboli siete, meno possibilità avete di essere lasciati in pace); avere infine ”sparato” dichiarazioni roboanti (’una Corea del Nord nucleare non sarà
tollerata”) che non potevano essere messe in pratica (a meno di non contemplare un attacco nucleare) e che quindi non erano altro che
minacce vuote, cosa che ovviamente la Corea del Nord sapeva benissimo». [11]

Se Bush ha commesso errori macroscopici, nessun altro ha azzeccato le mosse giuste. Rampini: «L’opulenta Corea del Sud, interessata solo a preservare la sua prosperità, farà di tutto pur di risparmiarsi i costi di una riunificazione ”stile Germania Est”. Dunque è un vicino ricattabile. Il Giappone ha oscillato fra due estremi, passando dal buonismo pacifista all’attuale nazionalismo, ma da Pyongyang non ha ottenuto nulla se non il test dei missili». [1]

La comunità internazionale si è fatta beffare per tre motivi. Maurizio Molinari: «Primo: è stata incapace di intercettare i traffici clandestini di centrifughe gestiti da A.Q. Kahn, padre della bomba pakistana. Secondo: è stata immobilizzata dalle lacerazioni causate dalla guerra in Iraq, iniziata da Washington e Londra per smantellare armi di distruzione di massa che non si sono ancora trovate. Terzo: Bill Clinton prima e George W. Bush dopo non sono riusciti a raggiungere con Pechino un’intesa strategica sul futuro assetto della penisola coreana, ancora divisa lungo il 38° parallelo dall’ultima frontiera della Guerra Fredda». [12]

Washington e Pechino hanno un diverso approccio strategico alla crisi nordcoreana. Molinari: «La prima punta all’implosione del regime di Kim Jong il sul modello di quanto avvenne in Germania Est nel 1989 mentre la seconda resta convinta della possibilità di riforme nella Corea del Nord capaci di traghettare il vetusto sistema comunista verso un modello economico di tipo cinese». [12] La poca luce elettrica che illumina i decrepiti edifici di Pyongyang arriva dalla frontiera cinese. Rampini: «Se Pechino dovesse ”staccare la spina” a Kim Jong Il, il regime potrebbe crollare, magari con una spintarella da parte dei militari notoriamente legati all’Esercito di liberazione popolare cinese. Ma la Cina non stacca la presa. La Corea del Nord fin qui le ha fatto comodo. stata un utile cuscinetto militare per i cinesi e una spina nel fianco per gli americani». [1]

Fino a non molto tempo fa, le relazioni di amicizia fra Cina e Corea del Nord venivano spiegate con una battuta: siamo vicini come le labbra ai denti. Oggi fra le due capitali qualcosa si è incrinato. [13] Angela Pescucci: «La realtà è che, mentre spazia in tutto l’orbe terracqueo imponendo una brillante e spregiudicata diplomazia che manda all’aria vecchie alleanze e schemi, la Cina a casa propria ha ritrettissimi margini di manovra e guardando alla penisola coreana si trova di fronte, come alternative, solo due diverse Apocalissi. Se chiude gli occhi davanti al nucleare ricattatorio nord coreano vedrà crescere intorno a sé potenze nucleari, Corea del sud e Giappone, assai meno malleabili del pezzente regno di Kim Jong Il. Se si unirà al coro del pugno duro e delle sanzioni a oltranza, rischia di vedersi ricadere addosso i pezzi di un regime marcio». [14]

Kim Jong il ha più paura della Cina che degli Usa. Kaplan: «Sa che i cinesi si sono sempre interessati di più della geografia della Corea del Nord – con le sue più numerose aperture verso il mare nelle vicinanze della Russia – che della sopravvivenza a lungo termine del suo regime (come gli Usa, anche quando vogliono che il regime sopravviva, i cinesi hanno per la Corea del Nord progetti che non contemplano il ”Caro Leader”). Uno degli obiettivi principali di Kim è di obbligare gli Stati Uniti a negoziare direttamente con lui, facendo così sembrare più forte il suo Stato in realtà infiacchito. Più forte sembrerà Pyongyang, migliore sarà la sua posizione nei negoziati cruciali con Pechino – che è ciò che importa di più a Kim». [10] Francesco Sisci: «La Cina oggi è nella posizione più difficile. Con la sua economia in decollo verticale, una tensione ai suoi confini rischia di spaventare tutti i mercati e raffreddare il suo sviluppo». [15]

Un golpe rosso salverà il mondo dall’incubo del dottor Stranamore nordcoreano? Rampini: «Non è fantapolitica. Senza bisogno di scomodare i suoi carri armati, non è escluso che Pechino possa manovrare le leve di cui dispone all’interno dell’esercito nordcoreano, per appoggiare un putsch interno o comunque un progressivo esautoramento di Kim Jong il. Il golpe rosso toglierebbe Pechino da una posizione scomoda: il rischio di trovarsi nel mezzo di una spirale bellicosa, con i giapponesi sul punto di cancellare il ”complesso di Hiroshima” e di dispiegare la loro formidabile ricchezza tecnologica in una corsa al riarmo. Forse un regime militare più obbediente ai cinesi saprebbe anche accelerare le riforme di mercato, per salvare il paese dalla fame senza precipitare verso la riunificazione con la Corea del Sud, cioè nelle braccia degli americani». [16]

La Cina ha interesse a far cadere Kim Jong il? Roger Baker, analista strategico di Stratfor, uno dei più famosi centri studi americani: «No, per questo non interromperà gli aiuti economici e alimentari. Pechino teme il crollo della Corea del Nord; già oggi non riesce a contrastare l’arrivo di immigrati clandestini nordcoreano. Se Kim Jong il cadesse, centinaia di migliaia di persone si riverserebbero in Cina. significativo che nelle ultime settimane abbia aumentato le truppe lungo il confine. E soprattutto ritiene che in caso di abbattimento del regime, gran parte degli armamenti, anche di distruzione di massa, finirebbe sul mercato nero, probabilmente in mano a gruppi eversivi e organizzazioni criminali cinesi». [17]

La vera minaccia è il collasso catastrofico della Corea del Nord. Kaplan: «Entro pochi giorni o persino ore dal fatto, metterebbe il mondo, in verità l’esercito americano, di fronte alla più grande operazione di stabilizzazione dalla Seconda guerra mondiale. ”Sarebbe la madre di tutte le operazioni umanitarie di soccorso”, mi ha detto il colonnello David Maxwell delle forze speciali dell’esercito. Kim Jong il oggi è responsabile di un popolo di 23 milioni sull’orlo della fame; un giorno potrebbe doversene occupare l’esercito statunitense, poi costretto magari a trovare un accordo con l’esercito cinese». [10]

Robert Collins, esperto delle zone civili per l’esercito Usa nella Corea del Sud, ha delineato sette fasi del possibile collasso del Nord. Kaplan: «1) impoverimento delle risorse. 2) impossibilità di mantenere le infrastrutture. 3) il formarsi di feudi indipendenti controllati da uomini dell’apparato appartenenti a partiti locali o da signori della guerra, e anche una corruzione molto estesa per aggirare un governo centrale indebolito; 4) la tentata soppressione di tali feudi da parte del regime 5) resistenza attiva nei confronti del governo centrale; 6) crollo del regime; 7) formazione di una nuova leadership nazionale. La Corea del Nord probabilmente ha raggiunto la fase 4 a metà degli anni ”90 ma venne salvata dai sussidi della Cina e della Corea del Sud, e anche dagli aiuti umanitari degli Stati Uniti. Ora è ritornata alla Fase 3». [10]

I falchi dell’amministrazione Bush credono che il regime di Pyongyang possa crollare ad ogni istante. Nicolas Kristof: «Forse è così. Eppure durante il mio viaggio l’anno scorso, il regime mi è parso altrettanto solido (e repressivo) di quanto mi sembrò la prima volta nel 1989. D’accordo, a un certo punto crollerà, ma aspettare che si disintegri non è una strategia.
Anzi, la Corea del Nord forse adesso è meno vulnerabile, in parte perché l’economia è migliorata notevolmente dalla fine degli Anni ”90 grazie agli scambi commerciali con la Cina (l’anno scorso sono raddoppiati rispetto al 2002 e quadruplicati rispetto al 1999)». [18]

Kim Jong il mira a prendere tempo. Baker: «A gennaio il Consiglio di sicurezza dell’Onu sarà presieduto da Ban Ki-Moon, che è sudcoreano e che tenterà di riavviare il dialogo con la Corea del Nord. Nel 2007 a Seul si eleggerà un nuovo presidente. Infine tra due anni si svolgeranno le presidenziali Usa. La Corea del Nord vuole tirare avanti altri due anni, nella speranza che la situazione cambi a suo vantaggio». [17]

Quale lezione trarrà l’Iran dal precedente Corea del Nord? Vanna Vannuccini: «La domanda allarma il mondo quanto il test nucleare nordcoreano. Sicuramente i radicali al potere hanno già imparato una lezione dalla Corea del Nord che, uscita dal Trattato di non proliferazione, è riuscita finora a sfidare un mondo ostile. Dunque i suoi governanti considerano la via dell’isolamento e del conflitto più proficua della diplomazia e del negoziato, e non temono sanzioni più dure». [19]

Secondo Kristof se c’è una lezione fondamentale da trarre dal test nucleare nordcoreano è questa: si deve negoziare direttamente anche con i regimi più ostili e brutali. [18] Rampini: «Che Pyongyang stesse fabbricando l’atomica era noto da anni. Si trattava di capire con quale mix di minacce e promesse di aiuti si poteva far recedere il regime dal suo proposito. Dopo l’11 settembre 2001, infilando la Corea del Nord nella triade dell’’Asse del Male”, il presidente americano alle orecchie di Kim Jong il ha lanciato involontariamente il messaggio sbagliato: sbrigati a costruire quell’arma di distruzione di massa che Saddam Hussein non aveva, o farai la stessa fine di Saddam. Messaggio ricevuto, missione compiuta». [16]

Nei due Paesi con cui Bush ha tentato un approccio, ha ottenuto qualche successo. Kristof: «Vedi il Sudan e la Libia. Sebbene Bush denunci la responsabilità del Sudan nel genocidio nel Darfur, noi (giustamente) continuiamo a negoziare con Kartoum, e ciò ha contribuito a porre fine alla guerra tra il Nord e il Sud, dopo 2 milioni di morti. Allo stesso modo, i negoziati con la Libia l’hanno condotta a rinunciare alla produzione di armi di distruzione di massa. Invece abbiamo perlopiù scartato la via della diplomazia diretta sia con la Corea del Nord sia con l’Iraq, e il risultato è stato disastroso. Perciò, mentre procediamo tentoni verso una resa dei conti con l’Iran, ricordiamo quel che ci insegna la storia: a volte è meglio parlare con i mostri anziché tentare di ucciderli o sperare che scompaiano». [18]