La Stampa 12/10/2006, pag.10 Massimo Numa, 12 ottobre 2006
Le bombe non sono cedri. La Stampa 12 ottobre 2006. Tiro. Le macerie, qui, nei villaggi duramente bombardati dagli israeliani ora possiedono una seconda vita, assolutamente imprevedibile: i libanesi le smontano pezzo per pezzo, e recuperano il ferro, i fili elettrici, qualsiasi cosa possa essere riciclata
Le bombe non sono cedri. La Stampa 12 ottobre 2006. Tiro. Le macerie, qui, nei villaggi duramente bombardati dagli israeliani ora possiedono una seconda vita, assolutamente imprevedibile: i libanesi le smontano pezzo per pezzo, e recuperano il ferro, i fili elettrici, qualsiasi cosa possa essere riciclata. Chini nella polvere, recuperano libri impolverati, mobili fracassati, giocattoli, vestiti. Finiscono separati nei contenitori allineati nelle buche, con una certa cura minuziosa, presto riciclati senza pietà e senza rimorsi. Affiorano scheletri di scooter, confezioni di olio per auto, intatte, persino scatole di cibo. Ricostruzione record. Così furgoncini scassati, antiche Mercedes, camion residuati di altri conflitti, trasportano intrichi di cavi, che trasformano i pianali in una specie di insetto fantastico. Strade che non esistono più, buche e crateri, check point dietro ogni curva. Ma non importa. Dicono che le case distrutte vengono ricostruite a tempo di record; nel frattempo, i sopravvissuti stendono i panni del bucato sul terrazzo sventrato e sul tavolo en plein air ci sono i fiori e le candele. L’incubo è alle spalle. Hanno voglia di tornare a vivere, i libanesi, e lasciarsi alle spalle l’incubo della guerra. Kafra, Siddiquine, Cana, Yater, la periferia di Tiro con i palazzi che si afflosciano, colpiti dai razzi e nei balconi intatti, la gente cena sotto la luce rosa del tramonto. In ogni villaggio la guerra ha fatto esplodere una particolare economia, piccoli laboratori, fabbri, falegnami, piastrellisti, muratori; c’è da ricostruire, non c’è tempo da perdere. Dai cumuli di macerie, si respirano i miasmi inconfondibili della decomposizione; là sotto ci sono ancora corpi, o frammenti di corpi. E negli ospedali ci sono migliaia di persone ricoverate per le ferite dei bombardamenti, per le ustioni, per lo choc. L’esercito italiano lavora con i bisturi tutti i giorni, direttamente nelle piaga più infetta e pericolosa: bonifica le case, le campagne, i quartieri. Ci sono migliaia e migliaia di cluster bombs inesplose. Sono piccole, chiuse in contenitore di acciaio che si trasforma in schegge quando esplode. Talvolta sono segnalate da un piccolo e flessuoso nastro giallo. L’Esercito Italiano non le ha, nel suo arsenale, per ragioni etiche. Israele invece sì, come tanti altri Paesi, e oggi, queste bombe che hanno lo scopo di distruggere uomini e mezzi, le trovi nei giardini, tra le macerie, nelle strade. Ovunque. Maneggiarle è pericoloso, anche per gli specialisti. La squadra mista, Marina e Esercito, che lavora nella base Tibnine, solo ieri ne ha fatto brillare una decina. L’accoglienza è buona. Il capitano Luca Paladini del Terzo Reggimento Genio Eod (Exsplosive Ordinance desposal), affiancato dal pari grado, il tenente di vascello Roberto Menga, dal primo maresciallo Alessandro Antonini e dal maresciallo Luigi Pelosi, costituiscono uno dei team impegnati ogni giorno per restituire ai libanesi un minimo di normalità. Nelle aree abitate, oggetto delle incursioni israeliane, si può morire o restare mutilati in qualsiasi momento. «C’è una grande e ovvia collaborazione - spiegano - sono loro i primi a segnalare la presenza di ordigni e noi arriviamo subito». Almeno, l’impressione generale è che le forze armate italiane siano state accolte bene, come nell’82, del resto. Ci sono stati pochi episodi negativi, come quando un gruppo di ragazzini ha lanciato pietre contro i blindati grigioverdi. «Presto saranno tutti bianchi, i più giovani non hanno ancora imparato a distinguere la nazionalità dei mezzi militari. Hanno negli occhi pessimi ricordi», dicono al comando. L’imponente fisionomia del camion VM 90, che trasporta la squadra dei genieri, è diventata familiare in tutta la zona. Non è retorica, davvero la gente si avvicina ai mezzi, familiarizza con i militari, e li osserva da lontano mentre lavorano. Procedura rigida: segnalazione, isolamento, bonifica, cioè brillamento. Il rischio bombe a grappolo. Se è di recente fabbricazione, la cluster viene fatta saltare subito. Diverso il sistema per gli altri ordigni inesplosi, che possono anche essere trasferiti in aree sicure. E’ questo, forse, il vero senso dell’operazione Leonte, al di là delle alte questioni strategiche e politiche. Il capitano Giuseppe Stellato, del 7° Reggimento Difesa Nbc (Nucleare Biologico e Chimico) racconta di avere scoperto, nelle acque della zona, una terribile forma di inquinamento provocata dalle carcasse di animali abbandonate ovunque. C’era il sospetto che i malori denunciati da alcuni operatori libanese fossero stati provocati da misteriose sostanze contenute negli ordigni lanciati tra i civili. «Le analisi hanno chiarito questo aspetto e per ora non abbiano segnalato nulla di anomalo, nel terreno». Dal 2 settembre a oggi, sono stati individuate migliaia di bombe d’ogni tipo. Costituiscono un pericolo continuo. Per tutti i civili, non solo i bimbi. Le inesplose si infilano nelle fenditure nel terreno, restano appese ai rami. Se le tocchi, possono esplodere. E da giorni e giorni la guerra continua a fare vittime, come se lo scontro tra Hezbollah e Israele non fosse solo un incubo lontano. Onore ai martiri. I guerriglieri sembrano spariti nel nulla; i responsabili della sicurezza del nostro contigente dicono: «Per ora nessuna minaccia effettiva». Il livello d’allerta è «green», verde, cioè medio basso. Sopra c’è il rosso, stato d’allerta, e nero, pericolo imminente. Ma i miliziani sono semplicemente sott’acqua, secondo la vecchia regola della guerriglia. Le tracce? In ogni villaggio, le fotografie dei combattenti morti in battaglia sono diventati quadri, appesi ai pali della luce, assieme a quelli di Nasrallah e degli altri leader sciiti. Decine di immagini di ragazzi, venti, trent’anni, sotto la luce al neon dei distributori di benzina, davanti alle botteghe arabe, ai cantieri che nascono e si moltiplicano ogni giorno con una velocità pazzesca. I nomi e le gesta: eroiche, e sempre nel nome di Allah. La presenza di Hezbollah è tutta qui, a parte gli striscioni gialli che compaiono sui palazzi abbattuti dai razzi israeliani. Quelli verdi sono del movimento Amal, del vecchio leader Berry. Ma quelli con l’effige dello sceicco Nasrallah sono in netta prevalenza. I nostri soldati hanno imparato a muoversi in questa realtà solo in apparenza tranquilla. Si temono gesti isolati, e nel mirino restano i palestinesi dei campi profughi. Tra loro sarebbe attiva una cellula di Al Qaeda. Mai abbassare la vigilanza. Massimo Numa