La Stampa 12/10/2006, pag. 29 Mirella Serri, 12 ottobre 2006
Pacelli a cena con il diavolo. La Stampa 12 ottobre 2006. «Vestito con eleganza, ha fatto largamente onore - malgrado la malattia del diabete, da cui dicesi afflitto - alle squisite vivande, agli abbondanti e prelibati vini, ed ha poi osservato ed ammirato, dimostrando coltura e buon gusto, i preziosi oggetti che adornano l’appartamento»
Pacelli a cena con il diavolo. La Stampa 12 ottobre 2006. «Vestito con eleganza, ha fatto largamente onore - malgrado la malattia del diabete, da cui dicesi afflitto - alle squisite vivande, agli abbondanti e prelibati vini, ed ha poi osservato ed ammirato, dimostrando coltura e buon gusto, i preziosi oggetti che adornano l’appartamento». Così recita la relazione del 1° ottobre 1925 inviata da monsignor Eugenio Pacelli al segretario di Stato di Pio XI, cardinal Pietro Gasparri. Questo documento, fino a oggi inedito, emerge dagli Archivi vaticani, Affari ecclesiastici straordinari (Fondo Russia), aperti di recente. Fondamentale tassello nella storia dei rapporti segreti, e fino a oggi rimasti tali, tra Vaticano e Unione Sovietica, è stato ritrovato da uno dei maggiori studiosi di storia del cristianesimo, Andrea Riccardi. Descrive una colazione di lavoro tra due feluche d’eccezione: da una parte il futuro Pio XII, all’epoca nunzio apostolico in Germania, dall’altra un singolare diplomatico bolscevico che conosce arte, poesia, musica e apprezza i più sofisticati piaceri della casa berlinese che li ospita. Si tratta di Georgij Vasil’evic Cicerin, uomo per tante stagioni, nobile che ha iniziato la sua carriera nell’impero zarista, poi menscevico e poi bolscevico legato a Trotzskij, che a Rapallo nel 1922 condusse a termine gli accordi con la Germania e ruppe l’isolamento politico ed economico dell’Urss. Ha un tratto da esteta dannunziano ed è un grande ammiratore del Vate, da lui conosciuto all’inizio degli anni Venti. Il commissario del popolo agli Affari esteri della Russia bolscevica non finisce di stupire Pacelli con la sua cultura, dal momento che quest’ultimo si immaginava di dover trattare con un rivoluzionario con falce e martello, sprezzante delle consuetudini borghesi. Gli incontri sono due. Al primo, infatti, ne seguirà un altro il 6 ottobre, sempre nella casa del conte Ernst von Rantzau, fratello dell’ambasciatore tedesco a Mosca. Questo abboccamento di Pacelli con Cicerin pone sul piatto il terribile argomento della condizione dei cattolici in Unione Sovietica e dunque segna una tappa fondamentale nelle relazioni tra Vaticano e governo comunista. Dopo circa due anni le relazioni si interromperanno definitivamente. Emerge anche la decisa posizione di Pacelli che tenta il tutto per tutto per inchiodare alle proprie contraddizioni i sovietici e imputa loro addirittura di essere scarsamente «moderni» e di essere in conflitto con i principi continuamente ribaditi della separazione tra Stato e Chiesa. Ovvero, il futuro Papa li accusa in sostanza di essere assai poco «laici». «Sono trattative importanti, poiché dopo tutti i tentativi compiuti per avviare le relazioni tra i due Stati, iniziate nel 1918, questo incontro rappresenta, anche per la qualità degli interlocutori, un punto alto dei rapporti tra Vaticano e Urss», spiega Riccardi. «Ma prima una precisazione: non credo che dall’apertura degli Archivi vaticani oggi ci si possa aspettare grandi scoop. Ci offrono però la possibilità di approfondimenti fino a oggi impossibili senza questa gran messe di materiali. una partita a scacchi tra due giocatori fuori del comune quella che si svolge mentre la posta in gioco è la sopravvivenza di migliaia di persone. Le esecuzioni dei bolscevichi in questi anni colpiscono sia preti cattolici sia ortodossi. E in una situazione che gronda sangue una trattativa Vaticano-Unione Sovietica si configura ardua. Anzi, corre addirittura il rischio di incrinare ancor di più i rapporti: Pio XI decide di spendere la carta dell’incontro. convinto che la diplomazia vaticana sia ”l’arte del possibile”. Dunque procede sulla strada dell’approccio riservato». Dove avviene? «Appunto a Berlino. Pio XI dà disposizioni al segretario di Stato, Gasparri, di prendere contatto con i ”Sovieti”, scrive proprio così», precisa il fondatore della Comunità di Sant’Egidio. «Pacelli in questo incontro-scontro con Cicerin a sua volta dimostrerà tutte le sue capacità di mediatore. Cicerin discute di argomenti successivamente messi al bando, considerati tabù dai sovietici negli incontri internazionali. Si affrontano con Pacelli quelli che i sovietici chiamavano i loro ”affari interni”, ovvero si discute delle vicende dei cattolici in Urss. una delle ultime volte che se ne parla, dal momento che questo silenzio sulle ”questioni interne” durerà fino all’epoca di Gorbaciov. Cicerin mostra un atteggiamento di apertura». Come procede la discussione? «In primo luogo si mette sul tappeto il tema del riconoscimento dell’Urss da parte del Vaticano. Cicerin passa subito all’attacco e immediatamente rimprovera alle gerarchie ecclesiastiche il ritardo della presa di posizione. Nel 1923 la situazione, dice Cicerin, era assai più favorevole, giacché, all’epoca, l’Urss ”era stata riconosciuta soltanto dalla Germania e dagli Stati asiatici. Allora il governo avrebbe ben volentieri ricevuto un nunzio”, così scrive Pacelli riportando letteralmente le parole di Cicerin. Tra l’altro era stato proprio quest’ultimo a trattare con la Germania e a sbloccare la situazione dell’Unione Sovietica nei rapporti con l’Europa». Dunque in questo momento il governo dei soviet respinge le avances vaticane. Cicerin rilancia anche altre problematiche? «Rimprovera la Chiesa cattolica sulla vicenda delle conversioni al cattolicesimo dei sacerdoti ortodossi. Quelli che decidono di abbracciare la religione cattolica vengono di nuovo ordinati dalle gerarchie ecclesiastiche. Una mossa abile, quella del diplomatico sovietico, in quanto accusa il Vaticano di non considerare cristiani gli ortodossi. In questo caso Cicerin parla più da russo che da comunista: a volte sembra esprimere una posizione da ”nazionalbolscevico”, ovvero appare voler proseguire nel solco della tradizione anticattolica nazionalista e imperialista russa». E la reazione di Pacelli? «Dimostra che il futuro Pio XII è veramente all’altezza della situazione. Pacelli osserva che se ”le restrizioni imposte ai cattolici erano in qualche modo comprensibili sotto il regime zarista, in cui la Chiesa ortodossa era la religione dominante e instrumentum regni”, anche in questo caso cito alla lettera, il governo dei Soviet avrebbe dovuto essere più moderno». I bolscevichi, insomma, meno moderni dello Zar? «Il futuro Papa cerca di metterli davanti alle proprie contraddizioni, sostenendo che il governo dei soviet, il quale aveva proclamato la separazione dello Stato dalla Chiesa, avrebbe dovuto dare alla Chiesa più libertà. Coglie la reale contraddizione del regime nel venir meno al principio ”libera Chiesa in libero Stato”. Imputa loro, quindi, di non essere dei veri laici ma di praticare l’’ateocrazia”, la religione dell’ateismo. Il documento è anche importante perché dopo questi incontri i contatti tra Vaticano e Unione Sovietica si interromperanno nel 1927 e riprenderanno con Giovanni XXIII. Seguirà un lungo inverno di persecuzioni». Mirella Serri