La Stampa 13/10/2006, pag.11 Paolo Mastrolilli, 13 ottobre 2006
Caro segretario Rice salvi Dog Chapman l’ultimo bounty hunter. La Stampa 13 Ottobre 2006. New York
Caro segretario Rice salvi Dog Chapman l’ultimo bounty hunter. La Stampa 13 Ottobre 2006. New York. Uno pensava che robe del genere capitassero solo nei film di Sergio Leone. Invece no. Le relazioni fra Stati Uniti e Messico sono in pericolo, non per il muro anti immigrati che il Congresso vuole alzare lungo le 700 miglia di frontiera, ma per un cacciatore di taglie americano che ha pestato i piedi ai sergenti Garcia di Puetro Vallarta. Lui si chiama Duane «Dog» Chapman, e le autorità messicane pretendono la sua estradizione. Ventinove deputati repubblicani, però, hanno scritto al segretario di Stato Rice, chiedendole di non consegnarlo. Il «Cane», come ama farsi chiamare dagli amici, è nato nel 1953, e a 24 anni era già stato condannato ai lavori forzati in Texas per omicidio. In qualche maniera era riuscito ad ottenere la libertà provvisoria, che aveva messo a frutto conducendo diciotto rapine a mano armata. Sempre arrestato, era sempre uscito. Nel frattempo, tra una fuga e un assalto alla diligenza, si era sposato cinque volte e aveva messo al mondo dodici figli. Durante l’ultima permanenza dietro alle sbarre, però, il «Cane» ha avuto la propria epifania: ha deciso di cambiare vita, promettendo di dedicare il resto dei suoi giorni alla cattura dei criminali in fuga. Così si è redento, nella nuova veste di cacciatore di taglie. Siccome per arrestare un ladro ci vuole un ladro, il «Cane» è diventato in fretta il migliore del branco. Ha messo su casa alle Hawaii, ma tenendo gli stivali da cowboy sempre vicini al letto, per partire col figlio Leland e il socio Tim ogni volta che c’è una ricompensa golosa da incassare. Quando il presidente Bush ha messo un taglia da 25 milioni di dollari sulla testa di Osama bin Laden, lui si è fatto avanti chiedendo il permesso di andarlo a prendere. Le cose sono filate lisce fino al 18 giugno del 2003, quando il «Cane» ha ricevuto la dritta che aspettava da tempo. Qualcuno ha notato nelle strade di Puerto Vallarta Andrew Luster, ricco erede del magnate dei cosmetici Max Factor. Luster era stato condannato a 124 anni di prigione per lo stupro di tre donne in California, e aveva usato i suoi quattrini per scappare in Messico. Ma laggiù lo ha raggiunto il «Cane», arrestandolo in un locale notturno. Il problema è che in Messico, a differenza degli Stati Uniti, l’antico mestiere di cacciatore di taglie è ormai illegale. Quando il «Cane» è uscito dal locale con la sua preda, la polizia di Puerto Vallarta gli ha intimato di consegnarla. Chapman si è rifiutato, e allora gli agenti hanno catturato anche lui, oltre a Luster. Lo stupratore è stato riconsegnato all’Fbi, che lo ha schiaffato in carcere buttando la chiave. Invece il «Cane» ha approfittato della cauzione, pagata dopo il proprio arresto, per fuggire dal Messico e tornare alle Hawaii. La polizia di Puerto Vallarta non ha gradito, e ha spiccato un mandato di cattura internazionale. Passare da cacciatore a cacciato è stata insieme la più grande fortuna e la più grande disgrazia per Chapman. Da una parte, infatti, è diventato una celebrità nazionale americana, al punto che il canale televisivo A&E lo ha ingaggiato per un reality show di enorme successo, intitolato «Dog the Bounty Hunter». Dall’altra, però, gli irascibili messicani non hanno mollato l’osso, e il 15 settembre scorso hanno ottenuto finalmente che i colleghi americani arrestassero il «Cane». Lui adesso è libero sotto cauzione di 300 mila dollari, e gira col braccialetto elettronico in attesa che il governo Usa decida la sua sorte. A questo punto la politica fa la sua comparsata nella storia. Il «Cane» sospetta che i poliziotti di Washington abbiano deciso di venderlo ai colleghi messicani, in cambio dell’estradizione di Francisco Rafael Arellano Felix, capo del cartello di Tijuana. Ma l’idea del baratto tra un eroe americano e un criminale del narcotraffico non è piaciuta al deputato repubblicano Tom Tancredo, che ha spedito alla Rice una petizione firmata da ventotto colleghi, chiedendole di negare l’estradizione. «Le autorità messicane - ha spiegato il parlamentare - si stanno agitando per questo caso solo perché sono rimaste scottate dall’imbarazzo di aver fallito dove invece mister Chapman ha avuto successo, ossia nella cattura di uno stupratore». Ora lui, il «Cane», aspetta di conoscere la sua sorte con stoicismo patriottico: «Se dovrò sacrificarmi per incastrare un assassino, ben venga la prigione. Sarò contento di incontrare Felix al valico di frontiera di Juarez, mentre lo portano dentro». Paolo Mastrolilli