La Stampa 13/10/2006, pag.16 Marcello Sorgi, 13 ottobre 2006
Belli, ricchi e collezionisti Le follie per l’arte estrema. La Stampa 13 ottobre 2006. Londra. La fila dei privilegiati, ammessi prima dell’anteprima a una visione molto esclusiva, si allunga in una grigia mattinata londinese che non promette nulla di buono
Belli, ricchi e collezionisti Le follie per l’arte estrema. La Stampa 13 ottobre 2006. Londra. La fila dei privilegiati, ammessi prima dell’anteprima a una visione molto esclusiva, si allunga in una grigia mattinata londinese che non promette nulla di buono. Qui e lì, ai cancelli di «Frieze», la mostra-mercato che ha trasformato Londra in capitale dell’arte contemporanea, al pari di New York, Miami e Basilea, le facce degli italiani in incognito, collezionisti che a nessun costo direbbero le loro generalità, si fanno riconoscere dalle espressioni del viso o dai toni di voce esagerati. «A quest’ora non è niente - commenta con distacco Manfredi Della Gherardesca - vedrà all’apertura, la fila dei ”fighettini” che sgomitano per entrare». Giovane, aristocratico, elegante nel suo gessato eccentrico a righe variopinte, Manfredi appartiene alla schiera dei professionisti più rispettati nel difficile mercato inglese delle «arts» al plurale, un mondo in cui lusso, fashion, snobismo e una quantità incredibile di soldi si mescolano in un’atmosfera che ricorda i più recenti film di Woody Allen. Con lui, come lui, che vive ormai da una vita a Londra, ha sposato Dora, la figlia del principe Rupert Lowenstein che faceva per divertimento il manager dei Rolling Stones, ce ne sono pochi. Qualche importante gallerista italiano, che viene spesso qui come il milanese Giò Marconi o la torinese Patrizia Sandretto Re Rebaudengo; qualche ragazza di talento, approdata per specializzarsi dopo la laurea. Il resto, anche se non si tratta solo dei ricchi che hanno fatto dell’arte l’ultimo dei loro costosi capricci, è una clientela difficile, internazionale, che si lascia guidare ma tende molto a fare di testa sua. E che ha scoperto l’arte contemporanea spesso non solo per ragioni artistiche, saltando a piè pari tutte o quasi le stagioni precedenti. Rapiti dal glamour Gente rapita dal glamour, dai personaggi, dalla follia, che attraversano la città intera, in un inseguimento tra West e East End, tra gallerie famose e spazi riadattati, padiglioni che sorgono e scompaiono in mezzo ai giardini, appuntamenti ai quali è consigliato presentarsi ben vestiti, ma con scarpe da campagna adatte al fango. «Un’energia, una specie di scossa, che fa di ottobre a Londra un mese fantastico», sorride elettrizzata una giovane esperta del mercato come Elisabetta Cipriani, volata qui da Roma e dal Museo d’arte contemporanea e approdata in una delle gallerie più prestigiose, la «Ben Brown fine arts». Quest’innamoramento di massa dura più o meno da dieci anni ed è legato anche al colpo di genio di Charles Saatchi, un ebreo nato a Baghdad e famoso per aver fondato a suo nome, con il fratello Maurice, un’agenzia mondiale di pubblicità. Con la stessa tecnica, comunicazione intelligente e fortemente impressionista, Saatchi ha fatto la fortuna dei suoi artisti, da Hirst, a Hume a Jake & Dinos Chapman, al meglio dei contemporanei viventi e contesi tra collezionisti di tutto il mondo, che si mettono in lista d’attesa pur di ottenere la promessa di un’opera da acquistare. Con la moglie Nigella Lawson, una pingue e famosa cuoca inglese, star dei programmi tv di cucina più seguiti, Saatchi si aggira soddisfatto e un po’ ingrassato nei corridoi di «Frieze»: ha l’aria di uno che pensa che tutto quel che succede dentro e fuori i tendoni della mostra gli appartenga. Quando, nel ”97, il geniale pubblicitario organizzò alla Royal Academy una mostra intitolata «Sensation», e subito dopo attrezzò uno spazio vicino alla Tate Gallery, nessuno poteva prevedere quali sarebbero stati gli effetti artistici, ed economici, di quell’iniziativa. Perché non era scontato, ad esempio, che fosse riconosciuta arte la tecnica con cui Damien Hirst affettava animali da macello sezionandoli e ricomponendoli sotto formalina dentro scatole trasparenti messe in fila. O l’idea di Marc Quinn di mettere il calco in gesso della sua testa in un contenitore riempito in buona parte del suo sangue. O il fatto che Tracy Emin avesse deciso di smettere di pettinarsi e presentare tra le sue opere il letto sfatto, teatro delle sue avventure erotiche, una serie di ritratti dei suoi amanti e una coperta rosa, buona per un letto da bambina, ornata di coccarde premio come quelle che ti danno a scuola e sovrastata da una scritta malinconica: chi vuol sposarsi con me? La Madonna nel pollaio Le storie degli artisti, i personaggi che si sono scelti, e che all’improvviso sbucano fuori dai corridoi della mostra o da uno dei tanti party che la circondano, hanno sempre una vena di follia: Grayson Perry che va in giro travestito da donna, con gli abiti del guardaroba della moglie psichiatra. Chris Ofili che disegna Maria Vergine in un pollaio pieno di escrementi. Jenny Saville che per ispirarsi è andata a vivere a Palermo, e passa ore in contemplazione davanti alle macellerie e a pezzi di animali, conigli, capretti, vitelli, appesi per strada. Zhou Tiehai, il cinese che disegna solo Cicciolina, pensando che questo serva a conquistare il mercato occidentale. Un universo in cui un posto di rilievo è riservato anche alle vicende di moderni italiani come Piero Manzoni, Lucio Fontana o Alighiero Boetti, morti o sopravvissuti a vite dissolute. Ma mai nessuno di loro sarebbe diventato qualcuno senza Saatchi e la schiera di nuovi galleristi che hanno fatto dell’arte contemporanea una sorta di industria globale. Gente come Jay Joplin, il direttore di White Cube, forse la più famosa galleria di Londra, o come Larry Gagosian, che dopo aver aperto a suo nome a New York, Los Angeles e Beverly Hills, punta a Roma. O Julia Peyton della Serpentine Gallery, luogo scelto da Lady D. per annunciare il divorzio dal principe Carlo, e oggi cornice della svolta cinese. Una svolta che poggia sulle spalle di artisti nati negli Anni Settanta - come Chu Teh Chun, Zheng Delong o Zen Chuanxing -, corteggia sapientemente la globalizzazione e la moda economico-imprenditoriale filo-cinese. E ha una sua strana risonanza nel successo della «scuola di Lipsia», un gruppo di artisti tedeschi come Neo Rauch o Mattias Weischer, nati, vissuti ed educati nella Ddr, ed esplosi artisticamente nella Germania unificata e nel post-comunismo. Ben Brown, gallerista così di successo che si può consentire di snobbare «Frieze», ha fin troppo da fare per interrogarsi sul presente e sul futuro delle «arts»: in una saletta secondaria del suo studio a due passi da Bond Street, è intento a vendere a un suo cliente una sdraio di fibra di carbonio da ventottomila euro. Su una vetrina della stessa stanza sono esposti i gioielli disegnati da Tim Noble e Sue Webster e collezionati da Rockefeller e Elton John. Corrono di bocca in bocca le quotazioni di opere comperate e vendute, battute nelle aste o semplicemente messe in vetrina: 15 mila sterline per un solo anello di Kapoor e 400 mila per una sua scultura in alabastro, 230 mila per una piccola bacheca da farmacia di Damien Hirst, da 450 a 550 mila per due Fontana (i suoi classici «tagli» su una tela bianca e un paesaggio spaziale), 700 mila per Mick Jagger ritratto da Andy Warhol, fino a un milione e mezzo per un ritratto di Lucian Freud, o a un milione di euro per un Cy Twombly. Chi dice 200, chi dice 300 mila sterline per una serie di foto di una 126 bicolore con gli sportelli rossi firmata Stairling. L’arte che arreda Michael Wolfson, designer di gran fama, con una preziosa spilla a forma di gambero all’occhiello della giacca, sostiene che in prospettiva «peseranno l’architettura e mobili e sedie rivisitati in chiave concettuale: perché se l’arte è mercato, è arredo, è piacere di vivere, sempre più gli oggetti artistici dovranno entrare a far parte della vita quotidiana», conferma Giovanna Bertazzoni, specialista di impressionismo che per Christie’s in questi giorni sta organizzando un’asta di opere contemporanee. Intanto, una violenta pioggia autunnale ha avvolto «Frieze». Saatchi è uscito, per correre alla Royal Academy a inaugurare la sua nuova mostra dedicata a giovani artisti americani. Nel padiglione Gagosian, il direttore Stefan Metternich, pronipote del cancelliere austriaco, s’interroga preoccupato della resistenza dei tendoni al nubifragio. Magrissima, nerissima con una ciocca albina, e interamente avvolta in abiti di Chanel, Daftne Guinness, della dinastia miliardaria, sembra appena appena desolata. John Riplat, tra i maggiori collezionisti del mondo, scherza a voce alta, mentre la moglie è gentile con tutti. Sulla via d’uscita, campeggia e fa paura un enorme cervello rosso, costruito con «mouse» fusi e pezzi di computer bruciacchiati. «Tutto qui accade di nuovo per la prima volta», sta scritto su un muro di cartone. E su quello di fronte: «Gli artisti non sono in competizione con nessuno, se non con sé stessi e il passato». Marcello Sorgi