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 2006  ottobre 13 Venerdì calendario

Provaci ancora Visco a tassare le rendite. La Repubblica 13 ottobre 2006. La riforma della tassazione delle "rendite" genererà pochi introiti (1,1 miliardi stimati nel 2007; 2 miliardi nel 2008), ma rischia di imporre gravi costi e distorsioni al sistema finanziario

Provaci ancora Visco a tassare le rendite. La Repubblica 13 ottobre 2006. La riforma della tassazione delle "rendite" genererà pochi introiti (1,1 miliardi stimati nel 2007; 2 miliardi nel 2008), ma rischia di imporre gravi costi e distorsioni al sistema finanziario. Riduce il rendimento reale sul risparmio delle famiglie, già pericolosamente vicino allo zero, data la loro propensione a investire in obbligazioni, gli alti costi di gestione e intermediazione, e il basso livello dei tassi. E porterà al 51-56% la quota dei redditi da capitale assorbita complessivamente dallo Stato. Quanto alle pretese di equità, la riduzione dell´aliquota sui depositi bancari per favorire il risparmio dei meno abbienti, non serve: con un rendimento più basso dell´inflazione, ulteriormente ridotto dai costi di amministrazione, i depositi rappresentano già una tassa sul patrimonio. Che l´aliquota sia al 20% o al 27%. Ma il peggio è nei dettagli. La Commissione istituita per la riforma, rigetta il principio secondo cui le imposte sui redditi finanziari vanno escusse nel momento in cui si realizzano: cioè si pagano quando si incassa una cedola o si monetizza una plusvalenza. Un principio adottato universalmente. La riforma propone invece di tassarli tutti alla maturazione, cioè alla fine di ogni anno, realizzati o meno. Chiunque abbia comprato un´azione sa quanto repentinamente il profitto può trasformarsi in perdita. Tassando il maturato, si tassano plusvalenze ancora solo sulla carta: imposte vere per profitti virtuali, che potrebbero trasformarsi in perdite. Il danno e la beffa. E nel caso di perdite non compensate da guadagni su altri investimenti, l´investitore beneficerà di un bel credito di imposta per l´anno successivo, che non rende niente. Il sistema incentiva l´accentramento di tutti i risparmi presso un´unica banca, perché le perdite su attività detenute presso un intermediario non possono essere compensate con i guadagni fatti con un altro nello stesso periodo. Ma scoraggiando l´accesso del risparmiatore a reti di distribuzione alternative, si elimina un incentivo efficace alla concorrenza tra banche. C´è poi il problema di come pagare le imposte. Impensabile che gli intermediari siano autorizzati a vendere forzosamente i risparmi degli investitori per generare la liquidità necessaria a saldare le imposte. Diventa quindi obbligatorio avere un conto corrente di appoggio per ogni deposito titoli (con i relativi costi); che verrebbe alimentato da una linea di credito automatica (a quali condizioni?). Così, la banca diventa anche il commercialista degli italiani. Ci sono poi gli effetti collaterali. La riduzione dell´aliquota sui depositi al 20% spalanca le porte al grande ritorno dei certificati di deposito. Ve li ricordate? Emessi direttamente dalle banche, senza la trasparenza di un mercato, con costi e convenienza impossibili da valutare per il risparmiatore che, in caso di riscatto anticipato, è in balia dell´emittente. Basterà poi ancorare il rimborso dei certificati all´andamento di qualche paniere di titoli o indice per replicare, senza obbligo di prospetto, le obbligazioni strutturate: quei costosi, dannosi e inutili strumenti finanziari di cui sono piene le tasche dei risparmiatori. Ma con la tassazione del maturato ci sarà una ragione in più per comprarli: non essendoci per questo strumento alcun prezzo di mercato (che sarebbe comunque scarsamente significativo, come è per alcune obbligazioni), eventuali plusvalenze potranno essere facilmente contabilizzate alla scadenza, rinviando il pagamento delle imposte. L´amore di Visco per la tassazione del maturato non è nuovo. Cercò di introdurla nel 1998, con il risultato di creare l´attuale segmentazione della tassazione del risparmio in tre regimi diversi, che discrimina arbitrariamente intermediari e tipologie di investimento, riducendo l´efficienza del sistema finanziario. Perché, nonostante gli insuccessi passati, e il rischio di aggiungere costi e distorsioni, la Commissione lo ripropone? Risposta sorprendente: per evitare comportamenti elusivi. Gli investitori potrebbero anticipare la realizzazione delle minusvalenze, incassare il credito di imposta, per riacquistare subito dopo i titoli venduti. E rinvierebbero quella della plusvalenze, per posticipare il pagamento dei tributi. La letteratura ha evidenziato come queste strategie elusive siano adottate prevalentemente dai fondi pensione anglosassoni a benefici definiti (che in Italia non esistono). Questi, avendo impegni a lungo termine nei confronti degli iscritti, devono necessariamente investire in titoli di stato a rischio nullo, e detenerli fino alla scadenza. Ma se l´investimento è rischioso, o non c´è la necessità di detenere i titoli fino a scadenza, questa strategia è superflua e impraticabile: un investitore razionale non detiene un titolo, rischiando di perdere, solo per rimandare un´eventuale tassa sulle plusvalenze; e se liquida una posizione in perdita è perché ritiene di aver perso abbastanza, non certo per incassare un credito di imposta; né può sapere a che prezzo potrebbe riacquistare l´attività venduta per eludere il fisco. In ogni caso, il costo per l´erario sarebbe risibile. Il dogmatismo è nemico delle buone riforme fiscali. E se si fonda su presupposti contorti e vacillanti, invece di colpire ricchi rentier finisce per danneggiare il sistema e fare regali ingiustificati alle banche, a spese dei risparmiatori. Alessandro Penati