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 2006  ottobre 13 Venerdì calendario

Le mosse per vincere la partita delle pensioni. La Repubblica 13 ottobre 2006. Sulle pensioni si gioca, in tutta Europa, una partita complessa e difficile, che ha radici lontane

Le mosse per vincere la partita delle pensioni. La Repubblica 13 ottobre 2006. Sulle pensioni si gioca, in tutta Europa, una partita complessa e difficile, che ha radici lontane. Nei due o tre decenni successivi alla seconda guerra mondiale la crescita economica fu accompagnata da una demografia favorevole: pochi anziani, molti giovani e una forza di lavoro in espansione. Le regole pensionistiche che allora si attuarono furono larghe quanto poco lungimiranti. Dall´inizio degli anni ´80 la piramide delle età è andata progressivamente deformandosi per la diminuzione della natalità e dei giovani, il ristagno della forza di lavoro e la rapida crescita degli anziani. A questo terremoto, hanno risposto aggiustamenti più o meno radicali dei sistemi pensionistici. In Italia, la riforma Dini, con le successive modifiche, ha affrontato il problema nel verso giusto, ma con un regime di transizione molto graduale: nonostante la buona riforma, l´Italia spende per le pensioni (in percentuale del Pil) assai più degli altri paesi europei, cosicché per gli altri necessari trasferimenti resta meno che altrove. Da qui la necessità di ulteriori correttivi, tra i quali spicca – per il suo potere simbolico – l´aumento dell´età minima per la pensione di vecchiaia, oggi posta a 57 anni, ma che la riforma operata dal precedente governo innalzerebbe (di botto, tra gli altri botti, nella notte di San Silvestro del 2007) a 60 anni. L´abbassamento dell´età alla pensione è stato percepito, per un buon secolo, come una conquista sociale e di civiltà: come accettare l´idea che si deve "tornare indietro", e rinunciarvi? Come spiegare, a chi ha cominciato presto a lavorare, magari facendo lavori pesanti e sgradevoli, che il traguardo da raggiungere è stato spostato in avanti? Come convincere che i programmi di vita vanno rivisti? E in un contesto nel quale le disuguaglianze economiche sono, in tempi recenti, aumentate? Eppure di buone ragioni per spostare l´uscita dal lavoro ce ne sono più d´una. La durata della vita, infatti, tra il 1961 e il 2005 è cresciuta di 11 anni (fino a 78 anni per gli uomini e 83 per le donne) e questo aumento è avvenuto guadagnando anni di vita in buona salute. Supponiamo che un sistema pensionistico "preveda" di accantonare una determinata somma per fornire un reddito "x" (pensione) ad una generazione che abbandona il lavoro e, si presume, debba campare ancora 20 anni. Poniamo adesso che quella generazione abbia la buona sorte di camparne 25. ovvio che la somma prevista non basta più a fornire quel reddito "x": o si stanzia di più o si abbassa la pensione. La riforma Dini prevede un meccanismo per aggiustare la pensione, ogni dieci anni, in funzione dell´aumento della longevità: ma alla scadenza del primo decennio, nel 2005, nulla si è fatto in proposito. Un´altra buona ragione per innalzare l´età alla quiescenza sta nel fatto che il lavoro si è progressivamente liberato del fardello di fatiche e pericoli per la salute che prima lo opprimeva. Chi abbandona il lavoro lo fa in condizioni di "usura" fisica assai minore che in passato. Infine – e questa è la terza buona ragione – viene da tutti accettato il mantra che la vecchiaia "attiva" è buona per la salute fisica e psichica, e che oltre alla pesca, al giardinaggio, alla cura dei nipotini, allo sport, anche l´attività lavorativa fa bene. Il governo è orientato ad affrontare lo spinoso tema pensionistico fuori dell´urgenza della finanziaria. L´aumento della durata della vita attiva, e quindi dell´età media alla pensione, non può non essere al centro dei futuri interventi: lo richiede la contabilità, ma lo richiede anche lo sviluppo. L´Italia invecchia più degli altri paesi ed è anche il paese nel quale gli anziani lavorano di meno. Ma nel processo di riforma occorrerà tener presente due fondamentali considerazioni. La prima è che l´aumento dell´età alla pensione è necessario per riequilibrare una distorsione accumulata nel passato: nell´ultimo mezzo secolo si è allargata la forbice tra longevità in aumento ed età alla pensione in diminuzione. Tuttavia gli aggiustamenti richiesti per le future generazioni saranno forse minori di quanto non si pensi. C´è un ingiustificato ottimismo circa la possibilità di estensione della durata della vita, che dipende non solo dai progressi scientifici e tecnologici, ma anche dalla capacità di mantenere sistemi sanitari universali ed efficienti, che vanno continuamente aggiornati e con costi tendenzialmente crescenti. Gli effetti sulla longevità non possono che essere decrescenti, man mano che questa cresce. Tra il 1995 e il 2005 (il decennio rispetto al quale dovrebbero operare i meccanismi di revisione della Dini) la speranza di vita a 60 anni è cresciuta da 19 a 21,2 anni per gli uomini e da 23,8 a 25,2 per le donne, con un forte rallentamento (velocità dimezzata) tra il 2000 e il 2005 rispetto al quinquennio precedente. plausibile che nel prossimo decennio il rallentamento prosegua e che l´aggiustamento attuariale necessario debba essere proporzionalmente minore. La seconda considerazione riguarda la grande variabilità delle situazioni individuali in termini di reddito, di bisogno, di condizioni di salute. Una variabilità che impone di porre la volontarietà al centro dell´azione per alzare l´età alla pensione. Prendo, tra tanti, un indicatore significativo: la condizione di salute percepita (indagine Istat del 1999). Nella fascia di età tra i 55 e i 64 anni, una persona su 10 afferma di star "male o molto male"; 5 su 10 stanno "discretamente"; 4 su 10 "bene o molto bene". Tra i 65 e i 75 anni, le proporzioni variano rispettivamente a 2, 6 e 2. Simili risultati si ottengono se si considera la prevalenza delle disabilità o delle malattie croniche. Immaginiamo di combinare le condizioni di salute con quelle di reddito, con l´organizzazione familiare, con le inclinazioni psicologiche, e risulta chiaro che la collettività si dispone in un ventaglio ampio (la cui ampiezza cresce con l´età) di situazioni individuali che si traduce in una variabile propensione al lavoro od alla quiescenza. Limiti rigidi e uguali per tutti non convengono ad una società così variegata. Massimo Livi Bacci