La Stampa 10/10/2006, pag.29 Domenico Scarpa, 10 ottobre 2006
Lucentini visto da Lucentini. La Stampa 10 ottobre 2006. Tra le diciassette lingue che la leggenda e la verità, una volta tanto concordi, attestano che Franco Lucentini conoscesse, la diciottesima fu il linguaggio del cosmo
Lucentini visto da Lucentini. La Stampa 10 ottobre 2006. Tra le diciassette lingue che la leggenda e la verità, una volta tanto concordi, attestano che Franco Lucentini conoscesse, la diciottesima fu il linguaggio del cosmo. Lucentini lo dominava con una fluency impeccabile: fu il suo amico Calvino a riconoscergli per primo questo talento, e a stuzzicarlo. La lettera da cui trascrivo qualche rigo (23.4.1961: è diretta a Mario Socrate) gli avrebbe fatto un gran piacere: «Vorrei fondare un movimento letterario cosmico. O meglio farlo fondare da Lucentini che ha queste idee ben radicate in testa, ed è andato a vedere l’eclissi a Recanati. Ma lui non ha tempo. Come non ne ho io». Se Lucentini non aveva tempo, al cosmo ci pensava però tutto il tempo, fin da bambino. La biografia che adesso gli dedica suo fratello Mauro, con quel guizzo leopardiano nel titolo (Il Genio familiare, dove l’allusione è al dialogo delle Operette morali che ha per protagonista Torquato Tasso; l’editore è Marlin di Cava de’ Tirreni, pp. 200, e12,50), è un autentico libro-miniera, pieno zeppo d’inediti tra i quali spiccano i frammenti di quella teoria generale dell’universo intorno alla quale Lucentini trafficò per tutta la vita. I brani che trascrivo sono tolti da due lettere al fratello: «Proprio in vicinanza della foresta della Faggiola /, presso quella fontanina dopo lo scalone che c’è sulla sinistra e che portava a un campo di lupini, essendo io sui cinque o sei anni e trovandomi in ora meridiana a bere a quella fontanina, né essendovi altri intorno, e tutto essendo nel silenzio, improvvisamente udii provenienti dalla strada sotto, dove passava il tram, tra Ariccia-Villini e Albano, un clacson (o più verosimilmente una tromba) di auto, che ruppe l’anzidetto silenzio. E mi trovai fulmineamente a pensare: "Se io fossi morto, suonerebbe ugualmente (ossia: non essendoci io a udirlo) quel clacson?". Dopodiché io stesso rimasi impressionato dalla profondità di quel pensiero» (1973). «Penso che i primi turbamenti metafisici non siano diversi da quelli del sesso. Gli uni e gli altri corrispondono allo svegliarsi di un istinto, di un bisogno naturale fin lì ignoto e perciò stesso allarmante» (1980). A questa ultima e veramente geniale annotazione Lucentini ispirò l’articolo dedicato alle Cosmicomiche vecchie e nuove del suo amico Calvino, una trentina di racconti che attuavano l’antico programma di scrittura cosmica. Calvino intendeva comporre un poema lucreziano dei tempi moderni. Si era inventato un personaggio dal nome impronunciabile, Qfwfq, il quale raccontava in prima persona l’intera evoluzione dell’universo, dalla comparsa delle prime particelle subatomiche su su fino alle guerre evolutive nelle quali sarebbero scomparsi i dinosauri e si sarebbero imposti gli anfibi, gli uccelli... Lui Qfwfq era sempre lì presente, era stato di volta in volta ciascuna di queste cose e animali e le andava riferendo a un pubblico invisibile, con una vocina petulante e uno spiccato senso dell’erotismo. Già, perché spesso le cosmicomiche di Calvino sono storie di attrazione sessuale: e, nel caso che qui c’interessa, proprio tra due particelle elementari. L’articolo di Lucentini sulle Cosmicomiche uscì su questo stesso giornale il 12 dicembre 1984. Era intitolato «Il nostro uomo su Deneb». Il libro veniva letto per l’appunto in chiave autobiografica (Qfwfq uguale Italocalvino) ed erotica: dove l’erotismo corrisponde a un principio di attrazione universale, presente e attivo nella materia, che l’enciclopedico Lucentini fa risalire al matematico svizzero Eulero (1707-1783). Il racconto della love story tra le due particelle (la partner di Qfwfq si chiama Nugkta, sia detto per il gossip) esce nell’estate dell’84; Calvino lo ha scritto nella sua casa di vacanza a Roccamare ispirandosi a un articolo sull’origine dell’universo, firmato dal fisico americano Alan Guth, che è stato proprio Lucentini a fargli avere, insieme con le sue postille cosmologiche: «... l’articolo però manca il punto principale della faccenda, e cioè che il niente è il solo "stato di cose" metafisicamente pensabile (ossia, pensabile tout-court) all’inizio, essendo il solo che non rinvia / a uno stato di cose precedente il quale a sua volta ecc. Per questo Leibniz ma quasi en cachette annotava che "il niente è più semplice e facile di qualche cosa". Agli stessi seguaci della teoria sembra poi sfuggire un altro punto di rilievo, ossia che il niente / non può restare a conti fatti che niente; e che dunque nel suo insieme (nel suo inverificabile insieme) l’universo letteralmente non esiste. Resta il problema del perché paiano esistere le cose singole, ma questo te lo spiego un’altra volta». Calvino ricambiava non solo con il suo racconto (un titolo da botta-e-risposta: Il niente e il poco), ma con un altro articolo americano di astrofisica e con una breve lettera (2.9.1984): «Il filo dei tuoi ragionamenti va più in là, nel nulla di prima e di dopo, e sarei molto curioso di sentirtelo sviluppare, la prima volta che ci vedremo». Calvino sopravvisse appena un altro anno, e la collaborazione così calorosamente impostata non ci fu: non ebbe tempo. Franco l’aveva suggerita così: «Non so se ricordi l’antico Meccano, con le sue scatole che andavano dal numero 0 e arrivavano, mi pare, al numero 7. A meno di non acquistare subito uno dei numeri più alti, cosa non da tutti, si cominciava con le poche rotelle e altri semplici pezzi del numero 0; poi si compravano via via le scatole di passaggio ai numeri superiori, fino all’ultimo che conteneva i più sofisticati ingranaggi e addirittura un motorino. Considera dunque l’ammirevole similitudine, e se con i tuoi e i miei pezzi non si riesca a montare qualche congegno...». Il cerchio si chiudeva, purtroppo. Lucentini non arriverà a mettere mano al Meccano per smontare e rimontare, giocando con l’amico Italo-Qfwfq, il complicato, il divertente, il forse inesistente universo. Domenico Scarpa