Corriere della Sera 11/10/2006, pag.37 Sergio Romano, 11 ottobre 2006
Vincenzo Azzolini e l’oro di palazzo Koch. Corriere della Sera 11 ottobre 2006. In una vecchia biografia di Luigi Einaudi curata da Riccardo Faucci ho trovato un breve accenno allo «spregiudicato» Governatore della Banca d’Italia durante il fascismo (1930-1944), Vincenzo Azzolini, predecessore dello stesso Einaudi
Vincenzo Azzolini e l’oro di palazzo Koch. Corriere della Sera 11 ottobre 2006. In una vecchia biografia di Luigi Einaudi curata da Riccardo Faucci ho trovato un breve accenno allo «spregiudicato» Governatore della Banca d’Italia durante il fascismo (1930-1944), Vincenzo Azzolini, predecessore dello stesso Einaudi. Si può esprimere su questo personaggio un giudizio così netto e negativo? Andrea Sillioni Caro Sillioni, non credo che il giudizio di Einaudi su Azzolini, a cui il futuro presidente della Repubblica subentrò il 2 gennaio 1945, fosse così negativo. Mentre Einaudi era in Svizzera, al riparo da interferenze e minacce tedesche e fasciste, il povero Azzolini era a Roma o sul Lago di Como, alle prese con una situazione che nessun governatore, probabilmente, avrebbe saputo affrontare meglio di lui. vero tuttavia che il suo ricordo, negli uffici e nei corridoi di Palazzo Koch, suscita ancora imbarazzo. Nel libro pubblicato dalle Edizioni dell’Elefante di Enzo Crea per il centesimo anniversario della Banca d’Italia, la conclusione del governatorato di Azzolini è brevemente descritta con parole che tradiscono un certo disagio: «Nel giugno del 1944 (...) Azzolini è arrestato con l’accusa di aver favorito la depredazione della riserva aurea da parte dei nazisti e cessa dall’incarico; il suo processo si conclude, dopo una severa condanna di primo grado, in una assoluzione». Se lei vuole maggiori informazioni sulla sua politica monetaria, nei quattordici anni in cui fu alla testa della Banca centrale, e sulle sue sventure, potrà leggere lo studio di Alessandro Roselli («Il governatore Vincenzo Azzolini») pubblicato da Laterza nel 2000, oppure le pagine dedicate alla sua persona in un recente libro di Elena Polidori («Via Nazionale. Splendori e miserie della Banca d’Italia») pubblicato da Longanesi. In grande sintesi gli avvenimenti che lo portarono sul banco degli accusati andarono così. Dopo l’8 settembre 1943 i tedeschi sostennero che la situazione della capitale, ormai sempre più vicina alla linea del fronte, esigeva il trasferimento al nord dell’oro depositato nel caveau dell’istituto di via Nazionale. Azzolini avanzò obiezioni, tergiversò e infine, con una mossa «spregiudicata» (in questo caso l’aggettivo è perfettamente appropriato), fece aprire un nascondiglio nel muro del caveau. «In quattro e quattr’otto», scrive Elena Polidori, «viene eretto un muro di mattoni, poi imbiancato. Operai di estrema fiducia lo asciugano con lampade e ventilatori per farlo sembrare vecchio; contemporaneamente viene predisposta una documentazione falsa per confondere i tedeschi». Ma quando un informatore denunciò lo stratagemma al comando tedesco della città, Azzolini dovette ordinare che il muro venisse abbattuto e l’oro rimesso al suo posto. Non gli restava che cedere alle pressioni tedesche e permettere che una parte delle riserve auree venisse portata al Nord. Ma decise di seguirle e di trasferire i suoi uffici, con un centinaio di dipendenti, a Moltrasio, sul Lago di Como. Sapeva che sarebbe diventato in tal modo, a tutti gli effetti, un funzionario della Repubblica sociale, ma si comportò come un pastore d’anime che segue il gregge dei suoi fedeli in cattività piuttosto che abbandonarli al loro destino. La decisione di stare con il gregge gli valse un mandato di cattura predisposto, secondo Elena Polidori, dall’Alto commissario aggiunto per l’epurazione Mario Berlinguer, in cui lo si accusava di «avere collaborato con il tedesco invasore, facendo al medesimo consegna della riserva aurea della Banca d’Italia». Il processo durò appena quattro giorni e il pubblico ministero chiese la pena di morte mediante fucilazione. Ma i giudici lo condannarono a trent’anni. Rimase per qualche anno a Regina Coeli come vicebibliotecario del quarto braccio, ma il nuovo clima creato dall’amnistia di Togliatti gli permise di chiedere una revisione del processo. Il 14 febbraio 1948 il tribunale di Roma riconobbe che Vincenzo Azzolini aveva cercato di resistere ai tedeschi «ponendo in essere quegli accorgimenti che il tempo e le circostanze consentivano». Qualche anno dopo, in occasione di una cerimonia, rimise piede a palazzo Koch e venne trattato, come riferì un testimone, «con ogni rispetto». Morì a Roma nel 1967. Sergio Romano