Varie, 11 ottobre 2006
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Matteucci Nicola
• Bologna 10 gennaio 1926, Bologna 9 ottobre 2006 • «[…] non è stato soltanto uno storico della filosofia, un conoscitore straordinario del costituzionalismo, un polemista battagliero (sul Resto del Carlino e poi sul Giornale, dove l-aveva chiamato Indro Montanelli). Va da sé che la cultura italiana gli deve molto: un ”classico” come il Dizionario di politica, curato con Norberto Bobbio, i saggi sullo stato moderno e sulla democrazia, una continua rielaborazione della storia del pensiero politico alla luce delle sue passioni intellettuali, gli autori di una vita: Tocqueville, di cui non finiva di ammirare la modernità liberale, e Croce, con cui aveva studiato giovanissimo a Napoli, dopo la laurea in giurisprudenza conseguita nel 1948 a Bologna. Ma per apprezzarne compiutamente la personalità era necessario ascoltarne la lezione vivente, come facevano i suoi studenti e i collaboratori che venivano a trovarlo la mattina nel suo ufficio al Mulino. Capire i suoi modi un po’ bruschi, le sue idiosincrasie sbrigative, il suo affetto talvolta ruvido, i rabbuffi improvvisi, le rapide riappacificazioni, i congedi senza smancerie. Dietro quei modi, si poteva trovare lo spessore di un intellettuale che aveva maturato le sue convinzioni liberali grazie a una sperimentazione incessante, a un mettersi alla prova con la politica, a un gusto speciale per il discorso pubblico e il confronto di idee. Aveva scelto giovanissimo la sua via all’impegno civile, allorché si era ritrovato con gli amici del liceo Galvani (fra gli altri Antonio Santucci, Pier Luigi Contessi, Federico Mancini, Fabio Luca Cavazza, Luigi Pedrazzi) per dare vita nel 1951 alla rivista il Mulino. Era l’esordio di una generazione che tentava di smuovere il panorama della cultura italiana, dopo la dittatura e la guerra: e oggi può risultare addirittura emozionante rileggere le riflessioni sul ”postfascismo”, svolte da un giovane che portava in sé il segno della tragedia che aveva colpito lui e la sua famiglia, nei giorni euforici e atroci della Liberazione (con pudore, Matteucci concedeva talvolta il ricordo della vicenda del padre, ucciso clandestinamente nel clima di una rudimentale vendetta di classe dopo il 25 aprile, senza che questa memoria dolente scalfisse mai la sua coscienza di liberale). Il Mulino, prima la rivista e dal 1954 la casa editrice, sarebbe stato la sua casa culturale per mezzo secolo. Un sodalizio in cui si impegnò senza mai perdere di vista l’ambiente liberale, i lamalfiani, i colleghi di Nord e Sud come Francesco Compagna, gli amici rivali come Marco Pannella, i compagni di strada come Massimo Severo Giannini, gli interlocutori dialettici come Nino Andreatta, con cui aveva dato vita alla facoltà bolognese di scienze politiche. Cercava sempre di connettere il suo rigore di costituzionalista con le proiezioni nuove della filosofia contemporanea. Si lagnava che il gruppo dei filosofi del Mulino non avesse intercettato il contrattualismo di Rawls e lo stato minimo di Nozick, si appassionava alla riscoperta della democrazia ”dialogica” di Hannah Arendt, si incuriosiva per la filosofia pratica di Voegelin e Strauss, il pensiero neogreco, i comunitari americani, le strutture ”metaconsce” di Hayek. Da direttore del Mulino, aveva riunito un gruppo di giovani fra cui spiccavano Angelo Panebianco, Lorenzo Ornaghi, Carlo Galli, Alessandro Dal Lago. Li trattava con la civetteria del talent scout, fingendo di stupirsi delle loro spregiudicatezze. E con tutti esibiva quel tratto irripetibile dell’aristocratico vero, che può permettersi un tono autenticamente popolare (perfino nella sua inattesa scelta di centrodestra, a metà degli anni Novanta, lui antipopulista per eccellenza, a favore del populista Berlusconi). Si scorgeva in lui la serena certezza del laico, che lo induceva a dialogare senza ipocrisie con i cattolici come a infervorarsi per la tradizione culturale ebraica. E in ogni momento si poteva apprezzare la nonchalance dello studioso che affronta la sua giornata con scioltezza, senza accademismi, fuori di ogni retorica, soddisfatto della sua villa nella campagna bolognese, del suo tavolo di lavoro, delle sue schede bibliografiche, della scienza liberale da cui non si era mai separato, neppure nel momento della fatica e del dolore» (Edmondo Berselli, ”la Repubblica” 11/10/2006).