Varie, 10 ottobre 2006
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Redeker Robert
• Lescure (Francia) 27 maggio 1954 • «[…] il professore di liceo braccato, guardato a vista dagli agenti segreti della Direzione della sorveglianza del territorio per aver criticato l’islam in un articolo sul Figaro [...] ”Per aver goduto di un diritto sancito dalla Costituzione, in un paese in cui la blasfemia non è un reato, mi trovo costretto a tacere [...] Vivo sequestrato. Non sono più libero dei miei movimenti, costretto al domicilio coatto. E in questo c’è una responsabilità del governo. Il diritto alla libertà di espressione esiste, a me però consigliano di traslocare, o di fare un po’ di lavori per rendere più sicura la mia casa, anche se i governanti rifiutano di darmi un aiuto materiale per realizzarli. L’alternativa è l’autocensura o la prudenza. Come se l’islamismo fosse un’esagerazione estremista. Ma nella storia dell’islam [...] non c’è nulla di moderato. E per questo mi rivolgo a tutti i musulmani, affinché comprendano quanto il loro sostegno sia essenziale”. Redeker è stato duro e scomodo, come sempre. E i musulmani gli hanno risposto. Su Le Point, Tariq Ramadan – uno degli intellettuali islamici più controversi, vicino ai Fratelli musulmani – ha espresso la sua ”condanna assoluta di una minaccia di morte priva di giustificazioni e di circostanze attenuanti”, come quella che ha colpito Salman Rushdie e Theo van Gogh. Ma ha anche esternato il suo ”diritto di dire che il testo di Redeker è approssimativo, volgare, a volte odioso e razzista, insomma orrendo. E tradisce dall’inizio alla fine la volontà di provocare e di scioccare stupidamente”. [...] Non nuovo alla polemica, Robert Redeker è una perfetta incarnazione dello spirito incendiario, del pamphlettista che parte lancia in resta all’assalto dell’universo mondo per denunciarne gli abusi, siano essi i viaggi intercontinentali di Giovanni Paolo II, le nefandezze del mercato pubblicitario, la lettura quotidiana dell’oroscopo, o la morsa ottundente in cui Internet stringe la scuola. Redeker resta un militante della sinistra radicale, sostenitore del socialista nazionalista Jean-Pierre Chevènement alle ultime presidenziali. E rappresenta il puro prodotto di quello straordinario vettore di ascesa e promozione sociale che in Francia è la scuola e la cultura. Figlio di contadini del sud-ovest, cresciuto di stenti in una misera fattoria dell’Ariège, soltanto da ragazzo ha scoperto che i genitori avevano preferito restare in Francia a lavorare la terra, dopo esser fuggiti dalla Germania nazista, piuttosto che tornare a vivere da piccoli borghesi tedeschi, come racconta lui stesso in un testo autobiografico pubblicato su Temps Modernes, e ripreso dal Monde. Sin dalle origini familiari, dunque, Redeker porta l’imprinting del paria, dell’umiliato sociale, che a forza di libri, di studi e di letture, trova la via del riscatto e riesce a crearsi un posto al sole, lasciando i campi di girasole, la vendemmia e la vendita di concimi, per passare l’esame di abilitazione e mettersi a insegnare filosofia in un liceo. Ma sarà per lui un ”mestiere ingrato, scelto per mancanza di immaginazione”, e ben presto trasformato, suo malgrado, in una sorta di missione di animatore o di guardiano d’infanzia. Da qui la volontà di farsi un nome e una reputazione nella sfera dell’alta cultura, lanciandosi nel ”débat d’idées” da battitore libero di riviste prestigiose, come quella fondata da Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir, o come commentatore estemporaneo dei grandi quotidiani. Scomodo, scomodissimo, ora è un martire della libertà di pensiero. Ma i suoi nemici, che lo guardano dall’alto in basso anziché difenderlo, citano George Bernard Shaw: ”Il martirio è il modo migliore per arrivare alla notorietà senza alcun merito particolare”» (’Il Foglio” 6/10/2006).