Varie, 10 ottobre 2006
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Phelps Edmund
• S. Evanston (Stati Uniti) 26 luglio 1933. Economista. Premio Nobel 2006 • «[…] il teorico del ”tasso naturale di disoccupazione”, ineliminabile, lo studioso che ha messo il lavoro al centro della dignità umana e vede l’impresa come motore dello sviluppo. Chi lo conosce assicura che sa tutto del capitalismo italiano così come della ”questione meridionale”. Ricorda che ha collaborato con il Cnr, che frequenta con una certa assiduità l’Università di Roma Tor Vergata, e anni orsono ha passato quattro mesi all’ufficio studi della Banca d’Italia per certe sue specialissime ricerche sugli investimenti. [...] ”Il lavoro di Phelps ha cambiato la nostra visione sul modo in cui opera la macroeconomia”, ha scritto l’Academy del Nobel nelle motivazioni. E infatti il merito maggiore di questo americano dell’Illinois è di aver fornito la prima spiegazione logica alla stagflazione (crescita simultanea dell’inflazione e della disoccupazione) che stava piegando numerose economie nel corso degli anni ”70. Professore alla Columbia, sposato con Viviane, una signora argentina, si è segnalato al grande pubblico già all’inizio degli anni Sessanta con uno scritto singolare: una ”favola per gli uomini della crescita” in cui spiegava, con linguaggio semplice in che modo incrementare un uso efficiente delle risorse, con tanto di ”golden rule” per la ricerca e l’accumulazione di capitale. Ma in Italia i suoi allievi lo ammirano soprattutto per la capacità di unire il rigore analitico ad un sincero interesse per le conseguenze sociali delle attività economiche. Ne sono un esempio i problemi affrontati nel volume Premiare il lavoro in cui il Nobel afferma che non è necessario essere leali a tutti i costi verso i principi pur validi del libero mercato. E cita il caso dei sussidi che, a suo dire vanno concessi a chi è rimasto ”indietro” nella società, emarginato e dunque solo alle basse qualifiche. Sussidi all’occupazione, beninteso, e non alla disoccupazione che umilia l’individuo rendendolo cronicamente dipendente dallo Stato. Non a caso il comitato del Nobel ha posto la sua attenzione anche al contributo di analisi su ”l’importanza del capitale umano per la diffusione delle nuove tecnologie e la crescita delle imprese”. Già negli anni Sessanta, Phelps rappresentava la punta più avanzata degli studiosi che cercavano un ”ponte” tra la macro e la microeconomia. All’epoca era accettata l’idea che ad un più elevato tasso di inflazione corrispondesse un più basso tasso di disoccupazione. Ma lui ha avuto la grande intuizione di guardare alle aspettative, elemento decisivo per orientare il comportamento degli operatori economici. [...]» (e. p., ”Repubblica” 10/10/2006) • «[...] di rado rinuncia alle idee che sfidano le convinzioni acquisite. Di recente lo ha fatto contro la proposta degli economisti progressisti di offrire un sussidio a chi perde il posto a causa della concorrenza dei paesi a basso costo. Per lui non c’è ragione di tutelare una categoria di disoccupati più di altre. Piuttosto, altro punto rilevante per l’Italia di oggi, Phelps propone un’integrazione pubblica del reddito ai lavoratori dei Paesi avanzati che guadagnano di meno. ”Con masse di cinesi e indiani che schiacciano i salari minori al ribasso – scrive Phelps – trascurare queste categorie avrebbe effetti acuti”. Non però che [...] creda molto alle teorie keynesiane e al ruolo dello Stato nell’economia. Nella motivazione del Nobel, l’Accademia reale delle scienze di Stoccolma cita fra l’altro la sua sfida negli anni ”60 all’idea che i governi dovessero ricercare un equilibrio fra inflazione e disoccupazione. Sui prezzi incidono anche le attese in proposito di famiglie e imprese, disse Phelps. Banca centrale europea e Federal Reserve ringraziano ancora» (Federico Fubini, ”Corriere della Sera” 10/10/2006) • «[...] rappresenta così profondamente una delle figure centrali del pensiero economico degli ultimi 40 anni che è frequente riferirsi a lui con il nomignolo di ”Ned”, come a un personaggio familiare, sia per gli economisti ”d’acqua fresca” (Chicago) sia per quelli di ”acqua salata” (nelle università della costa Est degli Stati Uniti), sia per i colleghi e i molti allievi sparsi in Europa che negli ultimi decenni lo hanno conosciuto nel suo ufficio alla Columbia University. [...] è stato a tal punto protagonista del dibattito teorico e di politica economica da essere stato sia all’origine della critica terminale a Keynes negli anni Sessanta, sia alla nascita della scuola neo-keynesiana negli anni Ottanta. [...] Assieme a Friedman, ”Ned” ha demolito la curva di Phillips di lungo periodo che reggeva l’edificio keynesiano, mettendo in dubbio che potesse esistere uno scambio sfruttabile politicamente tra inflazione e disoccupazione. Se il ”Presidential Address” di Friedman nel ”67 fu l’occasione in cui l’edificio cadde, il lavoro di Phelps per oltre un decennio successivo fu l’autopsia e la spiegazione del decesso keynesiano. Fu la sua analisi sistematica del ruolo delle aspettative a dimostrare l’insostenibilità teorica dell’equilibrio tra disoccupazione e inflazione attesa: se la disoccupazione cala al di sotto del livello di equilibrio, l’inflazione aumenta e le aspettative di inflazione adeguandosi la fanno ulteriormente aumentare anziché ridurre la disoccupazione. Il modello di Phelps (noto come ”expectations augmented Phillips curve”) è entrato nello strumentario d’obbligo dei policymakers e dal punto di vista più generale il contributo di Phelps fu quello di riportare l’attenzione dei macroeconomisti ad alcuni dei fondamentali micro, cioè dei comportamenti degli attori individuali, che erano stati completamente trascurati dai modelli keynesiani, e che a fatica erano stati recuperati negli approfondimenti della sintesi neoclassica. Alle micro-fondazioni neoclassiche, Phelps aggiunge il ruolo delle aspettative in modelli che infatti vengono definiti ”micro-macro” con concetti innovativi come quello di ”salario di incentivo” o di modelli ad isola. L’intero sviluppo successivo con Lucas e le aspettative razionali ha potuto beneficiare del lavoro di Phelps. Nonostante un linguaggio tecnico molto severo e un’espressione linguistica ardua perfino nei libri ”introduttivi” da lui scritti, i contributi di Phelps hanno sviluppato concetti comuni anche al dibattito non specializzato come quello di ”regola aurea dell’accumulazione di capitale” che consente di dare una valutazione quantitativa del livello di risparmio in una società. Ma uno dei maggiori contributi fondativi che hanno aperto riflessioni al di là del dibattito economico è stato quello sulla ”coerenza dinamica” che applicava i concetti di reputazione e di credibilità ai responsabili delle politiche economiche. I suoi libri sono dichiaratamente favorevoli all’economia di mercato, ma già a metà degli anni Ottanta i suoi testi sviluppavano ampiamente concetti che oggi sono la base delle riflessioni sui ”fallimenti del mercato” e sul tipo di intervento regolativo che è richiesto allo Stato: problemi di ”segnalazione”, di informazione asimmetrica, di contrattualità, di costi di ricerca e tutto il resto del gergo dell’analisi del capitalismo in condizioni di concorrenza imperfetta e della ricerca delle logiche di comportamento degli attori economici. Nel dibattito politico, Phelps ha rappresentato quindi più volte nella sua vita l’uomo che costringe gli altri a ripensare le proprie convinzioni. Quando uscì il suo libro Political Economy, Larry Summers lo salutò dicendo: ”Fino a ieri si poteva pensare che i repubblicani avessero cervello e i democratici avessero cuore: da oggi non è più così”» (Carlo Bastasin, ”La Stampa” 10/10/2006).