Note: [1] Manuela Cartosio, il manifesto 5/10; [2] Barbara Ardù, la Repubblica 4/10; [3] D. Pir., Il Messaggero 5/10; [4] m. sen., Corriere della Sera 5/10; [5] Loris Campetti, il manifesto 5/10; [6] Aldo Cazzullo, Corriere della Sera 5/10; [7] Emanuela M, 7 ottobre 2006
APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 9 OTTOBRE 2006. 4,3
miliardi di euro: è la cifra che la finanziaria 2007 così come l’ha pensata il governo vuol togliere ai comuni. Come prevedibile, «le fasce tricolori sono incazzate come bisce» (il manifesto). [1] Linda Lanzillotta, ministro degli Affari Regionali: «Certo hanno avuto un trattamento particolarmente severo e il risultato è che per non aumentare la pressione fiscale dovranno ridurre la spesa. Saranno dunque i servizi ai cittadini a vacillare, il sistema del welfare, che è fondamentale non solo sotto il profilo dell’assistenza, ma perché è un grimaldello per accrescere la competitività. Pensiamo solo alle donne, che se dispongono di adeguati servizi, possono entrare nel mercato del lavoro». [2]
Rispetto al passato le novità principali sono due. Il Messaggero: «Primo: agli enti locali viene lasciata libertà di spendere le cifre concordate mentre la Finanziaria di Tremonti era molto rigida perché fissava dei tetti anche per spese minori come quella della benzina per le auto di servizio. Secondo: viene fissato un minuziosissimo meccanismo di controlli (ogni tre mesi le amministrazioni dovranno comunicare via internet al Tesoro lo stato delle loro finanze) per cui per le Regioni o le Province ”fuori-legge” scatteranno automaticamente gli aumenti di tasse. Esempi: secondo l’articolo 73, commi 14 e 15 nelle Regioni spendaccione entro il 15 luglio di ogni anno la benzina aumenterà di 0,0258 millesimi di euro al litro (le vecchie 50 lire) anche il bollo auto potrebbe salire del 5% mentre l’Irap e l’addizionale Irpef potrebbero salire illimitatamente. Al pareggio dei conti non si scappa». [3]
Secondo il governo l’aumento delle addizionali Irpef dallo 0,5 allo 0,8% porterebbe nelle casse comunali 3,5 miliardi di euro in più. Problema risolto? Fabio Sturani, sindaco ds di Ancona: «Forse a Milano e a Roma, dove ci sono molti abitanti e redditi medi più elevati. Qui no, e figuriamoci nelle città del Sud. Se anche raddoppio l’addizionale Irpef e aumento l’Ici dal 4 al 6 per mille non arrivo a 8 milioni di euro». Il problema è che La Finanziaria 2007, per lui, significa 13 milioni di tagli: «Il 10% del bilancio. Fanno 131 euro per ogni cittadino. Tutti, da 0 a 100 anni». Soluzione: tagli, ai trasporti, all’illuminazione, alla manutenzione delle strade, agli asili nido, all’assistenza agli anziani. Oppure comprare gli autovelox, coprire il buco con le multe. [4]
Per le grandi città, valga l’esempio di Torino. Il sindaco Sergio Chiamparino (ds): «Secondo i calcoli dell’Anci la manovra prevede tagli che ammontano a 190 milioni, pari alla somma di tutte le attività di assistenza, istruzione e lavoro. Certo, si salverebbe il personale, peccato però che a quel punto non avrebbe più niente da fare. Se anche decidessi di alzare al massimo e per tutti l’Ici - cosa che non intendo fare, dopo tanto discutere sull’esenzione della tassa per la prima casa - e di fare lo stesso per l’Ire; se anche applicassi la tassa di soggiorno e facessi un po’ di gestione immobiliare con qualche vendita per abbassare l’indebitamento, al massimo riuscirei a tirare fuori 90 milioni, 100 in meno di quelli che vogliono tagliarmi. Resterebbe comunque fuori la somma delle spese per l’assistenza e il lavoro. Ma poi, che senso ha chiedermi di spremere in questa maniera ingiusta e miope i miei cittadini?». [5]
Dopo che Padoa Schioppa si è presentato come Robin Hood, arrivano gli sceriffi di Nottingham. Sergio Cofferati, sindaco di Bologna (altro ds): «Lui difende i poveri, e noi sindaci dovremmo vessarli. Mi spiace: non ci sto. Agli enti locali tolgono 4 miliardi e impongono la scelta tra la riduzione di servizi importanti e l’aumento di imposizione fiscale: addizionale, tassa di scopo, tassa di soggiorno, Ici. Nell’una come nell’altra ipotesi, l’azione cui vengono costretti gli amministratori locali inevitabilmente agisce sulla platea che si è detto di voler proteggere. Se io taglio servizi, non incido sulle condizioni degli abbienti e dei ricchi; incido sulle condizioni dei più deboli». [6] Chiamparino: «Se esaminiamo la torta del deficit della pubblica amministrazione il 73 per cento arriva dallo Stato e il 4 per cento dai Comuni. Ora, se su una manovra da 33 miliardi i Comuni devono tagliarne 4 e mezzo, vede subito che la proporzione non viene rispettata». [7]
Gli enti locali non sono esenti da colpe. Antonio Martino (Forza Italia): «Nessuno sa con esattezza quanto gli costino ogni anno le spese della sua Regione, della sua Provincia o del suo Comune. Il contribuente versa all’erario statale imposte che verranno poi utilizzate dagli enti locali in base a loro criteri. Il sistema per i politici locali è ideale: possono fornire l’impressione di grande generosità, danno senza prendere niente. Credo che sia arrivato il momento di mettere a freno le propensioni spenderecce del figliol prodigo. Le decisioni di spesa e prelievo devono essere assunte simultaneamente dalla stessa amministrazione, costringendo così gli amministratori a valutare oculatamente costi e benefici di una data spesa e mettendo i cittadini in condizione di conoscere meglio e potere quindi controllare le spese dei propri amministratori locali. La Finanziaria non è difendibile nemmeno su questo punto perché le maggiori imposte che gli enti locali saranno costretti ad introdurre vanno ad aggiungersi a quelle statali, anch’esse peraltro accresciute, non a sostituirsi, ma il principio della responsabilità fiscale degli enti locali mi sembra sacrosanto». [8]
Il deficit dei comuni italiani ammonta a 2,7 miliardi di euro (fonte Istat). L’idea era di azzerarlo in due anni. Leonardo Domenici, sindaco Ds di Firenze e presidente dell’Associazione dei Comuni italiani: «Identificare i Comuni come il luogo dove si spreca il denaro pubblico è un’ingiustizia. vero: i costi della politica sono alti. Ma le distorsioni esistono a tutti i livelli. Io sono stato parlamentare e poi sindaco. E so bene quale sia la differenza di stipendio tra questi due ruoli. Le imposizioni dall’alto sono sbagliate. Non vorrei trovarmi a capo di un movimento spontaneo che raccoglie firme per sforbiciare il numero dei parlamentari». [9] Si dice: i sindaci prendano esempio dai ministri e si taglino lo stipendio. Sturani: «Io prendo 3.300 euro al mese e sono sindaco di uno dei soli 47 comuni italiani con oltre 100 mila abitanti. Sa quanto prende un sindaco di una città di 3000 abitanti? 970 euro, cosa tagli?». [4]
I forti limiti all’indebitamento per investimenti sono secondo i sindaci un problema. Cofferati: «Buona parte dello sviluppo è data dagli investimenti degli enti locali. Per un Comune come Bologna la soglia normale di indebitamento è di 40 milioni all’anno; ora si riduce a 8. Ne consegue che gli investimenti produttivi saranno ridotti, e il nostro necessario impulso alla ripresa può venire meno». [6] Domenici: «Andiamo per un attimo all’ultima Finanziaria, quella polista. Nel 2006 investiva le nostre casse per 1,8 miliardi. Oggi almeno 100 Comuni non sono in grado di rispettare quei vincoli. Figuriamoci se possono reggere i nuovi». [9]
Si dice: non la chiamano ”rivolta” solo perché al governo c’è l’Unione. [10] Riccardo Illy, presidente del Friuli Venezia Giulia (centrosinistra): «Sfoglio i giornali, guardo le cifre e mi chiedo: che fine hanno fatto le riforme? Non ce n-è traccia. E senza di quelle, l’Italia non va da nessuna parte. L’avevamo detto in campagna elettorale, era un nostro impegno... Adesso, invece, rischiamo di perdere anche quel pizzico di credito politico che faticosamente avevamo conquistato nel Nord». [11] Sergio Romano: «La modernizzazione del Paese e la sua capacità di restare in Europa dipendono in ultima analisi, anche se i centri politici e le istituzioni romane hanno qualche tendenza a dimenticarlo, dalle regioni che hanno saputo dare prova di maggiore dinamismo e che più contribuiscono alla ricchezza nazionale». [12]
Secondo il governo la manovra guarda al Mezzogiorno. Adriana Poli Bortone, sindaco di Lecce (An, vicepresidente vicario dell’Anci): « davvero paradossale. L’unica cosa che hanno fatto per il Sud è stato eliminare il ponte sullo stretto di Messina. E penalizzare il turismo con la tassa di soggiorno. A Lecce cominciavamo a vedere un po’ di turisti e ora dovremo chiedere a ognuno di loro cinque euro al giorno, sono senza parole». [13] Rosa Russo Jervolino, sindaco di Napoli (centrosinistra): «L’unica cosa specifica per la città è l’articolo 36 della legge che liberalizza i fondi Inail e dà la possibilità di costruire la Cittadella della polizia. Cosa importantissima, però lo Stato non ci mette un euro». [14]
La coralità della protesta dei sindaci ha dato corpo ad una lobby decisa a costringere Prodi e Padoa Schioppa a un ripensamento. Massimo Franco: «E in grado, pare di capire, di ottenerlo. La convocazione dei comuni italiani a Palazzo Chigi sarà il risultato di un fuoco di fila di tutti i ”primi cittadini”, molti dei quali esponenti di primo piano del centrosinistra. Il loro allarme ha costretto la maggioranza ad assicurare che il testo è modificabile; e che si piegherà a richieste presentate come irrinunciabili». [10] Il Messaggero: «L’apertura del tavolo di confronto fra governo e Regioni, Comuni e Province promette parecchie novità sugli articoli della Finanziaria dedicati agli enti locali. E tuttavia secondo tutti gli osservatori sarà davvero difficile smontare l’impianto scolpito nella trentina di pagine della legge di bilancio». [3]
Roma, Torino, Firenze, Bologna: la protesta dei sindaci delle grandi città è dirompente per il già fragilissimo equilibrio del governo. Roberta Carlini: «I quattro sindaci in questione – tutti dei Ds, il primo partito della coalizione; tutti molto popolari; tutti con statura politica nazionale; e, tra loro, uno che rappresenta tutti i Comuni d’Italia e l’altro che è candidato perenne nella panchina dei leader – hanno un peso politico rilevantissimo. E potenzialmente sovrastante, rispetto a quello di un Prodi fiaccato dal caso Telecom e appannato dalla trattativa sulla finanziaria (senza parlare delle secche nelle quali si trova il progetto del partito democratico). Forse è presto per dire che sulla legge finanziaria sono già iniziate le grandi manovre in vista del dopo-Prodi (anche se in questo senso c’è più di un indizio); ma certo sono in pieno corso le manovre del dopo-finanziaria». [15]