Note: [1] Filippo Facci, Il Giornale 30/8; [2] Luca Telese, Il Giornale 31/8; [3] Walter Veltroni, La Gazzetta dello Sport, 25/8; [4] Stefano Boldrini, La Gazzetta dello Sport 22/5/2003; [5] Flavio Vanetti, Corriere della Sera 11/8; [6] Jena, La Stampa 1/, 22 maggio 2003
APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 4 SETTEMBRE 2006
«Egregio e carissimo Sindaco di Roma Walter Veltroni, sia chiaro, va tutto bene anche se qualche interrogativo, invero, ce lo eravamo posti quando scoprimmo che Ella aveva persino doppiato un cartone animato facendo la voce di certo Rino Tacchino. Era Amici per le penne, Walt Disney, anno 2005, Ella ricorderà. Lei fece anche questo, e ci eravamo chiesti, dunque, sino a che punto potesse spingersi l’abulia esistenziale di un uomo che aveva raggiunto eccellenti livelli in una nota professione (il politico puro, che pure è una non-professione) e che ne aveva poi approfittato per tipicamente levarsi qualche virtuosità dalle scarpe: e allora libri, saggi, iniziative le più varie, opinioni le più sciorinate, e festival, promozioni, sponsorizzazioni, rivalutazioni, Veltroni. Del resto a noi che cosa importa di questo? C’è forse qualcosa di male nell’eclettismo di un politico che nel luglio scorso, intervistato da Grazia, ha pure ammesso che ”Non so stare senza far nulla, ho sempre vissuto di corsa, convinto che, come mio padre, avrei avuto poco da vivere”?» (Filippo Facci). [1]
«Vorrei scriverlo io il libro sulla mia generazione... ma non ho tempo», ha detto Massimo D’Alema. Luca Telese: «Walter invece il tempo ce l’ha». [2] Pochi giorni fa ha pure scritto un commento sulla partita dell’Italia contro gli Stati Uniti ai mondiali di basket pubblicato dalla Gazzetta dello Sport. Gia che c’era, s’è lamentato: « possibile che del Mondiale del secondo o terzo sport più popolare d’Italia si vedano solo, in tv, le partite dell’Italia? Non una rubrica, non una partita di altre squadre. Giocano i migliori giocatori del mondo, ma gli schermi televisivi sono vuoti». [3]
Quella per il basket è una passione riscoperta di recente. Prima, si sa, c’era la Juve: «Non c’è un motivo per spiegare le origini del tifo: t’innamori e basta. Il tifo è sentimento: per questo quelli che cambiano squadra in virtù del mestiere che fanno o che scelgono scientificamente da che parte stare, mi spaventano. Ci vuole coerenza: è quasi più comprensibile cambiare un partito perché ci sono le cosiddette ragioni storiche, ma una squadra di calcio non si può tradire. Della Juventus mi piacquero i colori, i giocatori, Sivori». [4]
La passione per il basket data «metà anni 60, i tempi di Simmenthal e Ignis». L’oblio è durato fino a «diciamo l’Olimpiade di Atene, anche se non è mai stata una dimenticanza totale. Comunque, nel 2004, andai a vedere il debutto degli azzurri contro la Nuova Zelanda: vittoria sofferta, la prima di un torneo che ci avrebbe condotto a un argento incredibile. Quel giorno scoprii la passione delle figlie e, in me, si riaccese una fiamma. Ora questa fiamma è diventata una ”malattia” in forma inquietante. Racconto questa: a maggio ho subito un piccolo intervento, al risveglio ho chiesto il risultato della Lottomatica; ecco, mia moglie voleva menarmi». [5]
Di scrivere libri non ha mai smesso. Facci: «Il Pci e la questione giovanile, A dieci anni dal ’68, Il sogno degli anni Sessanta, Il calcio è una scienza da amare, Io e Berlusconi, I programmi che hanno cambiato l’Italia, Il sogno spezzato. Le idee di Robert Kennedy, La sfida interrotta. Le idee di Enrico Berlinguer, Certi piccoli amori, La bella politica, Certi piccoli amori 2, Governare da sinistra, I care, Forse Dio è malato. Diario di un viaggio africano, Il disco del mondo. Vita breve di Luca Flores, musicista, Senza Patricio». [1] L’ultimo, il romanzo La scoperta dell’alba (Rizzoli, 16 euro), appena uscito, è già uno strepitoso successo. Jena: «Il libro di Grass ha venduto centocinquantamila copie in due settimane, quello di Veltroni centomila in soli due giorni. E senza nemmeno confessare di esser stato un giovane comunista». [6]
In breve, La scoperta dell’alba è la storia di Giovanni Astengo, archivista comunale con una moglie amata anche se distratta dalla sua professione, un figlio Lorenzo che si propone come intelligente interlocutore del padre, una figlia down Stella. Un giorno scopre che può parlare al telefono con se stesso bambino, si spaccia per lo zio d’America e cerca in tutti i modi di scoprire la verità sul padre Giacomo, professore di architettura scomparso nel ’77 senza dire una parola ecc. Dacia Maraini: «Per i libri passati si poteva parlare di memorialismo politico giornalistico, qui siamo nella pura narrativa e lo testimonia la resa gioiosa agli arcani di un linguaggio da seminare, arare e fare crescere pagina dopo pagina». [7]
La presentazione del libro è avvenuta alla Festa dell’Unità di Milano. Al fianco Sandro Veronesi, lo scrittore che quest’anno ha vinto con Caos calmo lo Strega: «libro filosofico di impianto e impatto realistico», ha spiegato, pieno di quei «simboli che le nostre menti formate non sono più educate a vedere». [8] Per molti è la dimostrazione che anche nella sinistra si annida il vecchio virus del clan, della cordata di potere che privilegia l’appartenenza al talento. Massimo Gramellini: «L’adolescente Martina Veltroni, nonostante sia figlia di Veltroni, è riuscita a ottenere il posto di assistente alla regia nel film Manuale d’amore 2 di Giovanni Veronesi. Giovanni Veronesi è fratello di Sandro, che nonostante sia amico intimo di Veltroni ha vinto il premio ”Strega” grazie ai voti di un altro centinaio di amici intimi di Veltroni con il romanzo Caos calmo». [9]
Si fanno paragoni con Conrad, Pirandello, Borges. Veltroni: «Nessuna reazione, leggo e basta. L’importante è che a ciascuno sia consentito dire ciò che ritiene importante». Martino Cervo: «Spiega che il libro, nato da un’idea, ”la telefonata con me stesso, che mi ronzava dentro da un po’”, l’ha scritto nell’agosto del 2005, che ha preferito trascorrere a Roma. Non si è sentito di lasciare la capitale in seguito alla minaccia terroristica del dopo-Londra. E allora, con ”la famiglia in vacanza”, si è messo lì e l’ha scritto, di getto. Poi l’ha tenuto fermo quasi un anno, perché ”c’erano troppe campagne elettorali di mezzo”. Ecco, alla fine ”non lo sa” perché un politico si metta a scrivere un libro, ma l’ha fatto». [8]
Molti si chiedono anche perché abbia deciso di patrocinare un Festival del cinema a Roma in contemporanea con quello storico di Venezia. Il produttore Claudio Bonivento: « obiettivamente imbarazzante perché se ti chiama Walter, che conosci da trent’anni, come fai a dirgli di no? E se ti chiama Müller, che è bravissimo, che fai non ci vai? Fosse stato a febbraio, il festival di Roma, o almeno a novembre tanti problemi non ci sarebbero stati. Ma così...». [10] Telese: «Il sindaco parte all’attacco sul suo cine-festival, con tre mosse di scuola che fanno impazzire il nume di Venezia Marco Müller: cosparge di sei per tre la capitale e anticipa il calendario (violata una tregua concordata con il Lido, altro che le katiusce di hezbollah), alimenta polemiche sui film rifiutati (a cui lui dà asilo politico) rende noto l’arruolamento di un altro monumento dello star system mondiale, dopo Sean Connery, Nicole Kidman». [2]
Tra quelli che non hanno gradito l’iniziativa romana, spicca Francesco Rutelli, ministro dei Beni Culturali. Luciana Castellina: «Il duello Rutelli-Veltroni? Ci sarà pure, hanno indubbiamente ragioni per scontrarsi e confrontarsi... ma questa coalizione tiene insieme Mastella e Bertinotti: con la dialettica politica, riuscirà a tenere insieme Rutelli, Veltroni, il festival di Venezia e la festa di Roma». [11] Sarà, ma per molti è la fine dell’alleanza tattica che doveva sostenere il partito democratico (Peppino Caldarola: «sta a metà fra l’archivio e il frigorifero»). E lo scontro è più vasto. Ci sono anche i taxi, per esempio. [2]
Impegnato con festival del cinema, lanci di libri, partite dei mondiali di basket, il sindaco di Roma ha infatti trovato il tempo per risolvere pure la questione dei taxi nella capitale: «Mai era stato ottenuto un risultato simile per il miglioramento del servizio dei taxi. Non solo a Roma, ma in qualsiasi città d’Italia. Non dimentichiamo che è la prima applicazione pratica del decreto Bersani. E parte subito, il 15 settembre. Saranno presenti su strada 2.500 taxi in più. Prosegue il rilascio delle 450 nuove licenze, siamo già a quota 126. E dal primo ottobre avremo la tariffa prefissata per gli aeroporti». [12]
Non tutti condividono questo entusiasmo. Donato Robilotta, capogruppo in Regione dei Socialisti riformisti della Rosa nel pugno, dice che «non è una liberalizzazione»: «Il mercato resta chiuso, non c’è alcuna apertura alla concorrenza, le licenze restano nelle mani di chi già le deteneva». E non c’è nemmeno l’abbassamento delle tariffe, che secondo i manuali di economia è uno degli effetti virtuosi dell’apertura del mercato. Anzi, viene introdotto il prezzo fisso nelle corse fra il centro di Roma e gli aeroporti. E all’orizzonte si profila addirittura un aumento. Paolo Foschi: «La linea di Veltroni dalle parti di Francesco Rutelli, non è un mistero, non ha suscitato grandi entusiasmi. Il leader stesso della Margherita, quando era sindaco della Capitale, avrebbe voluto una liberalizzazione vera dei taxi. Ci aveva provato, ma aveva incassato dodici giorni di sciopero selvaggio e una violenta campagna diffamatoria e denigratoria nei confronti della moglie, Barbara Palombelli. Era stato costretto a rinunciare». [13]
Che l’entusiasmo del sindaco fosse prematuro lo dimostrano le minacce dei taxisti subito dopo aver firmato l’accordo. Carlo Bologna, storico Masaniello dei tassisti romani che ha galvanizzato la categoria nella protesta dello scorso luglio: «Se il Comune continua a rifiutare di discutere l’aumento delle tariffe, bloccheremo il servizio durante la Notte Bianca» (la non stop notturna di cultura e spettacoli programmata tra il 9 e il 10 settembre dal Comune). Cecilia Gentile: «E così, proprio l’accordo apripista di Roma rischia di trasformarsi in un boomerang per gli obiettivi del governo, con il risultato di aumentare le tariffe per i cittadini». Daniele Capezzone, segretario dei Radicali: «La mediazione di Veltroni ha interrotto un importante processo di liberalizzazione che il Paese invece sosteneva». [14]
«Ho scoperto facendo il sindaco di Roma, che ciò che mi riesce meglio è occuparmi dei problemi concreti della gente»: son parole di Veltroni, il 28 agosto a Cortina. Purtroppo, aveva aggiunto, «questo non è possibile nella politica italiana perché chi governa deve passare il suo tempo a mediare». Conclusione: «Dopo il 2011 potrei restare in politica se le condizioni attuali cambiassero: ovvero, ad esempio, se ci fosse l’elezione diretta del premier, maggiori poteri al primo ministro e l’istituzione di un sistema maggioritario bipolare». [15] Telese: «Insomma, dopo dieci anni di progetti africani e altre vite coltivate con fantasia ipotetica - direttore di quotidiani, regista, autore di best seller scritti in nottate insonni, compilation jazz, doppiaggi disneyani, festival e notti bianche, di frasi come ”Sì, penso all’uscita di scena e ne parlo adesso per chiudermi la porta dietro. Lo farò” (intervista a Concita De Gregorio, sul Venerdì solo la settimana scorsa!) - insomma, dopo tutto questo il sindaco di Roma cambia marcia con due annunci elettrochoc per i cadaverici equilibri della politica italiana: dice che è pronto a scendere in campo per il dopo Prodi, e che la sua piattaforma è l’elezione diretta del premier. Roba da fa rizzare i capelli (anche quelli nuovi esibiti al meeting) persino a Silvio Berlusconi». [2]
Consegnate a qualche giornalista «laureato», le dichiarazioni cortinesi ddi Veltroni avrebbero aperto i Tg. Telese: «Siccome lo scoop lo fa il più anonimo ”Lem” dell’Ansa, La Repubblica fa un colonnino a pagina 22 e un titolo da prima: ”L’annuncio di Veltroni. Mi candido se il premier avrà più poteri”. Lo stesso spazio, a pagina 23 a ”Il giallo dello yacht”. Possibile? No. Così, occorre riordinare gli indizi per capire. Diceva il grandissimo Alfred Hitchcock: ”Il miglior posto in cui un ladro può nascondere una collana di diamanti è un acquario”. E siccome a Veltroni si può rimproverare tutto, tranne di non essere uno dei migliori comunicatori politici, la prima cosa da pensare è che quella notizia stia in un colonnino-acquario perchè il sindaco voleva che stesse lì: non girata a una grande firma, ma accolta da un cronista di agenzia, fltrata con tutta la delicatezza omeopatica di cui Veltroni è capace». [2]
Veltroni, inventore del buonismo, è in realtà il più machiavellico di tutti. Edmondo Berselli (a inizio 2005): «Più del suo classico rivale Massimo D’Alema, che nel marasma del dopo-Occhetto divenne segretario del Pds con il voto di vertice del Consiglio nazionale, mentre la base aveva plebiscitato a forza di fax l’anima buona di Walter. Più di Romano Prodi, il fratello maggiore che nel pieno della crisi dell’ottobre 1998 lo prendeva per le spalle dicendogli, idealisticamente, ”Non importa, Walter, abbiamo vissuto una grande avventura”. Più di Piero Fassino la cui dedizione al partito è una specialità piemontese, un sacrificio assunto come gioia sofferente, come un perdurante martirio glorioso. Walter è diverso. Walter non viene dalla scuola di partito delle Frattocchie, ma dall’Istituto di cinematografia, ”facevo il segretario della cellula della Fgci nella scuola”. Cinema vuol dire lezione di apparenze, di dissolvenze. Walter ha la capacità straordinaria di esserci e di sparire, di impegnarsi e di eludere» [16]
Veltroni si conferma sempre più un interessante caso d’antagonismo mimetico, o mimetismo antagonista. Filippo Ceccarelli (nel 2004): «Più che l’anti-Berlusconi sembra configurarsi come l’alter-Berlusconi, il suo doppio speculare, una copia politicamente simmetrica, un prototipo uguale e contrario, là dove questa geometrica contrarietà è orientata per così dire a sinistra. Ma attenzione, perché la sinistra, nel caso del sindaco di Roma, appare come una categoria ideologica non solo abbastanza desueta, ma anche un po’ fuorviante.». [17]
« il momento, non contingente, ma storico, di dar vita in Italia al Partito democratico»: sono parole di Veltroni, da un intervento pubblicato sulla Repubblica di sabato. La fine della storia della sinistra? no, ha spiegato il sindaco di Roma, «ma al contrario la sua nuova dimensione»: «Che non è il venir meno di una visione, di un’idea di società, del perseguimento di grandi obiettivi, ma è la ricerca di strumenti nuovi e concreti per rispondere ai compiti che sono della sinistra: accompagnare alla crescita economica coesione e giustizia sociale, ridurre le disuguaglianze, creare le condizioni perché vi siano le stesse chances per ognuno, sostenere chi da solo non ce la fa e offrire opportunità a chi ha talento e vuole riuscire, far sì che la libertà sia di tutti e non di pochi. La sinistra è questo, non qualcosa di astratto, non un luogo geografico, e nemmeno può essere l’angelo di Paul Klee che sa procedere solo volgendo lo sguardo indietro». [18] «Ora si scriverà la mia storia, così avrò vissuto davvero», dice Astengo alla fine de La scoperta dell’alba. Telese: «Vuoi vedere che il prossimo libro di Veltroni si intitola Palazzo Chigi?». [2]