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 2002  ottobre 01 Martedì calendario

APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 26 GIUGNO 2006

Stasera alle 17 l’Italia affronta l’Australia negli ottavi di finale del campionato del mondo di calcio (Fritz Walter Stadion di Kaiserslautern). Gli azzurri sono abbondantemente favoriti. Andrea Sorrentino: «Che paura potrebbero fare gli ”Aussies” agli azzurri, a meno che non si giochi a rugby?». [1] Secondo il Corriere della Sera la nostra è la sfida più squilibrata di tutte, 85 a 15 le percentuali di vittoria: « come giocare Juventus-Atalanta con arbitri regolari». [2]

L’Australia è il nuovo mondo che avanza nel calcio. Walter Gallone: «Fino a qualche decennio fa considerava il pallone un gioco per figli di emigranti. Trent’anni fa, consideravano il calcio uno sport folklorisitico. Imperava un semiprofessionismo all’acqua di rose, ogni tanto arrivava qualche vecchio ”elefante” dall’Europa a svernare e a racimolare l’ultimo ingaggio. Nel paese del cricket, del tennis e del rugby, il football era considerato uno sport per poveri. Poco seguito, anche perché dopo quell’unica esperienza mondiale del ’74 (subito a casa, neanche un gol segnato) i campionati del mondo erano diventati un incubo per questa nazionale che dopo aver vinto quattro volte il girone preliminare dell’Oceania aveva perso altrettanti spareggi, fallendo la possibilità di andare in finale». [3]

Gli australiani hanno lo sport come vocazione e come pratica di massa. Gabriele Romagnoli: «Lo fanno su una tavola da surf. Non c’è spiaggia esotica su cui prima o poi non approdi una comitiva di biondi allegri con le assi da stiro colorate. O lo fanno a vela. Nel 1983 sono stati i primi a portare via la Coppa America agli Stati Uniti, con una barca chiamata, senza pretese, Australia 2. Bastava, come spesso in questi Mondiali, una riserva. E non è un caso che il primo ministro John Howard abbia paragonato la qualificazione agli ottavi a quel trionfo. Se non hanno altri mezzi gli australiani nuotano. Lo fanno velocemente, perché debbono evitare meduse e squali. Di qui leggende da vasca come Ian Thorpe e Grant Hackett. O Shane Gould, unica a sconfiggere le tedesche artificiali proprio in Germania, a Monaco ’72». [4]

Solo dieci anni fa, in Australia, il pallone era uno sport per signorine. Gaia Piccardi: «Non è una metafora: i ragazzi si menavano nel football australiano, sottomarca del rugby e sport nazionale, e le ragazze giocavano a calcio». [5] Roberto Beccantini: «L’Australia non ha passato e, forse, neppure futuro. Ma ha tanto presente. Corrono come matti e picchiano come fabbri, Bresciano e C. Hanno rimontato Giappone e Croazia, si sono arresi solo al Brasile. Una realtà che esce dalla cronaca, non dalla storia: e, per questo, ancora più pericolosa». [6]

L’Australia è una squadra «non di grossi nomi, ma una squadra vera, combattiva, organizzata» (Gianni Mura). [7] Sorrentino: «Ha giocatori esperti, abituati a lottare in ogni parte del mondo spesso in squadre di secondo piano, a parte i celebrati Viduka e Kewell, che facevano coppia nel Leeds fino a tre anni fa. Grella del Parma è il regista che dà ordine, gli strappi a centrocampo arrivano da Cahill, dell’Everton, di origine samoana, sulla fascia destra occhio ai cross di Sterjovski (del Basilea)».

Il più grande pericolo per l’Italia viene da Guus Hiddink, allenatore dell’Australia, «il Re Mida del calcio mondiale». [1] Quello che una volta disse: «L’allenatore è solo uno che gesticola per far credere di tenere tutto sotto controllo». [8] Romagnoli: « quello che stava sulla panchina della Corea del Sud quando, quattro anni fa, eliminò l´Italia. quello che un commentatore radiofonico voleva nominare presidente, che le aspiranti Miss Corea elessero ”marito ideale”, l’uomo dei miracoli, alla cui casa natale di Doetinchem vanno in pellegrinaggio pullman di coreani. Al primo allenamento a Seul urlava a casaccio: ”Fuck you, Kim!”, ”Fuck you, Lee!”. All’ultimo Kim e Lee piangevano di anticipata nostalgia. Guus è lo zingaro felice che conquista il mondo». [9]

In Australia erano ormai fuori dalla strada per i Mondiali e cercavano una guida che li rimettesse in carreggiata. Disse un dirigente: «Go Dutch! You can’t go wrong». Tradotto: prendete un olandese, non potete sbagliare. Chiamarono Hiddink. [9] Stefano Boldrini: «Non è un allenatore qualsiasi, soprattutto non è un uomo comune, almeno nel mondo del calcio: un giorno, era il 1992 e guidava il Valencia, minacciò di non far giocare la sua squadra se non fossero spariti dagli spalti gli striscioni con le croci uncinate naziste». Hiddink: «Ricordo benissimo che cosa mi dissero i dirigenti del Valencia. ”Lasci perdere certe cose, non la riguardano. Lei è un allenatore, pensi al campo e alla tattica”. Un corno, un uomo non vive con i paraocchi». [10]

Il calcio italiano ha imparato a diffidare delle squadre del mago olandese. Sorrentino: «Di Hiddink era il Psv Eindhoven che nella semifinale di Champions 2004-2005 fece tremare il Milan, meritando una finale che invece conquistarono i rossoneri». [1] A dire il vero, la vittoria coreana contro gli azzurri è ricordata anche per le polemiche sull’arbitraggio dell’ecuadoregno Byron Moreno. Hiddink: «La realtà è che quando perdi devi guardarti dentro ed essere molto autocritico, non cercare spiegazioni altrove. Era comunque una partita tra grandi professionisti e operai». [11]

Quando arrivò in Corea del Sud, il 1° gennaio 2001, non l’accolsero bene. Fabio Licari: «I giornali locali pubblicarono le foto di questo c. t. olandese con Elizabeth che l’accompagnava in ritiro e aveva la ”colpa grave” di essere compagna e non moglie. Sconfitto dagli Usa (2-1) un anno dopo, nella Gold cup, a pochi mesi dal Mondiale in casa, rischiò quasi il posto. Poi - lasciando da parte tutti i Moreno e i Blatter del mondo - la Corea conquistò un incredibile quarto posto: al momento del contratto, non avrebbero mai osato chiederglielo. Hiddink diventò un ”mito” e questa non è un’esagerazione giornalistica. L’olandese è stato il primo straniero a ottenere la cittadinanza onoraria e a ricevere il ”dragone blu” dal governo. I riconoscimenti furono anche più concreti: una villa privata nell’Isola Jeju, biglietti aerei (Korean Airlines e Asiana) e taxi per sempre gratis. Più una statua, qualche piazza e uno stadio - quello di Gwanju - che da allora porta il suo nome. A missione compiuta, poco prima di lasciare l’ormai sua seconda terra, una radio di Seul propose una modifica alla costituzione, per poter eleggere alla presidenza anche uno straniero». [12]

Quella Corea del Sud azzeccava il 92% dei passaggi, corti e dritti tipo playstation. Alberto Piccinini: «Massacranti allenamenti fisici durati mesi avevano creato un nucleo di soldatini perfetti e intercambiabili come voleva la lezione antica del calcio totale che è parente stretta della qualità totale e della globalizzazione, passando per la mai dimenticata ”etica protestante” cantata da Max Weber. Del resto, all’arrivo nello spogliatoio dei sudcoreani, Hiddink si rese conto che i giocatori erano divisi in tre gruppi di diversa anzianità, che neppure si parlavano tra loro. Sociologi e economisti coreani si sforzarono di analizzare la lezione ricevuta. In un libro intitolato Hiddink: combattere per il primato con l’aiuto della tua passione si individuavano le tre grandi innovazioni importate dall’allenatore sfidando la cultura tradizionale: meritocrazia; enfasi sulla forza fisica; lavoro di gruppo. ”Segui gli standard globali”; ”Impara da Hiddink”: motti del genere furono adottati seduta stante dai grandi gruppi coreani, Hyundai e Samsung in testa». [13]

Stavolta contro l’Italia giocherà una squadra fortemente segnata dall’esperienza nel calcio inglese. La Stampa: «Giocatori tosti, duri ma corretti, mai propensi alla resa. Su tutto questo si innesta la scienza di Hiddink, che in pochissime settimane (era impegnato a vincere scudetto e Coppa in Olanda con il Psv) ha raccolta tutta la fiducia dei suoi che lo adorano; e soprattutto ha preparato bene atleticamente dei giocatori che, almeno dal punto di vista atletico non ci sono inferiori: evidentemente sono gli scarti del rugby». [14] Hiddink: «Noi abbiamo già ottenuto un risultato storico: fare dell’Australia un paese di calcio. chiaro che l’Italia è favorita, e a noi piace invece il ruolo di sfavoriti. La nostra dote è non mollare mai, crederci sempre, reagire: abbiamo un cuore da leoni». [15] Mura: «La sua regola è, si è visto col Brasile: prima ti impedisco di fare il tuo solito gioco, poi provo a piazzare il mio colpo». [16]

Hiddink ha dato una storia a una nazione che non partecipava ai Mondiali da 32 anni (primo e ultimo precedente, la Coppa del 1974) e che fino al suo arrivo non aveva mai segnato un gol in una fase finale. Mark Bresciano (gioca nel Parma): «Ha un carisma pazzesco. Basta solo vedere come si muove davanti a dirigenti o ministri: è lui che li guarda dall’alto». [17] John Aloisi (un tempo alla Cremonese, ora in Spagna): «Dos cojones asì». [15] Gli australiani raccontano che quando ha visto per la prima volta i «Socceroos» («soccer cangaroos», «canguri del pallone»), poco più di un anno fa, ha detto al fido collaboratore Neeskens: «Questi giocano come una squadra inglese degli anni Trenta. Bisogna dargli una svecchiata». [18]
Il primo allenamento in Corea era andata pure peggio: «Sembrano galline nell’aia, vanno da tutte le parti senza un perché». [19]

Comunque vada stasera, per il prossimo Europeo Hiddink ha già scelto una nuova sfida. Alessandra Bocci: «Si chiama Russia e non è molto più facile della sfida australiana, ma lui non è il tipo che si spaventa, e i soldi che patriotticamente Abramovich ha messo a disposizione della federazione russa hanno fatto il resto». [20]