Il Sole 24 Ore, 05/09/2003 Marco Vitale, 5 settembre 2003
Il Sole-24 Ore, 5 settembre 2003 Se cerchiamo di guardare oltre le presenti tristezze, domandandoci che cosa si può e si deve fare per risanare il calcio quando si saranno create le condizioni per uno sforzo serio in questo senso, per prima cosa bisogna domandarsi che cosa è oggi il calcio
Il Sole-24 Ore, 5 settembre 2003 Se cerchiamo di guardare oltre le presenti tristezze, domandandoci che cosa si può e si deve fare per risanare il calcio quando si saranno create le condizioni per uno sforzo serio in questo senso, per prima cosa bisogna domandarsi che cosa è oggi il calcio. La prima risposta, che anch’io tante volte ho dato, è che il calcio superprofessionistico non è più uno sport e forse non è più neanche uno spettacolo. un grande business mediatico e di potere, da noi dominato da due grandi case potentissime (Juventus e Milan) con alcuni importanti comprimari (Inter, Roma, Lazio, sostenuti a livello proprio o a livello dei loro azionisti principalmente dal sistema bancario) e da una pletora (eccessiva) di squadre minori, alcune delle quali controllate da personaggi assai discutibili e, in alcuni casi, discutibili e sprovveduti. Tuttavia questa risposta, così semplice e a prima vista così convincente, ad andare più a fondo, lascia insoddisfatti. Perché questo superbusiness si esprime, nonostante tutto, attraverso il gesto atletico, la creatività sportiva, l’eleganza del gioco di squadra, E, quindi, nonostante tutto, resta anche uno sport. E uno sport che racchiude e conserva le memorie di un’intera città, che racchiude parte del cuore della città, che racchiude storie raccontate da padre in figlio, miti, illusioni, grandi momenti collettivi, ricordi. E allora può un qualunque padrone, che magari agisce in gran parte con fondi che gli sono stati forniti dal sistema bancario, appropriarsi di tutto questo e farne quello che vuole, come vuole, quando vuole, nel quadro delle pure regole commerciali di una banale società per azioni, che sono insufficienti e insoddisfacenti anche per comprare e vendere la frutta ai mercati generali? Il calcio odierno ha queste due anime, ed esse sono inscindibili. Ogni tentativo di parlare solo di business o solo di sport è sbagliato. Non riflette la realtà; non si adatta alla realtà. Il calcio professionistico è business (come ha stabilito anche la sciagurata sentenza Bosman) e nella fascia di vertice è altissimo business, e quindi va regolato (che sia quotato in Borsa o meno) con un rigore estremo. Ma nel contempo è sport ed esprime una partecipazione cittadina e popolare, che è un bene in sé e che merita una qualche tutela in sé, al di là delle regole di diritto commerciale. Credo che questa impostazione ci aiuti a intravedere un possibile percorso, da discutere e approfondire. Un percorso positivo per salvare il calcio è ancora possibile. Ma attenzione, io parlo del dopo. Prima è necessario bere il calice amaro, sino in fondo. Credo che sia prima indispensabile: - che la magistratura ordinaria entri a piedi giunti a far pulizia delle attuali malpractices del calcio; - che la Banca d’Italia eserciti il suo potere di sorveglianza sugli istituti bancari sovraesposti in questo settore, come ha fatto, talvolta con rigore esasperato, in tanti altri campi meno importanti; - che la Consob e la Borsa impongano il serio e rigido rispetto delle regole di buona governance per le poche società quotate in Borsa. L’azione della Uefa Una seconda forza che aiuterà a risanare il calcio italiano nonostante i Gattopardi (che una volta o l’altra, alla fine, dovranno andarsene) è rappresentata dall’azione dell’Uefa. La spinta principale viene dal mondo tedesco che, dopo aver vissuto anni fa una situazione di sbandamento finanziario, mentale e morale non dissimile dalla nostra, si è saputo dare regole e soprattutto comportamenti di grande responsabilità. Oggi questo mondo risanato e sano vuole creare, a livello europeo, degli standard di buona gestione, affinché i più irresponsabili finanziariamente, quelli drogati dai debiti, non vincano sul campo di gioco proprio grazie a questa loro irresponsabilità nell’attrarre, a debito, i maggiori campioni pagandoli in misura sempre più stravagante. La leva che l’Uefa userà è la licenza Uefa. Per partecipare alle Coppe Europee (con i forti proventi che queste di norma comportano) sarà necessario avere la licenza Uefa. Chi non adempie a certi standard qualitativi non potrà avere tale licenza, e quindi non potrà partecipare. La licenza è legata a cinque gruppi di parametri: 1) Sportivi - In particolare curare il settore giovanile con un allenatore tesserato per ogni fascia di età; 2) Infrastrutturali - In particolare capienza minima degli stadi; 3) Organizzativi - Presenza di ”figure chiave”, come direttore generale, amministratore delegato, direttore sportivo, staff sanitario abilitato; 4) Legali - Accettazione delle norme statutarie dell’Uefa e delle Federazioni nazionali (clausola compromissoria che impedisce il ricorso alla giustizia ordinaria per materie sportive che esulano dai diritti indisponibili); 5) Economico-finanziari - Ultimo bilancio revisionato da società di revisione autorizzata (nel nostro caso iscritta all’Albo Consob); relazione semestrale sulla situazione economico-patrimoniale approvata dal Consiglio di amministrazione; assenza di debiti scaduti derivanti dall’acquisto di calciatori; assenza di debiti verso tutti i dipendenti e i tesserati; rispetto degli accordi con gli enti di previdenza sociale. Mi sembra che in un sistema così rigoroso debba valere anche il principio dell’esistenza di un patrimonio netto positivo, senza rivalutazioni per plusvalenze non realizzate, e un limite nel rapporto debiti finanziari/patrimonio. Una ricetta seria Questa è la via maestra che ci aiuterà a trasformare il calcio italiano in una cosa seria, in una componente seria di un serio calcio europeo. Tutto ciò non è futuribile. presente: il metodo della licenza entrerà in vigore nella stagione 2004-2005 e, dopo un periodo breve di rodaggio nel quale verrà adottata una certa flessibilità, a partire dal 2005-2006 il sistema diventerà inflessibile (è così anche dopo due anni: le squadre italiane sprovviste di licenza Uefa, anche se classificate, non potranno partecipare alle competizioni europee della prossima stagione - ndr). Si tratta di criteri già largamente applicati in Inghilterra, Svezia, Olanda, Germania. Questa è la via che salverà il calcio italiano e il nostro Paese da altre vergogne come il decreto manipola-campionati. Un’altra idea affascinante coltivata da Gerhard Aigner (Consigliere delegato Uefa), ancora allo studio, è di sviluppare una regola, secondo la quale i club siano obbligati ad avere nella rosa una certa percentuale di giocatori cresciuti nel loro vivaio. In Lega si sta lavorando per rendere queste regole applicabili anche da noi e l’incarico di guidare questo processo è stato affidato a Michele Uva, ex vice-presidente della Lazio, che ha il grande merito di aver lasciato la società per non condividere la gestione Cragnotti. Ma oltre a seguire, sostenere, applicare questa rivoluzione Uefa, vi sono altre cose che possiamo fare noi? Penso di sì. Prima di entrare nel vivo è però necessaria una presa di posizione su un tema di carattere generale e preliminare. Sono convinto che, prima o poi, nascerà un campionato europeo. A quel tempo ci saranno i campionati nazionali e il campionato europeo al quale parteciperanno i supersquadroni secondo criteri da fissare. Ma fino a quel tempo il campionato nazionale deve restare unitario. Francamente non capisco cosa si intenda per Superlega italiana. Non si può trattare altro che di quattro o cinque e, forse meno, squadre, esemplari da baraccone che si esibiscono come la donna barbuta del Luna Park o come i fenomeni del Circo Barnum, in un circuito chiuso e ristretto e televisivo. Mi sembra una concezione perversa che non dovrebbe trovare ascolto a livello di un legislatore responsabile. Il campionato è bello anche perché, qualche volta, lo scudetto lo vincono il Cagliari, il Napoli, la Fiorentina, il Verona, perché una squadra di quartiere, come il Chievo, arriva a ridosso delle grandi, dopo che le più incredibili e sfacciate pressioni si erano mosse in materia per fermare questo ”scandalo”. Il calcio è bello ed è anche culturalmente utile nella misura in cui conserva qualcosa di popolare, di nazionale e insieme di campanilistico, da paese; nella misura in cui ci si unisce, ci si mescola, ci si confonde (anche se le nuove sistemazioni degli stadi, come S. Siro, con i loro palchi per i nuovi ricchi, sono in contrasto con tutto ciò). Alcune proposte Parlando, quindi, di un campionato unitario, di un’attività che unisce due componenti inscindibili, quella del business e quella dello sport, vorrei passare ad alcune proposte. Tratterò prima, brevemente, alcuni punti che sono già stati trattati ampiamente nei mesi scorsi da vari autorevoli esperti: - Bisogna regolamentare i rapporti calcio-tv. Nell’incapacità del calcio di trovare una soluzione ragionevole e stabile, per evitare che ogni avvio di campionato sia accompagnato da una grande suspence, è necessario che la materia, nelle sue linee fondamentali, sia regolata da una indispensabile legge organica sull’ordinamento del calcio. La soluzione da adottare, l’unica sensata, è quella di rendere obbligatorio vendere il campionato alle Tv in blocco, con suddivisione del provento tra i vari soggetti in base a parametri oggettivi predeterminati. Mi sembra anche che sia contrario all’interesse pubblico che esista un monopolio della pay tv e che, quindi, i tentativi di dar vita a soluzioni alternative vadano fortemente sostenuti: - Il numero delle squadre professioniste, soprattutto nella B, va ridotto. La via maestra per questo è di imporre per legge un capitale netto, effettivo, esistente (e non svuotato con i soliti trucchi) abbastanza elevato, come si è fatto in altri settori (ad esempio tutta l’area del risparmio gestito). Inoltre il rapporto massimo debiti finanziari/capitale deve essere fissato per legge, anche questa prassi essendo molto diffusa in tante attività normali e in tanti Paesi; - Anche il risanamento dei conti economici va imposto dalla legge organica sul calcio, prevedendo che, entro un periodo di tre anni, il rapporto costi del lavoro/ricavi non superi certi parametri e che chi non rientri in questi parametri non possa iscriversi ai campionati; - Le fidejussioni utilizzabili per i fini del campionato saranno solo quelle emesse da istituti di credito e primarie assicurazioni. - Sia fatto divieto di multiproprietà anche di squadre operanti in campionati diversi. - Le spese di rappresentanza e le provvigioni di intermediazione di ogni tipo non saranno fiscalmente detraibili. - Le perdite delle società di calcio non saranno fiscalmente detraibili nei bilanci di altre società, né come perdite di capitale né con la tecnica del consolidamento, se questa verrà introdotta. La maggior parte di queste misure potrebbe essere introdotta dagli stessi organismi del calcio ma, appurata al di là di ogni ragionevole dubbio l’assoluta mancanza di volontà di risanare l’ambiente, è corretto e necessario che il legislatore, se preoccupato per la diffusione di una così grave metastasi in un settore di tanta rilevanza sociale, vi provveda con una legge organica sull’ordinamento del calcio. Su un piano più innovativo vorrei suggerire degli spunti di discussione per un ordinamento nuovo delle società calcistiche professionistiche, che tenga conto della doppia anima (business e sport) di cui si parlava prima. Il suggerimento è che si dia vita a una forma speciale di Società Calcio Spa che, pure inquadrandosi perfettamente nella nuova legge societaria ordinaria, rifletta alcune specificità proprie del calcio, per tenere conto della sua doppia anima. Il sistema potrebbe articolarsi in sei punti (si veda la scheda). Una legge organica Questa linea di pensiero richiede una legge organica sul calcio che cerchi di rispondere, in modo costruttivo ma serio, al problema della doppia anima e alla crisi attuale. Tale legge organica va collegata a una legge quadro sul riordino dello sport nazionale. Questa conterrà l’affermazione che una seria e non affaristica organizzazione dello sport, sia nelle componenti professionali che amatoriali, è tra i valori fondamentali della comunità. Di conseguenza l’art.1 stabilirà la messa in liquidazione del Coni (bisogna fare con il Coni quello che è stato fatto con l’Iri), la costituzione del ministero dello Sport, l’attribuzione delle funzioni del Coni a tale ministero e alle federazioni; il patrimonio del Coni sarà per quanto non strumentale allo svolgimento dell’attività sportiva realizzato, e per le attività strumentali attribuito, direttamente alle federazioni competenti. Sicché l’organizzazione dello sport sarà semplificata e lineare: ministero dello Sport, Federazioni, soggetti operativi. Tutte le varie leghe e controleghe verranno sciolte. Annualmente il ministero dello Sport farà al Parlamento un’ampia relazione sull’andamento dell’attività sportiva nel Paese e sulla sua diffusione nelle scuole. Per opporsi alla visione del supercalcio separato, tipo Circo Barnum, e per rimarcarne invece il suo radicamento nell’attività sportiva della comunità, su tutti i ricavi delle Società Calcio Spa (biglietti, abbonamenti, corrispettivi televisivi)) e su tutti gli stipendi a qualunque titolo corrisposti ai calciatori verrà applicata una modesta ma generale imposta di bollo, con obbligo di rivalsa, il cui gettito confluirà al ministero dello Sport che lo ridistribuirà, a suo giudizio, per metà alle società amatoriali di calcio secondo una casistica di merito sportivo da elaborare e per metà alla Federazione dell’atletica. Naturalmente sono prime idee, per la discussione. Ma mi auguro che la discussione ci sia. 1) Le società che vogliono agire come imprese con scopo di lucro devono adottare la forma delle Società Calcio Spa. 2) La Società Calcio Spa sarà obbligatoriamente organizzata secondo il modello c.d. tedesco che, nella nuova legge societaria, è denominato: sistema dualistico (par.5, art.2409 octies e seguenti). 3) Di conseguenza gli organi di governo della Società Calcio Spa saranno: (a) consiglio di gestione, organo collegiale incaricato della gestione secondo la legge ordinaria e che sarà formato da un direttore sportivo, un direttore amministrativo-finanziario, un direttore del personale; (b) il Consiglio di sorveglianza, che avrà le competenze previste dalla legge (art.2409 terdecies), e sarà formato da un minimo di dieci persone, più il presidente, delle quali tre nominate dall’assemblea su una rosa designata dai dipendenti, tre nominati dall’assemblea su una rosa designata da associazioni di tifosi accreditate presso la società con deposito dei relativi regolamenti, quattro nominati dall’assemblea su designazione dell’azionista di maggioranza salva l’applicazione del voto di lista ove ne esistano i presupposti; (c) il presidente sarà un consigliere indipendente, nel senso in cui questo termine è usato e definito dalle regole di corporate governance della Borsa. Sarà nominato dall’assemblea su designazione della maggioranza, ma dovrà ottenere il giudizio favorevole del Consiglio di sorveglianza e del Collegio sindacale; (d) il collegio sindacale sarà di cinque membri dei quali uno designato dall’ordine dei dottori commercialisti della città, che assumerà il ruolo di presidente, ed uno designato dal sindaco della città. 4) A tutte le Società Calcio Spa si applicheranno le disposizioni richieste per la licenza Uefa; in particolare i bilanci di esercizio e le situazioni semestrali saranno sottoposte a revisione da parte di società di revisione iscritta all’Albo Consob. 5) A tutte le Società Calcio Spa, quotate e non quotate, si applicheranno le regole di buona amministrazione e di corporate governance dettate dalla Consob e dagli organi direttivi di Borsa. 6) Le società di gironi minori che ritengano la regolamentazione della Società Calcio Spa troppo onerosa, potranno trasformarsi in soggetti sportivi non a scopo di lucro, assumendo la forma dell’associazione o della fondazione sportiva. Marco Vitale