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 1996  aprile 23 Martedì calendario

Ora che l’Ulivo ha vinto, bisogna chiedersi che cosa ha vinto con lui. Ha vinto, innanzitutto, la logica del ”tutti insieme”

Ora che l’Ulivo ha vinto, bisogna chiedersi che cosa ha vinto con lui. Ha vinto, innanzitutto, la logica del ”tutti insieme”. La quale, in politica, non è mai una logica bonaria. In politica, al contrario, la logica del ”tutti insieme” può essere la logica più feroce. Basta infatti aggiungere a quelle due innocue parolette - ”tutti insieme” - altre due parolette - ”contro uno” - ed ecco che tutta l’apparente soavità di ogni specie di ecumenismo politico rivelerà la sua vera ragione d’essere. Che è quella, ferocissima, che presiede alla formazione di tutti i gruppi divisi da tutto fuorché da una sola comune passione: l’odio che tutti li unisce verso quell’unica cosa, o quell’unico qualcuno, che ha il potere, per il semplice fatto di esistere, di mandarli in bestia. Ha vinto, in secondo luogo, il potere della retorica. Della retorica più banale. Quella che ha consentito al branco degli odiatori di occultare l’odio che lo tiene unito sotto il mendace belletto di un’ostentata passione amorosa. Retorica che ha trovato la sua principale risorsa nella ripetizione ossessiva, da parte dei capi dell’Ulivo, della sola prima parte della formula che li tiene uniti (’tutti insieme”) amputata della seconda (’contro uno”). Del resto è sempre così che le mute dei demoni linciatori riescono a sembrare, talvolta persino a se stesse, stormi angelici. Perché dunque l’eteroclita ammucchiata guidata dal serafico Romano Prodi, proprio nell’atto di costituirsi come una muta unita soltanto dal proposito di abbattere Berlusconi, non avrebbe dovuto percepirsi anch’essa come uno sciame di cherubini? Infine ha vinto – bisogna ammetterlo – l’ideologia italiana. La quale forse non darà mai vita a un partito. E nemmeno a un movimento. Ma che neppure si può ridurre al provvisorio collante di una coalizione elettorale come quella che ha vinto ieri. Giacché questa ideologia è una visione del mondo, e diciamo pure uno spirito. Lo spirito di un’Italia che non vuol saperne di diventare una vera nazione democratica e liberale. Lo spirito dell’Italia che già mezzo secolo fa, subito dopo il crollo del fascismo, fu concepita in chiave illiberale dagli uomini che ne scrissero la Costituzione. Questo spirito ha un nome preciso e ben noto a tutti da tempo. Si chiama, infatti, cattocomunismo. Il quale, tuttavia, non nacque affatto, come spesso si dice e si scrive, quando Enrico Berlinguer, nei primi anni Settanta, lanciò la formula del compromesso storico fra cattolici e comunisti, bensì almeno trent’anni prima, quando lo spirito del cattocomunismo riuscì a deporre il suo primo uovo, appunto, nella nostra Carta costituzionale, e soprattutto nel suo famoso preambolo: quei 54 primi articoli che non per nulla tutti i cattocomunisti, anche quando sembrano disposti a intraprendere una radicale revisione del testo del ’48, definiscono sacri e intoccabili. Basti pensare all’articolo primo, quello che definisce l’Italia «Repubblica fondata sul lavoro» nel quale come ha scritto di recente Baget Bozzo, il compromesso fra cattolici e comunisti «raggiunse l’inintelligibile». Noto del resto è come e perché si pervenne a quella formulazione. Palmiro Togliatti, che aveva in testa il modello delle ”repubbliche socialiste” dell’Europa orientale, avrebbe voluto proclamare anche in Italia una ”repubblica di lavoratori”. Ma poiché i tempi non lo permettevano, bisognò escogitare una formula di compromesso, al che provvide il genio degli avi di Romano Prodi. L’espressione «fondata sul lavoro», fu infatti una trovata di Amintore Fanfani, che allora divideva con La Pira e con Dossetti l’onore di guidare la sinistra democristiana, e che con quella formula riuscì ad accontentare il leader comunista senza cedere apertamente alla sua richiesta. Ma ancor più impressionante, a ripensarci oggi, dopo questa vittoria di tutti i nemici dell’Italia liberale coalizzati in un solo branco, appare l’articolo 3. Nel quale si afferma che occorre ”«rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, sociale ed economica del Paese». Bene: questo non è l’articolo di una Costituzione liberale. E non è nemmeno il programma di un partito. il programma di un arcipartito. Di quell’arcipartito che da cinquant’anni vorrebbe fondere il miraggio comunista col solidarismo cattolico. Ecco che cosa ha vinto il 21 aprile. Ruggero Guarini