Note: [1] S. S., il manifesto 31/3; [2] Gianluca Di Feo, L’espresso 23/3; [3] L’espresso 10/2/2005; [4] Enrico Deaglio, diario 4/2/1998; [5] Peter Gomez e Marco Lillo, L’espresso 10/2/2005; [6] Attilio Bolzoni, Francesco Viviano, la Repubblica 17/9/2003; , 4 febbraio 1998
APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 3 APRILE 2006
Il fantasma di Corleone. il titolo di un film nelle sale da venerdì (regia di Marco Amenta). Il fantasma è Bernardo Provenzano, boss mafioso latitante dal 1963, «un uomo dal viso oggi sconosciuto ed elaborato al computer, nato, si dice nel film, lo stesso anno in cui Hitler salì al potere, diventato capo di Cosa Nostra e che bisogna fermare prima che torni a colpire, un esecutore di omicidi che ha fatto carriera, da killer a uomo d’affari. Prima dei titoli di testa sono raggruppate tutti gli antefatti, i momenti chiave più drammatici rimasti nella memoria collettiva, compreso l’anatema del papa Wojtyla (’Mafia non può calpestare il diritto...lo dico ai responsabili una volta verrà il giudizio di Dio!”), quindi la camera guidata in prima persona dal regista segue, come un’esigenza insopprimibile, l’indagine per tutti, un film condotto come un thriller di cui conosciamo già l’assassino, ma di cui manca il finale» (’il manifesto”). [1]
Provenzano si nasconde in masserie sperdute, senza gas e luce. Anzi, no: non si allontana mai da quei paesi dove sceglie anche i sindaci. Gianluca Di Feo: «Mai quanto ora la latitanza di Bernardo Provenzano è stata misteriosa. Di sicuro, non è stato ancora spodestato: ha mantenuto la posizione più alta dentro Cosa nostra, anche se non lo si può definire un sovrano assoluto. Più che il capo dei capi, è una sorta di grande garante: decide la strategia, arbitra i contrasti. La sua linea dal ’93 è stata costante, con un occhio alla tradizione e l’altro alla metamorfosi realizzata dalle famiglie statunitensi negli anni Sessanta: la violenza deve essere un deterrente, la forza sta negli affari. Quello che conta è dare un volto pulito alle famiglie. Insomma, cambiare tutto perché nulla cambi. Anche lui, secondo il superprocuratore Pietro Grasso, potrebbe avere abbandonato la vecchia macchina da scrivere per un pc portatile: ma lo userebbe per stendere gli stessi messaggi sgrammaticati con cui mantiene la regia di Cosa nostra». [2]
Bernardo Provenzano è nato a Corleone (Palermo) il 31 gennaio 1933. Lo chiamano zu’ Binu, o Binnu, o «u tratturi» per una predisposizione ad andare per le spicce. Terzo di sette fratelli, andò a scuola fino alla seconda elementare, poi seguì il padre nei campi. Nel 1954 andò militare nella 51esima aereobrigata di Treviso, ma tornò presto a casa con un certificato medico. [3] Al ritorno, tra il 1954 e il 1958, fu tra i killer di Luciano Liggio, in guerra contro il suo ex capocosca, il sindaco democristiano Michele Navarra. Enrico Deaglio: «Ragazzo biondo di grande coraggio fisico, fu tra i protagonisti della guerra che fece fuori, a suon di mitragliate, i capi bastone troppo timidi e soddisfatti di sé. Fece fuori anche sindacalisti, braccianti, testimoni scomodi, in quella Tombstone che lo sconosciuto paese palermitano era diventato». [4] Peter Gomez e Marco Lillo: «153 morti ammazzati. Un massacro continuo, con cifre da guerra civile. In proporzione, se a Milano qualcuno si prendesse la briga di emulare le gesta di Liggio, Provenzano e soci, si dovrebbero assassinare almeno 20 mila persone. Ma di fronte a questi numeri non succede niente. Bernardo si rende irreperibile solo nel 1963». [5]
Provenzano scomparve il 18 settembre del 1963. Attilio Bolzoni e Francesco Viviano: «Quel giorno i carabinieri della compagnia di Corleone lo denunciarono per la prima volta ”in stato di irreperibilità”, il rapporto portava il numero 392/4 e fu spedito al giudice istruttore di Palermo Cesare Terranova. Il ”nominato” era ricercato per omicidio. Una settimana prima un contadino si era presentato in caserma per fare una deposizione. ”Mentre tornavo in paese a dorso di mulo ho visto sul viottolo di contrada Pirrello un cadavere con il viso sfigurato e con solo quattro dita nella mano sinistra...”. Il cadavere era quello di un mafioso che si chiamava Francesco Paolo Streva». [6] Oltre a Streva, Provenzano aveva fatto fuori Biagio Pomilia e Antonino Piraino, altri due membri della cosca perdente. Gianni Barbacetto e Salvo Palazzolo: «Successe una cosa inaspettata: i familiari delle vittime reagirono, come pochi avevano fatto prima a Corleone, e furono concordi nell’indicare i nomi dei sicari. Uno soprattutto, Binnu Provenzano». [7]
Provenzano, che aveva sposato una sartina di Cinisi, Saveria Palazzolo, ebbe due figli, Angelo e Francesco Paolo. Con Riina, fu protagonista della mattanza del 1980 che sterminò la vecchia mafia palermitana a beneficio dei ”viddani” di Corleone. Deaglio: «Appariva però brillare solo di luce riflessa: ”la spalla” di Riina, l’uomo altrettanto sanguinario, ma meno intelligente: questo era, per esempio, il giudizio di Tommaso Buscetta. Un uomo silenzioso, di abitudini frugali, un membro della Commissione, ma sicuramente non un genio». [4] Travaglio&Lillo: «Solo dopo l’arresto di Riina, nel 1993, gli inquirenti capiscono la sua importanza e cominciano a dargli la caccia. Sul suo capo pendono moltissime condanne, anche per le stragi del 1992 di Falcone e Borsellino». [5]
Per vent’anni, molti pensarono che Provenzano fosse morto. Deaglio: «E quando, nel 1992, ricomparve a Corleone la signora Saveria Palazzolo con i due ragazzi che parlavano un perfetto tedesco, ci si convinse ancora di più che il boss fosse ormai sotto terra». [4] Gomez&Lillo: «Zu’ Binu in realtà sta benissimo. Ha sì qualche problema ai reni, ma la sua unica preoccupazione è quella di mettere al sicuro il sangue del suo sangue alla vigilia degli omicidi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino». [5] Barbacetto&Palazzolo: «Fu nel 1994 che la leggenda del Tratturi cadde. ” la vera mente della politica siciliana”, svelò il pentito Gioacchino Pennino, uomo d’onore, stimato medico analista e fine politico democristiano». [7]
La latitanza di Provenzano non ha precedenti in Europa e forse nel mondo. Bolzoni&Viviano: «Nel 1992 sulla sua testa c’era una ”taglia” di 2 miliardi di vecchie lire, nel 1996 i miliardi diventarono 3, oggi - raccontano sottovoce gli investigatori - i reparti antimafia hanno a disposizione 2 milioni e mezzo di euro come ”compenso” a chi lo farà catturare. Ma nessuno fino ad ora l’ha mai tradito. Una volta lo inseguono tra i palazzoni di viale Strasburgo a Palermo e un’altra volta nel casolare abbandonato al confine con la provincia agrigentina, fanno missioni in Germania dove abita un suo fratello, tengono d’occhio giorno e notte la vecchia casa di Corleone dove dal 1992 vivono la moglie e i figli. Su ogni auto di polizia e carabinieri che circola per la Sicilia c’è sempre una foto formato gigante di un uomo che potrebbe essere lui, un identikit, un’immagine ricostruita al computer sulle indicazioni che di tanto in tanto fornivano i pochi collaboratori di giustizia che l’hanno visto da vicino». [6]
La latitanza del vecchio boss, si dice, è stata in pericolo solo due volte. Bolzoni&Viviano: «Alla fine degli anni 90, quando fu fermato da una pattuglia della ”stradale” a un posto di blocco su una stradina in provincia di Enna: gli agenti non riconobbero - così ha confessato il pentito Angelo Siino - l’amabile vecchietto che avevano davanti. E poi nel gennaio del 2001, quando una squadriglia di poliziotti era certa di averlo individuato in un covo vicino al paese di Mezzojuso. Lui riuscì a fuggire anche in quella circostanza. Storie di blitz falliti. Di intercettazioni ambientali e di pedinamenti costati milioni e milioni di euro. Di trattative segrete con pezzi dello Stato. Negli ultimi tempi gli esperti di mafia lo hanno dipinto come l’uomo della ”pace” dopo l’attacco mafioso allo Stato degli Anni 90, come il boss che ha imposto la strategia del silenzio in tutta la Sicilia». [6]
Intorno a Provenzano fioriscono leggende e si inseguono sospetti. Bolzoni&Viviano: «Di lui dicono tutto e il contrario di tutto. Che è molto malato (’Soffre di reni”) e che è sano come un pesce (’ firrignu, fatto di ferro”), che è il vero garante di ogni ”famiglia” di Cosa Nostra e che fa catturare con soffiate quelli che gli stanno antipatici, che mangia come un uccellino e che è un gran divoratore di bistecche. Di sicuro è uno che non ama i telefoni. Soprattutto i cellulari. Con il suo popolo parla solo attraverso i ”pizzini”, bigliettini di carta che vanno e vengono con fedeli messaggeri. Detta ordini su lavori pubblici da assegnare e su soldi da incassare. religiosissimo. Ogni suo messaggio si apre con un ”grazie a dio” e si chiude con ”il Signore vi protegga e vi benedica”». [6] Esempio di ”pizzino”: «Facci guardare se intorno all’azienda, ci avessero potuto mettere una o più telecamere, vicino ho distante falli impegnare ad’osservare bene. E con questo, dire che non parlano, né dentro, né vicino alle macchine, anche in casa, non parlano ad alta voce, non parlare nemmeno vicini a case, ne buone né diroccate, istruiscili, niente per me ringraziamenti. Ringrazia a Nostro Signore Gesù Cristo». [5]
Da quando lo cercano per davvero, Provenzano è sempre più in fuga Bolzoni: «Mai per due notti nello stesso letto, mai per la prima volta personalmente ai summit con i suoi fedelissimi. Sempre più sospettoso, sempre più attento a non farsi tradire. Da quando gli stanno addosso - e così è da pochissimi anni, con grande sperpero di denaro e tanta scena subito dopo le stragi, con investigazioni mirate ed efficaci negli ultimi mesi - Provenzano ha perso per strada rifugi che riteneva impenetrabili, fiancheggiatori che riteneva amici, ha perso quell’impunità assoluta che [...] gli ha regalato la latitanza più lunga per un mafioso della Cosa Nostra. stato costretto ad affidare la sua sicurezza a uomini d’onore sempre meno affidabili, sempre meno a prova di ”cantata”. Come quel Mario Cusimano che ha cominciato a parlare appena un paio di giorni dopo la sua cattura, quel vivandiere che ha descritto ai disegnatori della polizia il nuovo volto del Padrino, che ha raccontato del travagliato viaggio fino a Marsiglia per l’operazione alla prostata». [8]
Il padrino viene descritto come stanco e malato: sente conclusa la sua ”missione” e si interessa soprattutto alle vicende dei suoi congiunti. Gianluca Di Feo: «Ha le ore contate? In un’intervista a ”Panorama” il ministro Pisanu un mese fa si è lasciato andare: ”Provenzano è un simbolo, e più di una volta siamo stati vicini alla sua cattura. Altro non dico e tengo le dita incrociate”. E di fronte alla polemica sulla borsa di studio concessa dal ministero dell’Istruzione al figlio del boss, Pisanu ha dato un commento tra il laconico e il sibillino: ”Di questa cosa bisognerà parlarne in futuro”. Già, e perché non subito? Intanto i segnali anomali sono sempre di più. Con mosse difficili da decifrare. Uno dei gregari del padrino si suicida in cella. Poi Vincenzo Pandolfo, luogotenente del numero due di Cosa nostra, Matteo Messina Denaro, si costituisce dopo 15 anni di fuga: una consegna accolta con ”perplessità e preoccupazione” dai magistrati palermitani». [2]
Provenzano potrebbe pure essere morto. la tesi del suo avvocato, Salvatore Traina: «Ci sono cose che io non posso riferire e quindi è difficile spiegarle, ma ci provo: la mia convinzione è fondata su elementi solidi». Alla fine del 2003 Provenzano fu ricoverato in una clinica nel paese di La Ciotat e poi in un ospedale pubblico a Marsiglia. Traina: «E chi l’ha detto che quell’uomo fosse davvero Bernardo Provenzano? Gli inquirenti sostengono che hanno adesso anche il suo Dna. Io penso invece che non abbiamo proprio niente. Loro da alcuni frammenti di prostata di un uomo operato in Francia sono risaliti al Dna di qualcuno, qualcuno che dicono sia Bernardo Provenzano. Un procedimento al contrario. Per avere la certezza che quell’uomo fosse il mio cliente avrebbero dovuto avere il suo Dna e poi confrontarlo con quell’altro trovato alla clinica. Il fatto è che il Dna di Provenzano gli inquirenti non ce l’hanno mai avuto». [9]
Secondo Traina, almeno tre elementi fanno pensare che Provenzano sia morto: «Lo cercano ormai dappertutto, lo cercano da anni intensamente ma non lo trovano. Questo vorrà pur dire qualcosa, no? Ci sono i migliori investigatori italiani che gli danno la caccia con tutti i più sofisticati congegni e non riescono a prenderlo mai. credibile? possibile?». Secondo elemento: «Lo sa chi c’era fino all’anno scorso ai primi due posti di quella lista del ministero degli Interni sui 30 latitanti più pericolosi? Al primo posto Bernardo Provenzano, al secondo Andrea Ghira. Un gruppo di bravi giornalisti del Tg 3, quelli della redazione di Chi l’ha visto, hanno scoperto che le autorità italiane già sapevano da tempo che Ghira era morto. Eppure stava sempre in quella lista». Terzo: «Io sono il suo avvocato da sempre, ho tutte le vecchie cause del mio cliente. Ma da anni e anni ogni volta che notificano qualcosa a Provenzano e in ogni processo dove è imputato, accanto al suo nome compare sempre quello del difensore di ufficio di turno. Non c’è un solo mafioso o un solo capo di Cosa Nostra che è assistito dal difensore di ufficio di turno. Vorrà pur dire qualcosa anche questo». [9]
Tutto quello che sappiamo di Provenzano proviene solo e soltanto da voci dall’interno dell´organizzazione criminale. Traina: «Solo da lì. E da lì evidentemente hanno tutto l’interesse a fare inseguire un fantasma e coprire i veri capi, lasciarli indisturbati». [9]