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 2006  marzo 31 Venerdì calendario


Biografia di Gianola Nonino

NONINO Giannola (Bulfoni) Percoto (Udine) 27 settembre 1938. «[...] la regina della grappa. Ha trasformato un superalcolico da camionisti in prodotto di alta gamma. [...]» (Giancarlo Aneri, ”Corriere della Sera-Magazine” 23/3/2006) • «Descrizione d’autore: ”Sento che se vivessimo nel Settecento o ancora nell’Ottocento le avrei dedicato odi e sonettesse con enfasi inconcussa. Ha i capelli castano chiari, lunghi, da unna, gli zigomi larghi, gli occhi vivi e stellanti, la fronte modicamente convessa, il naso un po’ francese, la bocca larga, ben disegnata, il mento volitivo ma dolce, di chi sa farsi obbedire anche senza comandare”. Maggio 1985, Gianni Brera su Giannola Nonino. Anche nota come Giannola degli Spiriti e Nostra Signora delle Grappe. Ogni fine gennaio, dal 1977, bizzarre adunate bacchico-culturali a Percoto, minuscolo borgo. Il premio letterario a volte anticipa il Nobel (Rigoberta Menchù, V. S. Naipaul), quasi sempre porta in Friuli persone di cui si diceva ”figurati se quello si muove, e poi dov’è Percoto?”. Invece s’è mosso Sciascia, s’è mosso Amado, s’è mosso Lévi Strauss, s’è mosso Senghor, tutti dolcemente braccati da Giannola, assediati e convinti. Nel caso di Amado, Giannola aveva solo un numero di telefono e naturalmente non parlava portoghese. In Brasile risponde Zelia, moglie di Jorge. Parla dialetto veneto, sua madre era di Pieve di Soligo. ”Ghe penso mi”, assicura e mantiene. Dicono che Giannola sia la mente e Benito, suo marito, il braccio, ma lei non ci sta. ”La famiglia di Benito faceva buona grappa, e in Friuli era nota per questo dal 1897, da molto prima che ci entrassi io. Io ci ho messo l’ostinazione di una moglie che sa che la suocera ha detto al marito: questa donna sarà la tua rovina. Aveva un nome dolce, Silvia, e di dolce solo quello. Piccolina, secca, un generale dell’esercito. I primi tempi pensavo: o mi inserisco o l’ammazzo. Cercavo di conquistarla cucinando le cose migliori. A no no nus plas, a noi non piace, era il suo verdetto. Ricordo come un incubo il parquet di ciliegio chiaro, obbligatorio usare le pattine, io sono casinista adesso, pensi un po’ com’ero prima”. Non occorre sforzarsi. ”Per essere onesti, bisogna dire che era rimasta vedova a 38 anni, e Benito orfano a 8, il padre ammazzato a fucilate. A 10 anni era in collegio e non lo portavano a casa neanche per Natale. Lui non ha avuto una vita facile, io sì, coccolata dai genitori, dal papà specialmente. Più invecchio più mi vengono rimorsi per averlo trascurato. morto nel gennaio del 1970. Aveva avuto sette infarti, l’ultimo Natale l’ho passato tenendogli la mano e cantandogli Caminito. Era nato in Argentina, a Rosario. Eh, tutta la storia, a raccontarla. Quel Natale gli ho cucinato il baccalà a bagnomaria, una schifezza, neanche il baccalà ho indovinato [...] Mio padre si chiamava Luigi Bulfoni, e Luigi anche suo padre. Era un sotàn, un mezzadro di Spessa di Cividale. Era partito a cercare fortuna in Argentina. Da Basiliano più tardi era partita Anna Bernardinis, 16 anni, che andava a sposarlo senza averlo mai visto neanche in foto, una cosa combinata dai parenti e dai preti, allora andava così. Sei figli. Nel 1901 ritorno in patria, viaggio in terza classe peggio delle bestie, mio padre ha due anni e sta molto male, è più di là che di qua. Lo salvano facendogli bere un bicchiere di vino. Fa la prima guerra mondiale e parte anche lui per l’Argentina. Qui amministrava una filanda, ma gli piaceva la vita avventurosa. Infatti in Argentina si mangia tutto alle corse dei cavalli, qualcosa recupera lavorando due anni come oculista, naturalmente senza esserlo. Siamo al 1927. Torna in Friuli, mette su una fabbrica di aratri ma intanto dirige la Filodrammatica, la Cassa rurale, ho ancora da parte suoi appunti sulla riforma fondiaria. Bell’uomo, gran fumatore, andava in moto solo quando pioveva, così gli arriva una paresi e la bocca un po’ storta, ma resta bellissimo, nel mio ricordo. Si sposa nel 1934. Mamma Costantina, detta Cutì, figlia di un ingegnere e un’insegnante, era nata in Veneto, a Cison di Valmarino. Maestra a Castiglion Fiorentino, istitutrice a Venezia. Una donna in gamba, portava il pigiama palazzo in anticipo sui tempi, organizzava i doposcuola gratis, aveva sempre libri di poesia sul comodino”. Ma che nome è Giannola? ”Giannola d’Este, eroina d’arme e d’amore. Papà era appassionato di storia, se nascevo maschio mi chiamava Bulfardo. Io e Annina, mia sorella, abbiamo schivato Bulfardo. Dov’ero rimasta? Ah sì, la fabbrica di aratri. Va in malora, spiazzata dalle macchine agricole. Chiude. Mio padre era fascista, ma di quelli convinti che Mussolini fosse socialista. Non ha licenziato nessuno. Li ha tenuti a libro paga finché non trovavano un altro lavoro. E io ricordo questi operai, ogni mattina scopavano la fabbrica, anche se non era necessario, e poi giocavano a carte in cortile. Mia madre era preoccupata e mio padre diceva: Cutì, se vivono i fiori nei campi vivremo anche noi. Mi sembrava una frase molto romantica, forse era incoscienza. Però ci rimettiamo in piedi coi mobili in ferro, sia da ufficio sia da bar. Andavo a riscuotere io. Gli sono riconoscente perché m’ha insegnato ad amare il Friuli, a camminarlo, a respirarlo, a conoscerlo, a rispettarlo. Guarda lontano per arrivare vicino, mi ripeteva. una frase che m’ha aiutato, nel lavoro”. Già, il lavoro. Ampiamente positivo, partendo da un cognome che è composto da due negazioni e mezza. Non esiste ufficio marketing (esistendo Giannola). Continua a esserci una netta prevalenza femminile, in azienda: tre figlie, sei nipoti (di cui cinque femmine). Negli uffici, un uomo su 15 dipendenti, all’imbottigliamento nessuno su 14. Due autisti e tre addetti alla distilleria alzano un po’ la media. E la chiave per capire il balzo d’immagine della grappa è ancora femminile. Ma prima c’è da capire come funziona questa coppia, pare che a volte nelle discussioni volino i piatti. ”I piatti, i bicchieri e anche le sedie. Benito è uno che s’arrabbia subito, io non scherzo, però siamo innamorati come il primo giorno [...]. Lui [...] non mi ha mai fatto un complimento, mai detto che ho fatto bene una cosa. Ma è fatto così ed è il suo lato che m’appassiona. Almeno non mi chiama più ragno e melonaria, come quando cercavo di farmi notare, da ragazzina. Ragno perché ero piccolina e pedalavo sghemba su una bici da uomo, melonaria perché secondo lui avevo la testa rotonda come un melone. Bello, colto, ironico e sfuggente, questo era Benito, anzi lo è ancora. Se qualcuno o qualcosa lo interessa, si tira indietro. Mi disse: se ti sposo, dovrai imparare a guidare il camion. Romantico, no? Però è davvero romantico andare fuori insieme in bici, oppure a pagaiare nella laguna di Grado, meglio ancora alle Incoronate, con Altan e sua moglie Mara, mia grandissima amica”. Le donne, si diceva. Le mogli dei contadini. ”Per andare dal parrucchiere, per comprarsi le calze vendevano le uova, i conigli. Appena sposata, avevo l’incarico di girare la campagna e comprare le vinacce da distillare, che fossero ben umide, non esauste. E più in là, dopo l’idea del monovitigno, che fossero separate: solo Picolit, solo Fragolino. Siore jè mate, son putanadis chesti cà, mi dicevano i vignaioli, in vendemmia c’è già tanto da fare e dobbiamo metterci a separare le vinacce quando è così comodo buttarle tutte in un mucchio. Così ho convinto le mogli, pagando quattro volte tanto, cinque, dieci, nel caso del Picolit 80mila lire al quintale, quando un discreto quintale veniva via per 2.500”. La donne, si torna a dire. Le mogli dei conoscenti. ”Invitata a cena, portavo una o due bottiglie della nostra grappa, ci ringraziavamo e le volte dopo non ce la offrivano mai. Whisky sì, cognac sì, vodka sì, grappa mai. Ho scoperto che le tenevano in cucina, sotto l’acquaio, da offrire ai muratori o agli idraulici. E ho pensato che bisognava migliorare l’immagine della grappa, renderla desiderabile nei salotti, farla uscire dalle caverne. Una strada era quella di trattarla come si fa coi cru dei vini, su questa strada ci ha spinti Gino Veronelli. Nel dicembre 1973 nasce la grappa di Picolit. Siamo i primi nel mondo a realizzarla, ma per ora ci ritroviamo con quattro damigiane, 200 litri, in confezioni da un quartino, confezioni elegantissime. Esce un pezzo entusiastico di Gino su Panorama. Telefona un industriale bergamasco chiedendo 24 fiasche. Gli dico che non si tratta di fiasche, ma di quartini che costano ognuno 8.500 lire più Iva. Scarica una serie di bestemmie e riattacca. Decido che se è così difficile venderla, tanto vale regalarla. Così mandiamo degli assaggi a persone importanti: Agnelli, Fellini, Montanelli, Scalfari, Abbado, e poi Pertini. Dopo un po’ arriva una macchina targata To e riparte con 48 confezioni, pagate, per l’Avvocato”. Per la Ue, accento sulla u, uva in friulano perché è distillato d’uva e non di vinacce, tre anni di combattimento perché l’autorizzazione a produrla dipende da tre ministeri (agricoltura, industria e sanità), ”ma tranquilli, come rompiballe non mi batte nessuno, a maggior ragione quando so di essere nel giusto” e altre battaglie in tribunale. ”Dieci cause dal 1983 a oggi, tutte vinte e tutte intentate dalla concorrenza, che prima ci denuncia e poi si tuffa nella nostra scia. Perché la grappa l’abbiamo rivalutata noi, e voglio vedere chi mi smentisce. [...]”. Dipende dalla vendemmia, ma ogni anno a Percoto si distilla circa un milione di litri: 650mila di grappa normale, 250-300mila da monovitigno, il resto è Ue e altri distillati (dal miele, per esempio). Tutte le figlie hanno imparato quello che sa la madre: a trattare coi vignaioli, a distillare. Quanto ai mercati, Antonella cura Germania e Inghilterra, Cristina Italia e Austria, perché non le piace volare, ed Elisabetta Usa, Canada, India, Giappone e Cina, perché è la più giovane e quelle sono le nuove frontiere. [...]» (Gianni Mura, ”la Repubblica” 22/1/2006).