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 2002  febbraio 26 Martedì calendario


C’è chi ha paura delle carte d’identità troppo intelligenti, il manifesto, martedì 26 febbraio 2002 Per secoli le democrazie anglosassoni hanno considerato che fosse prova di dispotismo e tirannica violazione della privacy esigere dai propri cittadini un documento d’identità nazionale

C’è chi ha paura delle carte d’identità troppo intelligenti, il manifesto, martedì 26 febbraio 2002
Per secoli le democrazie anglosassoni hanno considerato che fosse prova di dispotismo e tirannica violazione della privacy esigere dai propri cittadini un documento d’identità nazionale. Gli Stati uniti non ne hanno mai avuto uno. Gli inglesi lo introdussero solo durante le due guerre mondiali per controllare le infiltrazioni nemiche (e braccare i renitenti), ma Winston Churchill fu costretto ad abolire la carta obbligatoria perché - e la ragione addotta suona davvero curiosa a orecchie italiane - la richiesta dei documenti da parte degli agenti a ogni piè sospinto «minava la fiducia del popolo nella forze di polizia».
da chiedersi, se con la loro spinta per nuove misure di sicurezza e di controllo delle identità, gli eventi dell’11 settembre riusciranno là dove due guerre mondiali avevano fallito. In Inghilterra pare di sì, almeno a stare alle intenzioni del ministro degli interni laburista David Blankett che a inizio febbraio ha annunciato uno studio di fattibilità per un «documento intelligente» (si moltiplicano gli ossimori dopo le ”bombe intelligenti”) che dovrebbe essere una carta di accesso (entitlement) ai servizi. Avrebbe la forma di una normale carta di credito con un chip incorporato che conterrebbe le informazioni biometriche del titolare: due foto digitali (nel senso di codificazione numerica), impronte digitali (nel senso delle dita), scanning dell’iride, riconoscimento facciale. Inoltre il chip conterrebbe informazioni su residenza, data di nascita, numero di iscrizione al servizio sanitario, stato di contributi alla mutua o all’istruzione, oltre che i codici d’identificazione cifrati. Per questa ragione il solerte ministro degli interni britannico lo chiama un «documento di accesso ai servizio» più che una carta d’identità.
In realtà un documento simile già esiste in Gran Bretagna, si chiama Applicant Registration Card (Arc) ed è stato distribuito per la prima volta a fine gennaio a una prima tranche di richiedenti asilo, ai loro bambini e parenti. Il costo dell’operazione è segreto, ma i funzionari affermano che si ripagherà da sola se preverrà (come previsto) 5.000 false richieste nei prossimi cinque anni. Ma estendere all’intera popolazione britannica questo documento dovrebbe costare almeno un miliardo di sterline, cioè 1,6 miliardi di euro: le voci critiche stimano però che costerà ben di più. L’ex ministro degli interni Mike O’Brian valuta a 1,7 i miliardi di sterline (2,6 miliardi di euro) necessari per introdurre questa nuova carta d’identità ”intelligente”, e un costo di funzionamento di un altro miliardo di sterline all’anno; e se poi dei criminali penetrassero il sistema, «il governo dovrebbe rinnovare 59 milioni di carte. Con un miliardo di sterline puoi invece assumere migliaia di poliziotti».
Contro questo progetto governativo in Inghilterra è già iniziata la protesta. Si sono già mossi i gruppi di libertà civili Liberty e Charter 88, mentre Milena Buyum, coordinatrice della National Assembly Against Racism, ha dichiarato al ”Guardian” che «è un modo ipocrita per introdurre un cambiamento radicale nella società inglese». Molti gruppi hanno minacciato di usare le tattiche usate in Sudafrica contro l’apartheid, quando passaporti furono bruciati in falò di massa. La resistenza ai documenti d’identificazione è peculiare alla concezione anglosassone della democrazia. Più di cento paesi al mondo (tra cui il nostro), hanno carte d’identità o documenti simili. In Spagna è obbligatoria per chi ha più di 14 anni; in Argentina devono richiedere una carta a 8 anni, in Germania a 16, in Belgio a 15.
Oggi la carta d’identità ci sembra scontata, eppure è un’istituzione che ha meno di un secolo. Ci siamo tanto parlati addosso sul fatto di aver abolito le frontiere in Europa. Ma poco più di un secolo fa i passaporti non erano necessari neanche per andare in America. L’introduzione di Id - Identity Document - risale all’inizio del ’900 e in genere avvenne o in momenti di eccezione (come in Belgio dove l’Id fu introdotto durante la prima guerra mondiale) o limitata in una prima fase ai gruppi sociali ”a rischio”, agli immigranti, ai criminali. Guardiamo l’Italia: solo nel 1901 vi è stato richiesto il passaporto a chi voleva emigrare oltreoceano (quindi non serviva a chi emigrava nel Vecchio Continente) e solo nel 1919 è diventato indispensabile anche per l’Europa. E la carta d’identità è ancora più recente. Nel 1926 il regime fascista l’ha resa obbligatoria per tutte le persone sospette e pericolose. E solo con il testo unico di pubblica sicurezza del 1931 la carta d’identità è stata estesa a tutti i cittadini italiani. Ha solo 70 anni quest’istituzione che ci sembra così ovvia.
Anche negli Stati uniti di oggi il tentativo d’introdurre una carta d’identità nazionale obbligatoria viene giustificato in primo luogo con il controllo dell’immigrazione, soprattutto dopo l’11 settembre. Con una carta digitale, affermano i suoi fautori, sarebbe più facile controllare l’immigrazione illegale, si saprebbe automaticamente quando un visitatore ha superato i limiti temporali dei suoi visti (ogni anni vi sono 300 milioni di ingressi negli Usa). Per il momento infatti l’unico documento davvero nazionale negli Stati uniti è la tessera della mutua (Social Security Card) che però non riporta i dati personali e non contiene una foto dell’interessato. Così sui 19 dirottatori dell’11 settembre, 5 furono in grado di ottenere numeri della sicurezza sociale (anche con false identità) e gli altri 14 si fabbricarono numeri di Social Security buoni per procurarsi false patenti di guida: le patenti portano una foto, ma sono emesse dai singoli stati e rilasciate in base alla semplice presentazione di un atto di nascita e del numero di Social Security.
Le autorità Usa si muovono quindi in due direzioni: rendere obbligatoria per tutti gli stranieri, immigrati o meno, una carta d’identità digitale, casomai da riconsegnare all’uscita; e edificare un archivio nazionale delle patenti di guida, omogenizzare le procedure nei diversi stati e costituire un archivio nazionale delle foto digitali, per farne un documento federale.
L’aspetto più curioso è la mancanza di entusiasmo dell’amministrazione Bush per il progetto di carta d’identità nazionale, nonostante siano evidenti i vantaggi che ne otterrebbe dal punto di vista poliziesco e di controllo dei cittadini. Basti considerare il caso riportato dal ”Washington Post” della carta introdotta dal Pentagono tra i 4 milioni di dipendenti del ministero della difesa (e quindi tra tutti i soldati). Il documento, che contiene un codice elettronico d’identificazione, viene inserito nelle porte degli uffici per aprirle, nei computer per accedervi e aprire la propria posta elettronica, nelle casse degli empori dell’esercito per pagare con la carta di credito: per ogni militare «queste carte permetteranno al Dipartimento della Difesa di guardare nei propri database e sapere attraverso quali porte è passato, a quali computer ha avuto accesso, i dottori che vede». Eppure la Casa bianca continua a dire che «non è una buona idea». In parte per la pressione esercitata dai fabbricanti di armi: «La Rifle Association per esempio teme che un governo che registra i cittadini possa registrare anche le armi» (il professore di Harvard Alan Derhowitz sul ”New York Times”).
Ma c’è un motivo politico più profondo che mostra come questi temi siano sempre double-face. Me lo aveva fatto notare a New York quella grande signora della sinistra Usa che è Frances Fox Piven: «Una carta d’identità nazionale avrebbe i suoi aspetti positivi. Sarebbe una base per eliminare le restrizioni nel voto. L’argomento invocato negli Usa per imporre che i cittadini per votare debbano prima registrarsi, è proprio la mancanza di un documento d’identità che renderebbe possibile, almeno in teoria, la frode elettorale, permettendo alla stessa persona di votare più volte in luoghi diversi. Con un documento d’identità quest’argomento cadrebbe e si potrebbe semplicemente andare a votare. Ma questa è proprio la ragione per cui, nonostante tutto, forse non l’introdurranno la carta d’identità, perché hanno interesse a che i cittadini non votino».
Il documento d’identità, costitutivo del concetto giacobino di cittadinanza è perciò a doppio taglio. Da un lato consente un maggior controllo poliziesco, ma dall’altro garantisce una maggiore affluenza alle urne, un più diffuso esercizio del diritto di voto. Naturalmente oggi il problema è complicato dall’aggettivo ”intelligente”, cioè dalle nuove tecnologie incorporate nei nuovi documenti e che, paradosso, stanno diffondendo l’uso privato dell’identificazione. A dicembre un McDonald’s di Fresno (California) ha introdotto un terminale elettronico che raccoglie impronte digitali e carte di credito per i clienti che vogliono pagare semplicemente passando il pollice su uno scanner. I 45.000 dipendenti dei supermercati Heb del Texas timbreranno il cartellino con la semplice pressione di un dito su un terminale. I casinò del Nevada e i negozi di arredamenti Levitz prendono le impronte digitali dei clienti che incassano o che pagano con assegni. A Columbus (Ohio) i supermercati Kroger esigono l’impronta de pollice sugli assegni. Come i negozi di pegni di Miami.
Ma vi sono stati in cui le ”carte intelligenti” sono già progettate o già esistono: Hong Kong ne sta introducendo una, mentre la Malesia ha varato una nuova carta nazionale, MyKad che serve anche come passaporto, bancomat e patente di guida. Brunei ha rilasciato un’altra carta intelligente con usi più limitati. La Finlandia ha uno dei più sofisticati al mondo: l’Id ha un computer incorporato e serve anche come mini-passaporto nei 15 stati dell’Unione Europea.
Ma il più comico, agghiacciante presagio degli effetti che può avere l’integrazione in un unico documento di patente di guida, carta d’identità, carta di credito e quant’altro c’è, lo offre Singapore, dove la tua macchina è collegata al centro di sorveglianza del ministero dei trasporti e - quando tu superi i limiti di velocità - la tua auto lo comunica al calcolatore che ti addebita la multa sulla carta di credito: guidi un’auto che ti fa la multa.
Marco D’Eramo