Claudio Lindner Corriere della Sera, 12/08/2002, 12 agosto 2002
In Argentina è in vendita anche la casa del Che, Corriere della Sera, lunedì 12 agosto 2002 Rosario (Argentina)
In Argentina è in vendita anche la casa del Che, Corriere della Sera, lunedì 12 agosto 2002 Rosario (Argentina). La signora Alicia Repetto, ligure ma in Argentina da due generazioni, acquistò l’appartamento al numero 480 di calle Entre Rios 25 anni fa. Solo a rogito e pratiche burocratiche ultimate scoprì che la sua nuova proprietà era appartenuta alla famiglia Guevara e che il ”Che” era nato fra quelle quattro mura il 14 giugno del 1928. Ora ci vivono i due figli Repetto, ma le traversie legate alla crisi economica argentina hanno costretto tre mesi fa la signora a prendere una decisione «drastica e dolorosa», mettere in vendita la casa. «Non riesco più a mantenerla - racconta -, ma non la cedo a chiunque, voglio che l’acquirente rispetti una condizione precisa: tenga la casa aperta a chi vuole visitarla, come ho sempre fatto io». L’appartamento (quasi 200 metri quadrati, quattro camere da letto, una sala, uno studio e due bagni) è in un palazzo signorile del centro di Rosario e per gli standard argentini è molto ben conservato. Non ci sono tracce del rivoluzionario latinoamericano, mobili o ricordi di famiglia. Niente. Solo una sua foto, quella più famosa, incorniciata e appesa nell’anticamera. Lo stabile è pieno di cartelli ”vendesi” affissi dalle agenzie immobiliari, ma la signora Repetto intende trattare personalmente. «Ho ricevuto offerte dall’estero e ho un indirizzo e-mail per chi è interessato, ma il prezzo è secondario - insiste - qui sono passati gli ambasciatori di Cuba, Vietnam, i figli di Guevara, Aleida e Camilo, suoi compagni di lotta come Alberto Granado e Harry Villegas detto ”Pombo”. Voglio che questo possa continuare in futuro». La storia di Entre Rios 480 può quasi rappresentare un’icona del dramma argentino, di un Paese sempre più povero che mette alle corde la classe media e pone i partiti e i politici all’ultimo gradino della credibilità (15 per cento contro il 65 per cento della Chiesa, il 51 per cento delle banche e il 39 per cento della Polizia) spingendo la gente a rivolgersi appena può ai grandi miti del passato. L’immagine del ”Che” riempie le piazze in tutta l’America Latina e a Rosario è riapparsa anche allo stadio durante le partite di serie A della principale squadra cittadina (Guevara era tifoso del Rosario Central). La signora Repetto, come le centinaia di migliaia di oriundi italiani che vivono a Rosario, paga il tracollo di una città considerata una volta florida e potente (qui il generale Belgrano inventò la bandiera bianco-celeste) e ora in balia di una crisi senza precedenti. Un paradosso. è il Granaio d’Argentina, dove si produce buona parte delle tonnellate di grano, soia e mais venduti in tutto il mondo, ma qui si muore di fame. Il 52,5 per cento degli abitanti vive sotto la soglia della povertà, vale a dire con meno di 175 pesos al mese, l’equivalente di circa 60 euro a famiglia. Di questi il 21 per cento è addirittura indigente, deve cavarsela con 77 pesos (20 euro), e la cifra più elevata è proprio tra i bambini, 95 mila. Da ottobre ad aprile crisi economica e inflazione hanno prodotto 125 mila poveri in più su una popolazione complessiva di 1,3 milioni di abitanti. Mercoledì notte si è ripetuta una mattanza già vista a marzo con una foto che fece il giro del mondo. All’epoca si era trattato di alcune vacche, stavolta di un cavallo. Alcuni adolescenti hanno ucciso l’animale («L’abbiamo soffocato con un sacco di nylon», hanno raccontato), fatto a pezzi e mangiato. Sul terreno sono rimaste la testa e le viscere. Sulla circonvallazione che costeggia il Paranà un gruppo di ragazzi si apposta sul bordo della strada aspettando con palette (chi ce l’ha), cucchiai di emergenza costruiti con i resti delle lattine e qualche contenitore preso dalla pattumiera. La ”vittima” è un Tir stracolmo di sacchi contenenti cereali che avanza lentamente verso il porto sul fiume e perde chicchi a ogni buca che incontra nell’asfalto. Appena passato il camion, scatta la corsa in strada. Più buche ci sono, più ricco è il raccolto. Terminato il blitz, i ragazzi si dileguano nella ”villa miseria”, la baraccopoli che si distende e si allarga sempre più lungo lo stradone. Torneranno più tardi per il prossimo bottino. A Rosario la crisi è cominciata con la deindustrializzazione forzata degli anni Novanta. Chi produceva calzature, abbigliamento o aveva una fabbrica metallurgica ha dovuto chiudere per la concorrenza feroce dei Paesi asiatici, in grado di commercializzare a prezzi inferiori. Non esisteva un’industria tecnologicamente avanzata capace di bilanciare il disastro. Oggi la disoccupazione è al 25 per cento, ma qualche analista arriva a stimarla al 30 per cento. La ”bancarotta” argentina dichiarata all’inizio dell’anno si è qui aggiunta a una situazione già esplosiva, mancavano i soldi privati e ora non ci sono più neppure i fondi pubblici. è tutto fermo. L’ultimo allarme, in ordine di tempo, è quello sanitario. All’ospedale Evita Peron di Baigorria, un quartiere del Grande Rosario, è scoppiata la caldaia. Basta acqua calda, non si può sterilizzare nulla, gli interventi chirurgici sono sospesi. Venerdì si è tenuto un vertice in Provincia, assessori, vice-governatore, sindaco riuniti per cercare i soldi necessari all’acquisto di una nuova caldaia. Dovrebbe arrivare entro un mese. Le casse sono vuote, nel 2002 l’amministrazione del Gran Rosario può spendere in Sanità 48,6 pesos per abitante: tredici euro. «Da noi - racconta Norma Suppa, una signora che lavora come volontaria all’ospedale per bambini Victor J. Vilele, il più importante della città - mancano antibiotici, cotone, farmaci anti-Aids, abbiamo ottanta piccoli pazienti all’oncologico, dodici sono malati di leucemia e non sappiamo più come curarli». La classe media trema. I professionisti e i piccoli imprenditori che ancora lavorano hanno paura dei sequestri-express, l’ultima arrivata qui tra le varie forme di delinquenza: rapiscono una persona e chiedono mille euro per il rilascio entro sera. Nessuno si fa più vedere con l’Audi o la Mercedes, meglio circolare in bicicletta. Chi il lavoro l’ha perso si deve adeguare ad attività minori o marginali. C’è chi si butta nella microeconomia, come Susanna Segura, una signora di 40 anni che produce in casa e vende bistecche di soia. Il marito aveva un’azienda di traslochi e ora è disoccupato. Lavorano giorno e notte in cucina, mamma e zia inclusi, e fanno 2 mila bistecche alla settimana, incassano l’equivalente di 140 euro al mese. Altri si inventano apicoltori, allevatori di lumache, venditori di francobolli porta a porta. I segnali di riscossa non mancano. La città punta molto sulla sua grande ricchezza, i cereali e la Borsa merci, conosciuta ovunque. Presto verrà inaugurato un museo storico della Borsa. «Vogliamo coinvolgere i giovani, spiegare loro quanto è importante questa attività per la nostra città», dice Cesar Lezcano, uno degli organizzatori. Il presidente del mercato è un ligure che ha fatto fortuna a Rosario, Federico Boglione, proprietario di estancias in tutta la regione e secondo produttore privato di latte. «Il problema è il governo - dice -: tre mesi fa ha punito l’attività agricola imponendo una tassa del 20 per cento sulle esportazioni cerealicole. Devono cambiare e dare un segnale di incoraggiamento al settore e all’attività privata». Boglione, come i Paladini, i Francovich, gli Ambrosi e le altre migliaia di italiani che vivono qui, non demorde e continua a investire a Rosario, «anche se - conclude - non ho fiducia in questa classe politica». L’ospedale italiano Garibaldi ha appena inaugurato un corso universitario di scienze biomediche. Ma il console Giovanni Marocco ammette: «Molti hanno paura e vogliono lasciare l’Argentina, abbiamo 4.200 richieste per ottenere il passaporto». Un filo di speranza è appeso al Grande Ponte, quello sul Paranà (il primo e unico) che dovrebbe unire Rosario alle zone orientali, all’Uruguay e al Brasile. Una costruzione faraonica, una via indispensabile per accelerare i trasporti cerealicoli e consentire il rilancio dell’economia. Il Grande Ponte, un investimento milionario, è finito al 95 per cento, mancano solo l’illuminazione e l’asfalto. Ma tutto è fermo da tre mesi, non ci sono più soldi. Claudio Lindner