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 2002  agosto 21 Mercoledì calendario

Arbasino, cinico per forza, Il Giornale, mercoledì 21 agosto 2002 Alberto Arbasino è un cinico, certo non come Diogene che viveva in una botte (lui predilige attici e grand hotel) bensì come colui che ben si adatta alla seguente accezione del De Mauro: «Chi ostenta un atteggiamento sprezzante nei confronti di ideali, valori morali e sociali, convenienze»

Arbasino, cinico per forza, Il Giornale, mercoledì 21 agosto 2002 Alberto Arbasino è un cinico, certo non come Diogene che viveva in una botte (lui predilige attici e grand hotel) bensì come colui che ben si adatta alla seguente accezione del De Mauro: «Chi ostenta un atteggiamento sprezzante nei confronti di ideali, valori morali e sociali, convenienze». Carla Benedetti, l’italianista dei nostri sogni (non solo italianistici) lo accusa di una variante ulteriore di cinismo, quella di chi non frena la propria insensibilità nemmeno nei confronti dei più deboli. Parlando di Lettere a nessuno, dolorante libro di Antonio Moresco (autore che scrive col cuore piuttosto in mano), Arbasino il Cinico «ha trovato il modo di buttare la faccenda sul ridere». Il massimo kulturkritiker italiano, l’inventore della casalinga di Voghera e della gita a Chiasso, non è freddo solo nei riguardi dei singoli, resta insensibile al grido di dolore di interi popoli (se non scrivesse di preferenza per un organo del politicamente corretto quale ”Repubblica” verrebbe subito accusato di razzismo, e buonanotte). Secondo Pino Cacucci, che è il Minà della letteratura terzomondista, Arbasino ha la sfrontatezza di esercitare la sua spocchia perfino con quei tapini di indios: «Ai suoi occhi il Chiapas ha l’imperdonabile colpa di non essere esteticamente trendy». Non è questione, sia chiaro, di destra e sinistra: gli antipatizzanti arbasiniani sono di casa ovunque. Ad esempio il periodico ciellino ”Tempi” è arrivato a definire la sua opera «un vuoto esercizio di sputo sul mondo». Insomma, il nostro uomo ha fama di gran cattivone, se non fosse che conoscendolo di persona risulta leggermente meno malvagio di come lo si dipinge. Anche il tempo sembra aver contribuito a un certo ammorbidimento. Quando portava i baffi (vedi lo splendido ritratto fotografico firmato da Elisabetta Catalano) era un tipo dall’aspetto inquietante, che non vorresti incontrare da solo, la notte, in un vicolo male illuminato. Oggi, passati i baffi e i decenni, appare come un elegante signore le cui antiche intemperanze sono state acquietate dalla carta d’argento. E al bar della nuova libreria Feltrinelli di piazza Piemonte, a Milano, al contrario del cronista si tiene analcolico, proprio lui che scrisse «Questa grappa è meglio dei poppers». Ma per fortuna, sfogliando Rap 2 che è l’ultima sua fatica poetica, ci si accorge che la vecchia vena mefistofelica non è per niente esaurita. C’è una poesia sulla fame del mondo che merita una lunga citazione: «Se nei Suoi disegni imperscrutabili/ il Signore prima li ha creati/ affamati e bistrattati,/ e poi li ha richiamati/ a Sé, chi siamo noi lacrimevoli/ e riprovevoli, per discutere/ sul percome e il perché?». Allora è vero che è un malvagio, e non si lamenti se poi Comunione & Liberazione parla male di lei! «Macchè, sono buonissimo. Mi spiace che certe religioni e certa letteratura e certo cinema amino soprattutto i dispiaceri e le disgrazie. Appena c’è un massacro, molti arrivano, e ne traggono un profitto. Tutta bontà?». Fa niente che dica «Sono buonissimo» con la voce che aveva il lupo di Cappuccetto Rosso, quando si travestiva da nonnina per azzannare meglio. Fa niente, facciamo finta di crederci. Il problema, se di problema si tratta, è che la carta canta. In Elegie australi si spinge a ironizzare sulle sorti magnifiche e progressive della società multietnica. «L’integrazione/ fra popoli non affini/ (spiegano gli autori sudafricani)/ produce i risultati/ d’altronde già noti:/ i genitori tolgono/ i bambini più pronti/ dalle classi più lente/ e li mandano nelle scuole private». Si potrebbe continuare ma bisogna sapere che Arbasino gioca molto col cambio di vocale: cinismo sulla pagina, civismo in bocca. Letterato purissimo, è impossibile strappargli una dichiarazione orale che superi per eloquenza la scrittura. Di solito anzi è un arretramento. Parla della necessità di tramandare un patrimonio cultural-nazionale fatto di idee, nomi, titoli, frasi, e che si sente chiamato a questa operazione complicata (bisogna, tanto per cominciare, che gli eredi accettino l’eredità) in quanto consapevole di essere un ormai raro testimone dell’età dell’oro dei Gadda e dei Flaiano, dei Fellini e dei Pasolini. Discorsi seri, serissimi, per non dire seriosi. Ma dov’è andata a finire la beffarda leggerezza arbasiniana? Per ottenere una stroncatura almeno indiretta della premiostregata Margaret Mazzantini bisogna ricorrere a un brano di Fratelli d’Italia: «Fare oggi un romanzo tradizionale ha lo stesso senso che conquistare oggi l’Eritrea o fondare oggi la Fiat». Dal vivo si riesce solo a stimolargli una punzecchiatura di certi illustri digiunatori: «Ho il più grande rispetto per tutti coloro che si tormentano e si fustigano, con i digiuni e le punizioni e le celle, perché hanno ispirato secoli e secoli di eccellente arte italiana». Poi, da cinico quale è nonostante qualsiasi smentita, equipara Pannella ai santi macilenti dello Spagnoletto (per Mastella bisognerebbe invece citare Botero). Dove l’eroica abolizione della pastasciutta viene ridotta a pretesto artistico. «Il cinismo è dandysmo intellettuale» disse uno scrittore inglese, e aveva ragione. Arbasino il Cinico è tale anche perché si è sempre rifiutato di firmare manifesti, appelli, petizioni, anche al tempo in cui tutti firmavano tutto ed era molto difficile sottrarsi: «C’è troppa vanitas nei promotori: scrivono testi scadenti, e si piazzano in prima fila, con gli altri dietro a reggere la coda. Uno scrittore privo di presenzialismo fa bene a firmare solo i propri testi». Impagabile: si guarda bene dall’entrare nel merito ma trasforma tutto in una questione estetica. Spigolando nel curriculum si scoprono altri elementi a carico: la partecipazione a un seminario di Harvard tenuto da Henry Kissinger, il principe della realpolitik più machiavellica, e l’elezione qualche anno più tardi alla Camera con il Pri, il partito meno sentimentale di tutta la storia italiana, considerato allora il braccio politico dei confindustriali, considerati allora gli affamatori del popolo. Anche Arbasino, come i cinici ateniesi del quarto secolo avanti Cristo, ha fatto scuola, insegnando la forma con cui confezionare al meglio le peggiori malignità. Tra i discepoli dichiarati ci sono Camilla Baresani, autrice del titolo-culto dell’estate Sbadatamente ho fatto l’amore, Roberto D’Agostino, massimo esempio di cinicone da terrazza romana, Maria Laura Rodotà, neo-direttora di ”Amica” che alla domanda su chi saranno le nuove lettrici della rivista ha risposto da par suo: «Le stronze». Che gli allievi stiano per superare il maestro? Il rischio c’è, visto anche l’episodio di cui il cronista è stato spettatore in piazza Piemonte a Milano. Nel corso della lettura pubblica di Rap 2, recitando la poesia dedicata a Pasolini, in un passaggio di grande tensione emotiva la voce del vecchio amico si è clamorosamente rotta. Diogene Laerzio racconta che i cinici greci si accoppiavano con donne brutte per non provare piacere, andavano in giro di giorno con le lanterne accese, si suicidavano trattenendo il respiro, facevano insomma un mucchio di cose anche stranissime però, questo è certo, non piangevano mai. Si sarebbero giocati la reputazione. Invece Arbasino piange, eccome. Forse è cinico andarlo a raccontare in giro, anzi senz’altro lo è. Non per niente è un suo allievo anche il cronista. Camillo Langone