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 2002  agosto 28 Mercoledì calendario

Borka Vucic, la presunta cassiera di Slobo, Il Messaggero, mercoledì 28 agosto 2002 Belgrado. La tazza del caffè di Borka Vucic si rovescia sulla tovaglia

Borka Vucic, la presunta cassiera di Slobo, Il Messaggero, mercoledì 28 agosto 2002 Belgrado. La tazza del caffè di Borka Vucic si rovescia sulla tovaglia. Ma lei spiega che questo è un segnale di buon auspicio. Perché dicono che lei è stata la banchiera di Milosevic, la cassiera di quel regime? «Me lo chiede anche mia sorella che conosce poco le banche. Questa è una manipolazione costruita insieme da Dinkic, attuale governatore della Banca centrale jugoslava, e da alcuni potenti finanzieri internazionali. Anche il ”Wall Street Journal” ha scritto che le informazioni su di me partono da Dinkic». Il Tribunale internazionale dell’Aja sostiene che lei ha aiutato Milosevic a violare l’embargo durante la guerra per portare valuta all’estero. «Devo ripetere quello che ho già detto prima. Il Tribunale non ha documenti che coinvolgono la Beogradska banka. vero invece che ho cercato di fare sopravvivere il mio istituto durante gli anni delle sanzioni». Fino ad oggi è stata interrogata dagli uomini dell’Aja? «Non mi hanno mai contattata, direttamente o indirettamente. E per la verità da parte mia non riconosco loro alcun diritto». E gli inquisitori serbi si sono fatti vivi? «Mi hanno invitata per spiegare alcuni aspetti tecnici del sistema bancario. Ma non hanno trovato nulla contro di me. Per riassumere in poche parole il Tribunale segue le indiscrezioni, le supposizioni, ma non ha in mano alcuna evidenza”. Milosevic entrò in prigione un anno e mezzo fa. Lei è rimasta in silenzio per tutto questo periodo e oggi pubblica le sue memorie. «Perché dopo oltre quarant’anni nella finanza internazionale al livello più alto forse posso insegnare qualcosa. Sono stata l’unica donna ad avere un incarico assieme ai banchieri uomini più potenti». Le sue memorie sono un atto di difesa? «Fino ad oggi non c’è una sola prova contro di me, né all’Aja né in Serbia. Se vuole, il mio libro è un gesto di orgoglio nazionale. Se cerca un’etichetta sono stata la banchiera del maresciallo Tito». Sul tema specifico delle esportazioni di valuta durante le sanzioni cosa può dire? «Contrariamente a quanto si scrive il denaro non scompare, perché i soldi quando si spostano lasciano tracce. Il problema vero quando si fanno certe indagini è quello di sapere a chi appartiene il denaro. Questo prima di tutto. Poi devo aggiungere che la Beogradska banka era un istituto ricco, che dava profitti, dipendeva dagli azionisti e non dallo Stato. Il quale assorbiva l’uno per cento del nostro lavoro”. Lei aveva una filiale a Cipro e secondo il Tribunale internazionale molte società di quell’isola hanno aiutato Milosevic nei suoi traffici. «Per prima cosa Milosevic non aveva nemmeno un conto aperto con noi. Lo Stato e in particolare l’esercito usavano altre banche, come la Yugarant Bank. Noi abbiamo avuto qualche piccolo trasferimento con la società Browncourt, ma non c’è stato il fiume di denaro che dicono. In ogni caso le società offshore non le ha inventate la Serbia». Che rapporti avevate con la società Abridge? «Di questa mi riesce sconosciuto anche il nome». Da dove nasce la stima del Tribunale che denuncia seicento milioni di euro usciti illegalmente dalla Serbia? «Questo deve chiederlo agli esperti dell’Aja. A mio giudizio in quegli anni noi eravamo troppo poveri nell’esportazione per poter mettere assieme una cifra simile». Anche le banche israeliane sarebbero state complici di Milosevic. «In alcune operazioni commerciali, legali, intervenivano anche le banche di Israele. E comunque se i soldi sono serviti per comprare merci di prima necessità e materie prime durante l’embargo quelli non sono soldi scomparsi». Voi siete coinvolti nell’acquisto di un elicottero americano durante le sanzioni? «Non noi, ma due nostri clienti. Era un velivolo destinato al ministero dell’Interno ed è ancora qui. Ci dissero che era una fornitura di pezzi di ricambio, che dovevamo pagare quella fornitura. E siccome i militari per le loro operazioni usavano la loro banca noi credevamo veramente di pagare pezzi di ricambio. Ci vollero comunque sette mesi per fare arrivare le varie componenti e montare il velivolo in Serbia. Personalmente io scoprii che si trattava di un velivolo molto tempo dopo, parlando con un’altra banca». Sul caso Telekom Serbia cosa può dire? «La mia banca non ha avuto alcun ruolo in quella trattativa. I soldi invece sono stati versati su un nostro conto presso una banca greca». Si dice che l’ambasciatore americano a Belgrado dopo la caduta di Milosevic sia venuto a farle visita, allora lei non è così compromessa? «L’ambasciatore è venuto in questa casa, ed è una persona molto gentile. Ma non è stato il solo ospite americano importante che ho ricevuto. Sono venuti i rappresentanti di alcune grandi banche e società degli Stati Uniti. All’inizio avevano qualche perplessità, mi chiedevano di non raccontare che erano venuti in visita. Ho una serie di contatti con gli americani iniziati molto tempo fa e sono arrivata fino a Rockfeller». In concreto? «Ho fatto io i contratti con la Boeing e con la Douglas per i DC 10, i contratti per le locomotive della Jugoslavia, i contratti per costruire l’Intercontinental a Belgrado e il Sava Center. Ho firmato singoli contratti per settecento milioni di dollari e ho sempre pagato puntualmente». Come valuta il sistema della corruzione ai tempi di Milosevic? «Conosco bene l’ex presidente. Lui certamente non ha preso i soldi. Ma la gente attorno a lui ha approfittato». E quale è stato l’errore più grave che ha commesso? «Ha sbagliato in tre cose. Si fidava troppo di certi collaboratori, senza verificare i loro rapporti. Poi parlava troppo poco e si faceva vedere troppo poco in pubblico». Come durante le proteste studentesche quando restò invisibile per due settimane? «Esattamente» Il terzo errore? «Ha deciso le elezioni straordinarie nel momento sbagliato e le ha perse». Valerio Pellizzari