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 2002  agosto 24 Sabato calendario

Il piccolo Buddha, in vacanza a Ibiza, va in bicicletta sognando una moto, D - la Repubblica delle Donne, 24 agosto 2002 Il lama Osel vuole una moto

Il piccolo Buddha, in vacanza a Ibiza, va in bicicletta sognando una moto, D - la Repubblica delle Donne, 24 agosto 2002 Il lama Osel vuole una moto. «Se non riesco ad averla oggi o al massimo domani, mi ammazzo!», dice al fratello Kunkien nel bel mezzo del pranzo familiare, fra il gazpacho e le polpette all’aglio. Maria Torres, la madre di Osel e Kunkien, ha un sussulto. Sa che Osel vuole una moto. Da quando è arrivato a Ibiza non fa che ripeterlo, ma è il modo di esprimersi del ragazzo, così occidentale e lontano dal buddhismo (che condanna il suicidio con una severa retrocessione nella scala delle reincarnazioni) a farle rizzare i capelli. E così, pur considerandolo come una guida del buddhismo tibetano, oltre che reincarnazione di un altro lama, il venerato maestro Yeshe, non ci pensa due volte a riprenderlo. Più tardi, Maria annuncia di volersi ritirare nella sua stanza a leggere il giornale e schiacciare un pisolino, e chiede a Osel di lavare i piatti. Il ragazzo risponde che l’ha già fatto due giorni prima e che oggi tocca a un altro dei suoi fratelli. La madre: «Mettetevi d’accordo tra di voi, ma quando mi sveglio voglio trovare i piatti puliti», esclama alzandosi da tavola. Ibiza è splendida in queste giornate d’estate. Osel è qui per puro caso. A giugno la possibilità che il braccio di ferro fra India e Pakistan si concludesse con un apocalittico conflitto nucleare ha spinto il governo di Madrid a consigliare ai cittadini spagnoli di abbandonare i due Paesi asiatici. Così il lama Zopa, tutore spirituale di Osel, ha suggerito a Osel e suo padre, Paco Hita, che vivono al monastero di Sera, nell’India meridionale, di andare a trascorrere l’estate in Occidente. Osel e Paco Hita hanno fatto le valigie e sono partiti per la Spagna. Il padre, separato da anni da Maria Torres, si è fermato a Barcellona, mentre il ragazzo ha ritrovato la madre, e forse anche la libertà, a Ibiza. Quando ci presentiamo per la prima volta a casa di Maria Torres, Osel sta pedalando attorno alla palma che c’è nel patio. Indossa un paio di pantaloncini grigi e una maglietta nera senza maniche, e ha braccia e gambe piene di sbucciature e lividi. Ormai ha 17 anni, è un ragazzo alto, magro e spigoloso, apparentemente fragile di ossatura, con un principio di acne. Ha i capelli castani e corti che contrastano con la pelle bianca e il viso imberbe, ad eccezione dei baffetti. Forse è l’abito che fa il monaco, ma anche vestito da perfetto adolescente occidentale, il suo aspetto generale è decisamente ascetico, sembra un personaggio di El Greco. Balza subito all’occhio che Osel, il primo e finora l’unico lama spagnolo, è un tipo molto schivo. Con lui è difficile rompere il ghiaccio e i vari giornalisti che vanno a trovarlo riescono a parlargli solo di calcio, ciclismo, moto, musica, videogiochi, cibo spagnolo e vestiti alla moda, argomenti per i quali il lama sembra nutrire una grande curiosità. D’altra parte, si mostra a disagio ogni volta che saltano fuori temi come le sue esperienze nel monastero o la sua visione del mondo occidentale e orientale. Più di una volta interrompe la conversazione con frasi come «Voglio rimanere solo» o «Vado a meditare». A quel punto la madre dice la classica frase. « un’età difficile». Non c’è dubbio. E se l’adolescenza è un periodo critico per tutti, lo è ancora di più per un ragazzo diviso fra Oriente e Occidente. Addirittura fra due estremi dell’Oriente e dell’Occidente: da una parte il mondo feudale e teocratico dei monasteri tibetani e dall’altra l’Ibiza del sun, sea & sex. Nato nel febbraio 1985, Osel ha raggiunto la fama internazionale nell’86, quando, a soli 14 mesi, è stato il primo bambino spagnolo - e uno dei primi bambini occidentali - a essere riconosciuto ufficialmente dal buddhismo tibetano come la reincarnazione di uno dei suoi lama. A quei tempi i suoi genitori, Paco e Maria, vivevano a Bubion, nella Alpujarra di Granada, ed erano membri attivi della comunità buddhista sorta attorno al centro Osel-Ling. Osel era il loro quinto figlio. Fu il lama Zopa a scoprirlo. Zopa girava per il mondo alla ricerca del bambino nel quale si era reincarnato il suo maestro Yeshe, morto in California nel 1984, e si convinse di averlo trovato a Bubion. Maria non fece nulla per dissuaderlo. Era già convinta che Osel fosse speciale: era stato concepito pochi giorni dopo la morte del lama Yeshe, che era stato maestro anche di Paco e Maria, e per di più mentre la donna aveva le mestruazioni e usava un contraccettivo. Così Osel viene portato in India, dove hanno inizio le prove rituali. Qui riconosce, senza la benché minima esitazione e in mezzo a molti altri simili, alcuni oggetti appartenuti al lama Yeshe, come il suo rosario e il suo mantello. poi il Dalai Lama in persona a riconoscerlo come reincarnazione di Yeshe in un gruppo di 10 bambini. Nel marzo ’87, a 2 anni, Osel entra nel monastero dopo una cerimonia di oltre due ore a Dharamsala, sull’Himalaya. E mentre suonano i corni, i cimbali, le campanelle, i flauti e i grandi tamburi tibetani, mentre una cinquantina di monaci e monache cantilenano interminabili preghiere, Osel, con la sua tunichetta bordeaux e lo scialle giallo, gioca tranquillo con una macchinina di plastica, mangiando una caramella. Da allora il piccolo vive con il padre nei monasteri di Nepal e India dove, a partire dall’occupazione cinese del Tibet del 1959, sopravvive il buddhismo dei lama. Ora, riunitosi ai fratelli e alla madre, Osel non ha molta voglia di raccontare come viveva a Sera, e preferisce concentrarsi sulle nuove esperienze proposte dall’isola. Nel monastero, in qualità di tulku o lama reincarnato, gode di un trattamento speciale: dispone di una propria abitazione con giardino e di un assistente personale, mentre tutti si inchinano fino a terra, in sua presenza. Un dettaglio che a Osel non piace troppo. «Quelli che mi venerano, che si inginocchiano al mio passaggio, a volte mi fanno sentire male. Una delle cose che mi piacciono di qui è che nessuno mi tratta così». Nel monastero di Sera, Osel si sveglia alle cinque e mezzo del mattino e va a letto a mezzanotte. «Passo la maggior parte del tempo a studiare, a volte anche 14, 16 ore al giorno», racconta con un certo disappunto. Lo fa sei giorni su sette, a eccezione del martedì, giorno di mercato, unica pausa di riposo. Il giovane lama, che parla tre lingue, studia lingua e letteratura in spagnolo, matematica, chimica, geografia, storia e fisica (ama molto quella quantistica) in inglese e filosofia buddhista in tibetano. Osel ha diritto a grandi privilegi, come la possibilità di avere lezioni private con i maestri, a casa sua. Quanto al resto, deve comunque sottostare alla disciplina del monastero: per esempio, deve indossare sempre l’abito da monaco e non è benvisto che porti gli occhiali da sole, vada in bicicletta, mastichi il chewing gum o guardi la televisione. Inoltre è naturalmente vietato l’uso di alcool, tabacco e droghe. E per quanto riguarda il sesso? «Il celibato, il voto di castità, sono obbligatori per un monaco», risponde Osel con un’asciuttezza che non invita a ulteriori domande. E la carne? Un lama può mangiare la carne? « consigliabile essere vegetariani, ma non è obbligatorio. Io ci ho provato due volte ma ho dovuto interrompere la dieta perché mi sentivo molto debole». A 20 o 21 anni, con un decennio o forse più di anticipo rispetto alla norma, Osel verrà insignito dei titolo di geshe o dottore in filosofia buddhista. Da quel momento potrà decidere liberamente del suo futuro e del suo lavoro. «Potrà continuare a fare il monaco», spiega Maria Torres, «oppure scegliere una vita laica, e magari diventare un cantante rock, se ne avrà voglia». Indipendentemente dalla strada che deciderà di intraprendere, per i buddhisti tibetani Osel continuerà a essere un lama, una guida spirituale e il leader della Fondazione per la Salvaguardia della Tradizione Mahayana. Illuminata dal lama Yeshe e gestita ora dal lama Zopa in veste di reggente, questa fondazione vanta 140 centri in Asia, Europa e America ed è una delle più prospere organizzazioni internazionali del buddhismo tibetano, la principale presente in Occidente. Per centinaia d’anni la cultura tibetana è stata indissolubilmente legata al buddhismo. Fino al ’59, l’anno dell’occupazione cinese, il Tibet si è mantenuto chiuso in se stesso, conservando intatto il suo sistema feudale e teocratico. Il Dalai Lama era il capo politico e religioso del Paese e sotto di lui c’erano decine di signorie rette dai lama, abati di poderosi monasteri e proprietari di terre e servi. Il maoismo cinese pose fine a tutto questo e il Dalai Lama e i suoi seguaci furono costretti all’esilio in Nepal e India. Negli anni Settanta, però, la storia fu testimone di un altro evento sorprendente: l’incontro fra la contro-cultura occidentale e il buddhismo tibetano. Dando prova di grande intelligenza, i lama decisero di rispondere alla simpatia che la loro millenaria spiritualità aveva risvegliato nei giovani di Stati Uniti ed Europa, con la figura chiave del lama Yeshe, considerato l’apostolo del buddhismo tibetano in Occidente. Aprendo centri buddhisti un po’ ovunque, Yeshe giunse in Spagna e diventò il maestro di Maria Torres e Paco Hita, determinando anche la nascita del centro di Osel-Ling, benedetto dal Dalai Lama nell’ottobre 1982. Osel ha già visitato parecchi centri buddhisti negli Stati Uniti, in Nuova Zelanda, Australia, Taiwan, Singapore ed Europa, dove è venerato quasi come una divinità, e ha incontrato più volte il Dalai Lama, che reputa molto affabile. «Non c’è niente di strano nel fatto che il lama Yeshe si sia reincarnato in me. Siamo tutti la reincarnazione di una persona o di un altro essere vivente: possiamo essere la reincarnazione di una rana o di un re», spiega il ragazzo. «Il lama Yeshe», racconta Maria Torres, «era un uomo aperto, tollerante e per niente rigido. Aveva un grande senso dell’umorismo e dato che voleva conoscere tutto dell’Occidente, frequentava anche bar e discoteche. Alla sua morte il suo principale discepolo, il lama Zopa, iniziò a girare per il mondo in cerca della sua reincarnazione. Quando arrivò alla Alpujarra vide Osel che gattonava. Zopa ricordò una visione premonitrice e subito intuì che Osel era stato scelto perché l’anima di Yeshe vivesse in lui». Osel ascolta per l’ennesima volta la storia, che ha ispirato a Bernardo Bertolucci il film Il piccolo Buddha, anche se il regista italiano lo ha ambientato negli Stati Uniti. Ostenta l’aria impassibile che gli hanno insegnato nel monastero ma torna a esprimere il disappunto tipico degli adolescenti quando i giornalisti gli chiedono se ha impressioni e ricordi di attimi vissuti dal lama Yeshe. «No», è la sua risposta secca. Davanti all’imbarazzante silenzio che cala nel salone della casa contadina, costruita all’interno dell’isola, Maria prende la parola al posto del figlio, come spesso accade. «Da piccolo», si affretta a precisare, «faceva molti dei gesti di Yeshe, ma crescendo ha sviluppato una sua personalità». In tibetano Osel significa Luce Chiara, quella che si trova alla fine del tunnel della morte, non c’è dubbio, però, che questo ragazzo tibetano di adozione in questo periodo sia un po’ ombroso, a causa dell’età, certo, ma anche della separazione fra il padre, con il quale vive da quando aveva sei anni, e la madre, che ora è andato a trovare a lbiza. In una rara confessione rilasciata spontaneamente, Osel racconta che a Sera non ha neppure il tempo per annoiarsi, perché l’intera giornata è occupata da lezioni, dibattiti filosofici e religiosi, ma poi aggiunge: «Ogni tanto avrei voglia di uscire in bici, di vedere un film, di giocare a calcio o cose simili». Il computer e internet sono gli unici strappi alla regola che a Sera gli concede il suo maestro, il settantenne Geshe Gendun Choepel. «Ci sono regole da seguire, anche se non ne hai voglia, anche se sembrano stupide», si lamenta Osel. «Ma a Sera ci sono 4.500 monaci e senza una serie di divieti, sarebbe impossibile controllarli tutti». Maria Torres interviene per precisare che «molti di quei monaci non hanno la benché minima vocazione. Sono stati spediti in monastero ancora bambini dalle famiglie, per avere un tetto, pasti caldi assicurati e un’istruzione». Osel prosegue come se riflettesse a voce alta: «Quando diventerò maggiorenne ho intenzione di cambiare molte cose». destinato a diventare il leader dei buddhismo tibetano in Occidente, e per questo la sua considerazione appare decisamente interessante. Che cosa vorrebbe cambiare? «Dal buddhismo che sto imparando a conoscere vorrei eliminare quelle che sono semplici superstizioni tibetane, per lasciare posto soltanto allo spirito autentico ed essenziale del Dharma. E poi aggiungerei ciò che di buono ha l’Occidente». E che cos’avrebbe di buono l’Occidente? «Il concetto di libertà», risponde Osel, prima di richiudersi come un riccio. Maria ne approfitta per parlare. «Il soggiorno a lbiza lo arricchisce», dice. «Qui ha modo di confrontarsi con cose sconosciute, le cose belle dell’Occidente, che gli sono state negate finora, ma anche i suoi pericoli, l’individualismo competitivo, il suo edonismo materialista e la sua profonda violenza». Nel 1993, Osel inviò da Sera un messaggio disperato: «Mamma, vieni a portarmi via di qui!». Si sentiva soffocare dalla vita monastica. Maria prese aerei e taxi, si precipitò nel monastero, tolse la tunica al figlio, gli diede un paio di jeans e lo portò con sé alla Alpujarra. Lì Osel si stupì nel vedere coppie che si baciavano per la strada, si entusiasmò davanti alle slot-machine e al Game Boy. E scoprì l’esistenza del gelato. Quello che non riusciva a capire è perché i ragazzi del posto non lo riconoscessero come reincarnazione di un lama. Da quel momento, la madre ha rapporti piuttosto complessi e a volte addirittura tesi con Paco, con il lama Zopa e gli altri tutori. Oggi sostiene: «Non sono riusciti a trasformare mio figlio in un tibetano: la cultura tibetana non gli piace più di tanto. Ha imparato a distinguere fra il contenitore, la cultura tibetana, e il contenuto, il buddhismo». Osel può sembrare infantile per la sua età: gioca con i fratelli minori a spingersi per rubarsi la palla e si entusiasma mentre pedala a fatica sulla sua prima bicicletta. Gli capita di ridere a crepapelle e pare che una volta, da bambino, durante un pellegrinaggio al monte Heraku, raggiungibile salendo tremila gradini scolpiti nella roccia, abbia sostituito i sandali con un paio di scarpe da tennis. Dicendo senza mezzi termini ai suoi accompagnatori tibetani, visibilmente stupiti: «Se cado e mi ammazzo, dovrete ricominciare tutto da capo, e andare in cerca della mia nuova reincarnazione». Uno dei precetti fondamentali del buddhismo prevede che ciascun essere debba trovare il suo cammino di perfezione. A un passo dalla maggiore età, Osel ha davanti a sé questo difficile compito. Deve decidere chi è e che cosa vuole essere. un dilemma complesso per tutti. Ma per lui lo è un po’ di più. Javier Valenzuela