Guido Ruotolo La Stampa, 04/09/2002, 4 settembre 2002
Da 8 anni piazza ordigni esplosivi nel Nord-Est: «Spaventa, non uccide», La Stampa, mercoledì 4 settembre 2002 «Un rudimentale ordigno esplosivo è scoppiato questa mattina a Sacile, Pordenone, mentre era in corso la 721ma edizione della ”Sagra degli osei”, considerata la più antica sagra italiana
Da 8 anni piazza ordigni esplosivi nel Nord-Est: «Spaventa, non uccide», La Stampa, mercoledì 4 settembre 2002 «Un rudimentale ordigno esplosivo è scoppiato questa mattina a Sacile, Pordenone, mentre era in corso la 721ma edizione della ”Sagra degli osei”, considerata la più antica sagra italiana. L’esplosione ha provocato quattro feriti lievi... L’ordigno, un tubo di ferro pieno di esplosivo e biglie di vetro, è stato collocato nel quartiere di San Liberale, in un cespuglio situato tra una cabina del telefono e una fontanella, in una zona che è passaggio obbligato per coloro che raggiungono Sacile per partecipare alla sagra». Sono le 15,13 del 21 agosto 1994: l’’Ansa” batte due dispacci da Pordenone. Nei primi giorni delle indagini gli investigatori seguono piste diverse, parlano di possibili «attentatori animalisti», addirittura di «naziskin», senza immaginare che quella mattina di otto anni fa, alle 10,50, aveva fatto la sua comparsa Unabomber. Un mistero la sua identità, ancora oggi. Anche se, dal fronte delle indagini, qualche novità, qualche indizio positivo si registra. Insomma, gli investigatori avrebbero qualcosa di più concreto su cui indagare. E il fatto che, nei giorni scorsi il procuratore di Venezia, Vittorio Borraccetti, abbia riunito investigatori e inquirenti che dal ’94 sono impegnati a svelare l’identità di Unabomber, è un segnale positivo. Che va oltre il semplice coordinamento delle indagini, già in atto tra le procure di Venezia, Pordenone, Treviso e Udine. Torniamo all’attentato alla ”Sagra degli osei”. Quattro mesi dopo, il 17 dicembre, a Pordenone, davanti alla Standa, alle sei e mezzo di un sabato pomeriggio, si ripete la stessa scena: esplode un tubo anche se questa volta non c’è alcun ferito. Accade anche il giorno dopo, di mattina, davanti al sagrato della chiesa di Aviano, nel giorno della ”Festa della famiglia”. sempre il naziskin, o l’animalista oltranzista della Sagra degli osei di Sacile, che si diverte a far esplodere le trappole esplosive? Affiorano i dubbi, le incertezze, le esclusioni. Si fanno ipotesi, si cerca di tracciare un possibile identikit, un profilo psicologico e criminale dell’attentatore. Forse, si ipotizza, è arrivato la sera prima sul posto, o all’alba per non essere visto. O il giorno prima, chissà. Forse non ha atteso l’esplosione lì intorno, confuso tra la gente che andava alla sagra, alla festa della famiglia o a fare spese alla Standa. Probabilmente ha aspettato i telegiornali per vedere la reazione e i danni provocati da quelle esplosioni, o il giorno dopo per ritagliare gli articoli dei giornali. «Chissà se ha conservato i racconti delle sue azioni - si chiedono oggi gli investigatori - magari rivestendo una parete della sua stanza di titoli, fotografie, articoli dei giornali». Forse, chissà. Che sia la stessa mano a colpire, da Sacile in poi, è un’ipotesi alla quale gli investigatori arriveranno dopo diversi attentati, non prima di aver battuto altre piste, come quella di gruppi eversivi della sinistra (a partire dalla metà degli anni Novanta, nascono nel Nord-Est i Nuclei territoriali antimperialisti), di una rinata Falange Armata, di estremisti di destra. Altri attentati, a partire dal 1978, avevano preceduto il tubo-bomba di Sacile e i fascicoli di quelle esplosioni (ancora oggi senza firma e senza responsabili) sono stati riesaminati, confrontati, riletti, non portando gli investigatori a collegarli a Unabomber. Più precisamente, gli investigatori arrivano a ipotizzare il battesimo di Unabomber proprio in occasione della ”Sagra degli osei” dopo l’esplosione di Lignano Sabbiadoro, il 4 agosto ’96. In quell’occasione si registra il primo ferito grave, Roberto Curcio. L’uomo ha appena sfilato il telo che copre l’ombrellone dello stabilimento balneare 17 quando cade a terra un tubo avvolto in un giornale. Lo scoppio gli spappola la mano destra e l’arteria femorale. A questo punto, gli investigatori iniziano a cercare altri episodi simili per le loro caratteristiche, e individuano appunto la trappola della ”Sagra degli osei” come il battesimo di fuoco del nostro Unabomber. Analizzando le prime azioni del dinamitardo, il primo elemento che aveva colpito gli investigatori era stato che i tubi-bomba esplodevano di sabato e domenica e in spazi frequentati da molta gente: «Evidentemente, sin dall’inizio l’obiettivo era quello di creare panico, paura, fare male ma non uccidere». In questi anni gli investigatori hanno raccolto un’immensa banca dati, immagazzinando nella memoria del computer milioni di informazioni. Hanno passato al setaccio un’infinita gamma di categorie di persone che per «passione, professione, attività pregresse» hanno avuto e hanno a che fare con gli ordigni esplosivi. Hanno allargato il ventaglio delle possibilità anche a militari stranieri (soprattutto americani e inglesi) che lavorano nelle basi venete della Nato e degli Usa. Hanno ipotizzato che Unabomber potesse essere un lavoratore dipendente, un pendolare - magari un commesso viaggiatore - che ritorna a casa il sabato e la domenica. L’unica certezza a cui sono però giunti, è che si tratta di «un profondo conoscitore della zona, che colpisce all’interno di un quadrilatero che si sviluppa tra le province di Udine, Pordenone, Treviso e Venezia». Non lascia tracce, il nostro bombarolo. Non una rivendicazione, non un messaggio, nulla. Neppure diciassette attentati dopo il primo di Sacile, l’ultimo il 23 luglio scorso, si è mai rivelato con una telefonata anonima, un volantino, una rivendicazione. Mistero. Silenzio. Non ha commesso alcun errore, se ancora otto anni dopo può agire indisturbato continuando a piazzare le sue trappole esplosive. O forse qualche errore potrebbe averlo commesso. Lui, che viene impropriamente chiamato Unabomber, colpisce e scompare [...] Folle il progetto perseguito dal vero e unico Unabomber, ma almeno gli investigatori americani sapevano chi e dove cercare. E, soprattutto, lui stesso aveva spiegato le ragioni della sua follia dinamitarda. Il nostro emulo, invece, non lascia tracce, almeno apparentemente. Neppure impronte, anche se, forse, già si conosce il suo Dna che un giorno potrebbe essere utile per inchiodarlo. Non si fa intervistare, non compra spazi pubblicitari su quotidiani o televisioni. Apparentemente, dunque, non è mosso da alcun progetto (folle) politico. Vuole creare panico, paura, insicurezza. Non in Italia, ma soltanto in una precisa area del Nord-Est. Diciotto attentati dopo, anzi 12 esplosioni dopo e sei ordigni rinvenuti inesplosi, il gruppo di lavoro di investigatori della polizia - composto dallo Sco, Servizio centrale operativo, e dalle squadre mobili di Venezia, Udine, Pordenone e Treviso - che gli sta dando la caccia, aspetta la prossima mossa del bombarolo del Nord-Est. Le indagini non stanno proprio a zero, ci sarebbe un asso nella manica degli investigatori: insomma, il bombarolo del Nord-Est avrebbe fatto un passo falso, come parrebbe dimostrare un’analisi comparativa tecnica, ”lasciando una firma”. «Quello che colpisce nell’azione del nostro Unabomber - spiegano gli investigatori - è la sistematicità nell’utilizzo di certi congegni, di certi materiali. una persona che ha cognizioni tecniche molto sofisticate sia nel campo dell’elettrotecnica che della chimica. Utilizza sempre un sistema di innesco elettrico, anche se lo diversifica: una volta è a rotazione, un’altra a capovolgimento, a pressione, a molla. Il materiale esplosivo è comune: polvere da sparo, nitrati e solfati soprattutto, arricchiti da biglie d’acciaio o frammenti di ferro. Gli involucri sono cambiati, nel tempo. Prima, tubi di ferro, adesso, a partire dall’esplosione di Azzano Decimo del 31 ottobre 2000, introduce gli ordigni esplosivi in involucri molto particolari: una confezione di uova, un tubetto di pomodoro, di maionese, un barattolo di cioccolata, un cero». Forse nella sua semplicità, nell’affermare cose che ai molti appaiono ovvie, l’investigatore fornisce un identikit molto preciso di chi si sta cercando. «La vera difficoltà delle indagini - riconosce l’interlocutore - sta nell’assoluta non prevedibilità degli attentati. Non ha un criterio logico nella scelta degli obiettivi e dei tempi. Dimostra una capacità diabolica nel cambiare la natura degli ordigni. Il minimo comun denominatore di tutti gli attentati è che sceglie obiettivi indistinti: mette nel conto che le vittime possano essere sia uomini sia donne, e ora anche bambini. Non ha come nemico dichiarato una multinazionale dell’alimentazione o della distribuzione. Piazza i suoi ordigni in luoghi ad alta frequentazione come le sagre paesane, i riti religiosi, il Carnevale, le spiagge, persino le vigne in tempi di vendemmia, i supermercati, i palazzetti dello sport, i cimiteri». Tanto ”diabolico” che non lascia impronte, «vanificate dalle esplosioni». Ma anche sugli ordigni inesplosi, non lascia tracce. Fino a quando? Guido Ruotolo