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 2002  settembre 02 Lunedì calendario

Ora i manager felloni fanno il bagno nudi, CorrierEconomia, lunedì 2 settembre 2002 I primi scricchiolii del ”sistema Usa” erano stati avvertiti già prima dell’11 settembre, quando l’improvviso rallentamento degli investimenti in nuove tecnologie aveva innescato la crisi delle Internet company e ridimensionato, sia in termini di quotazioni di Borsa che di peso industriale, molti dei protagonisti della rivoluzione informatica, come Cisco Systems e Lucent Technologies

Ora i manager felloni fanno il bagno nudi, CorrierEconomia, lunedì 2 settembre 2002 I primi scricchiolii del ”sistema Usa” erano stati avvertiti già prima dell’11 settembre, quando l’improvviso rallentamento degli investimenti in nuove tecnologie aveva innescato la crisi delle Internet company e ridimensionato, sia in termini di quotazioni di Borsa che di peso industriale, molti dei protagonisti della rivoluzione informatica, come Cisco Systems e Lucent Technologies. L’inizio del crollo del Nasdaq, la Borsa della nuova economia Usa, e degli analoghi nuovi mercati sorti in Europa, aveva quindi preceduto il crollo delle Torri Gemelle, mettendo in discussione la validità del ”nuovo paradigma” post industriale. La ”vecchia economia”, però, appariva, alla fine dell’estate 2001, ancora solida. Tanto è vero che il Dow Jones, l’indice azionario delle blue chip Usa, si manteneva di poche centinaia di punti al di sotto dei massimi toccati all’apice del boom borsistico degli anni Novanta. L’11 settembre, però, ha innescato un processo che sta scuotendo fino alle fondamenta il ”sistema Usa”, e i cui effetti stanno riverberando in tutto il mondo. Dietro la facciata di un’economia dinamica e robusta sono infatti comparse crepe profonde, messe a nudo dall’improvvisa contrazione dell’attività causata dagli attacchi dei kamikaze di bin Laden. «Per scoprire chi fa il bagno nudo - dice sarcastico Warren Buffett, decano degli investitori di Wall Street e frequente fustigatore di costumi - basta aspettare che la marea si ritiri». La repentina discesa dei corsi azionari seguita agli attentati ha così messo a nudo la realtà di una classe manageriale che, per arricchirsi rapidamente e soddisfare gli azionisti, truccava i bilanci con la complicità di revisori dei conti disposti a chiudere un occhio, e spesso tutti e due, pur di assicurarsi lauti contratti di consulenza. Nel giro di pochi mesi, le rivelazioni sulla disinvolta contabilità di molte grandi aziende ha distrutto, oltre a decine di migliaia di posti di lavoro ed ai risparmi di milioni di investitori, anche l’immagine di manager e imprenditori di primo piano. Il primo domino caduto dopo l’11 settembre è stato Enron, gigante multinazionale dell’energia nato con la deregulation, il cui management, guidato dal Ceo Kenneth Lay, amico personale del presidente Bush, aveva occultato perdite per 586 milioni di dollari. Enron ha trascinato nella rovina il suo auditor, Arthur Andersen, che aveva certificato i bilanci truccati. E il cui Ceo, Joseph Berardino, è stato costretto a dimettersi. Poi sono venuti, in rapida successione, i casi di due colossi delle telecomunicazioni, Global Crossing e WorldCom. I cui Ceo, Gary Winnick e Bernard Ebbers, avevano intascato centinaia di milioni di dollari, grazie a stock option ed a prestiti ricevuti dalle rispettive società, che intanto, all’insaputa degli azionisti, perdevano miliardi. Nei collassi di questi gruppi aveva avuto un ruolo di rilievo l’analista Jack Grubman della grande banca d’affari Salomon Smith Barney (che fa parte di Citigroup, il maggiore gruppo finanziario globale), il quale aveva consigliato agli investitori di comprare azioni Global Crossing e WorldCom fino alla vigilia dei collassi, ed è stato recentemente costretto a dimettersi (ma, nel frattempo, ha incassato compensi per decine di milioni di dollari). Il nuovo clima di severità nei confronti dei manager felloni creato dagli scandali degli ultimi mesi, che ha portato fra l’altro all’inasprimento delle sanzioni nei loro confronti, ha portato all’arresto di Samuel Waksal, fondatore di ImClone, azienda del settore biotecnologico, accusato di aver pompato la quotazione di Borsa della società diffondendo la notizia, falsa, che le autorità avrebbero approvato la vendita del suo primo, e unico, prodotto, un medicinale anticancro. Waksal è anche accusato di insider trading, insieme con Martha Stewart, sua amica personale e famosa imprenditrice la cui società è quotata a Wall Street, che avrebbe venduto azioni ImClone dopo aver ricevuto una soffiata dallo stesso Waksal. Intanto era scoppiato il caso Tyco International, conglomerata internazionale sotto inchiesta per presunte irregolarità contabili il cui Ceo, Dennis Kozlowski, è stato incriminato per evasione fiscale. In manette è finito anche John Rigas, boss e principale azionista della società di cable tv Adelphia Communications, ora in amministrazione controllata, che aveva prelevato dalle casse aziendali 3,1 miliardi di dollari a titolo di prestiti. Lo scandalo dei conti truccati è arrivato addirittura a lambire la Casa Bianca. infatti in corso un’indagine sui conti di Halliburton, la società di servizi petroliferi di cui il vice presidenti Dick Cheney era stato Ceo fino al 2000. Mentre gruppi di importanza globale come Ibm, Xerox e General Electric sono stati costretti a correggere i loro bilanci per sottrarsi al sospetto di manipolazioni contabili. La fiducia degli investitori nei confronti dei management dei grandi gruppi Usa, insomma, è profondamente scossa, e Wall Street ne subisce le conseguenze. I top manager aggressivi e propensi al rischio sono sotto tiro. E non solo negli Usa. Anche in Europa, infatti, è in corso un’epurazione senza precedenti fra i leader delle società maggiori. Percy Barnevik, Ceo del gruppo svizzero-svedese Abb, è stato dimissionato alcuni mesi fa dopo che la sua campagna di acquisizioni aveva caricato di debiti la società. In Germania, il pessimo andamento del conto economico di Deutsche Telekom ha sfiduciato il Ceo Ron Sommer, che a metà luglio ha gettato la spugna. Il settore delle telecomunicazioni, negli Usa come in Europa, è quello più colpito dalla crisi post 11 settembre, i cui contraccolpi si sono fatti sentire anche fra i media. In Francia, il consiglio d’amministrazione del gruppo editoriale Vivendi ha dato il benservito a Jean-Marie Messier a conclusione di un lungo braccio di ferro. In Germania, Thomas Middelhoff è stato deposto dalla poltrona di presidente di Bertelsmann. Negli Usa, Aol Time Warner è in difficoltà, e il primo a pagare lo scotto è stato Bob Pittman, responsabile della attività Internet del gruppo. Mentre voci di corridoio dicono che la poltrona di Michael Eisner, Ceo della Disney, è pericolante. Risultato: nella sola America, dal marzo 2000 ad oggi, i ribassi di Wall Street hanno bruciato 7 mila miliardi di dollari. Soprattutto, i mercati azionari non sono in grado, per il momento, di svolgere la funzione che li ha esaltati negli anni Novanta, quella di fornire alle aziende i capitali di cui hanno bisogno per investire ed espandere le loro attività. Umberto Venturini