Giulia D’Agnolo Vallan Alias, 31/08/2002, 31 agosto 2002
Hollywood sta diventando il nuovo arsenale dell’esercito americano, Alias, 31 agosto 2002 Los Angeles
Hollywood sta diventando il nuovo arsenale dell’esercito americano, Alias, 31 agosto 2002 Los Angeles. Dark Star, Conan, gli interni dell’astronave di Alien, la scena del bar di Star Wars, la nave madre di Incontri ravvicinati del terzo tipo, I predatori dell’Arca perduta: bastano questi titoli della sua filmografia per fare di Ron Cobb uno dei più visionari scenografi di fantascienza e fantasy del cinema Usa. Californiano, pittore di affascinanti universi e creature mai viste, iconoclasta fumettista politico per il settimanale ”L.A. Free Press” (negli anni 60), e più tardi per l’australiano ”The Digger”, Cobb vive da anni in Australia ma è tornato a Hollywood per un progetto che non ha direttamente a che fare con il cinema: l’Institute for Creative Technology (Ict), il misterioso ”think thank” che connette il Pentagono all’industria cinematografica attraverso un gruppo di filmmaker pagati per spendere un po’ della loro creatività a favore dell’apparato militare Usa dopo il ”9/11”. Fondato nel 2002 nel discreto, tranquillo, sobborgo di Marina Del Rey, l’Ict è finanziato grazie a un contratto di 45 milioni di dollari per 4 anni firmato con l’esercito, e a contributi di altri rami del Pentagono. Da parte sua, la Usc (University of Southern California di Los Angeles) è entrata nell’operazione con un investimento di 2 milioni di dollari. Non tutti i membri dell’industria che vi partecipano vogliono che la cosa sia risaputa: dopo tutto, Hollywood ha una reputazione di sinistra, l’esercito Usa no. Tra i consulenti più noti dell’Istituto ci sono i registi John Milius, Randall Kleiser (Grease) e Antoine Fuqua (Training Day), invitati a concepire scenari immaginari di possibili guerre future e a disegnare programmi di training virtuale. Quando avevo chiesto a John Milius di parlarmene, qualche mese fa, aveva detto che preferiva di no. Credevo che anche Cobb (che ho incontrato a Santa Monica per discutere di un altro progetto) avrebbe declinato la richiesta. «Certo che posso parlare di quello che faccio all’Ict – mi ha detto invece – Figurati se firmo una clausola del silenzio o faccio cose di cui non posso discutere». Da quanto tempo lavori per l’Institute for Creative Technology? «Da circa 3 anni. Nel frattempo ho fatto un paio di film ma, anche se sono in Australia, faccio delle consulenze per l’Ict, sono disponibile per video o audio conferenze». Come è cambiata l’attività dell’Istituto dopo l’11 settembre? «Sono rimasto affascinato dal fatto che, in realtà, non ci sono stati grandi cambiamenti. Almeno all’inizio. Ci aspettavamo una svolta drammatica dell’esercito ma per un po’ non è successo niente. Poi, lentamente, sono cominciate ad arrivare domande specifiche riguardanti quello che (i militari) stavano facendo in Afghanistan, e cosa ci sarebbe voluto per prevenire altri attentati del genere, in Usa o in Europa. Sempre di più, la maggior parte di quello che ci chiedono non è basata sull’idea dell’esercito a cui siamo abituati, ma sull’eventualità di una guerra da fare a terroristi che vivono e lavorano in una città straniera o, addirittura, si nascondono in una città del nostro paese. E c’è anche nuova enfasi sull’agilità e sulla natura clandestina delle Forze Speciali». Ho letto che i filmmaker che lavorano all’Istituto inventano programmi di training virtuale per i soldati... «C’è molta attività relativa al training, un campo in cui io non sono granchè coinvolto. Si tratta di programmi di addestramento che immergono i soldati in un ambiente ricreato elettronicamente con sistemi di realtà virtuale: occhiali speciali o schermi avvolgenti. Per quanto riguarda invece le apparecchiature che stiamo disegnando, un settore dove sono più attivo, l’accento è messo sulla realtà del soldato impegnato in un combattimento ma in un contesto civile, dove tutto può andare male. I problemi che dobbiamo esplorare e risolvere erano legati al cosiddetto ”danno collaterale”, ai rapporti con la popolazione... ciò che poi appare su Cnn. Io sono stato chiamato in qualità di designer ma inizialmente non mi è stato chiesto di disegnare nulla, solo di parlare. Facevamo riunioni lunghissime, riprese in video, in cui i rappresentanti dell’esercito ci davano una dettagliata esposizione del problema e poi ci lasciavano parlare per 3-4 ore». Che tipo di problema era sollevato alle riunioni? «Si è parlato molto della possibilità di essere impegnati in combattimento in aree costruite o addirittura nel mezzo di una città. Volevano sapere se avevamo delle idee su come rendere la situazione meno incontrollabile e distruttiva in fatto di vittime civili, specialmente in casi in cui il nemico si nascondeva proprio tra la popolazione locale. Una volta hanno persino ricreato l’offensiva di Tet, con un modellino gigante di Hua, e ci hanno chiesto di impersonare i vietcong e un esercito regolare come quello Usa, e di ricombattere la battaglia. Ci hanno trasformati in ufficiali e capi pattuglia, e combattevamo via conference call o Internet. Avevamo mappe sui computer ed eravamo collegati in tutto il Paese: e combattemmo per circa due ore per vedere com’era. E poi si discusse: ”Come si può sconfiggere un nemico del genere minimizzando il danno? Come si possono soccorrere delle persone da un’ambasciata in stato d’assedio?” E ci chiedevano se potevamo ideare delle nuove tecnologie utili. A quel punto, quasi per fatti miei, ho cominciato a disegnare delle macchine che rispondessero a dei problemi reali. Per esempio un veicolo per il soccorso di soldati feriti. Perché quando un nemico sa che c’è un soldato americano ferito da qualche parte, tutto quello che ha da fare è sedersi e aspettare i dottori, così può sparare ai dottori, o agli elicotteri di soccorso». Una situazione come quella di Mogadiscio... «Esattamente. Ma come spezzare quel circolo vizioso? Così ho pensato a un veicolo per il trasporto personale con quattro ruote che possono girare in ogni direzione, e che possa elevarsi idraulicamente, essere manovrato in modo da collocarsi ”sopra” un soldato ferito e poi, essenzialmente, proteggerlo calando un guscio cavo e senza pavimento, il guscio blindato del veicolo, in cui può stare l’équipe medica. Così si potrebbero portare via i feriti dal campo di battaglia senza pericolo di essere abbattuti. «Era un’idea, come anche quella di un piccolo veicolo da guerra che fosse più leggero e veloce di un tradizionale carroarmato. E gradualmente, all’istituto, sono diventati sempre più interessati ai miei disegni e ai modelli-computer che potevano derivarne, tanto da usarli, anche nelle loro presentazioni, sempre più spesso. Certo, se ne parla come di possibili soluzioni a problemi, non necessariamente di design realizzabili. Ma, stranamente, da un po’ hanno cominciato a guardare la fattibilità dei miei disegni in modo più attento. Attualmente stiamo discutendo parecchio con gli esponenti del reparto tecnologie del futuro dell’esercito. Spesso vogliono un filmato per mostrare come le nuove idee potrebbero funzionare. In genere, io contribuisco con delle varianti sul tema e attualmente sto lavorando su un elicottero che non esiste ancora, un elicottero senza pilota in grado di identificare obiettivi e di distruggerli con dei missili, che stanno progettando al Pentagono. Ho concepito un design molto elaborato, per un velivolo che ho chiamato Mantis. E lo stanno prendendo molto sul serio: il capo dei dipartimento scientifico dell’esercito mi ha detto che la mia presentazione per l’idea dell’elicottero senza uomini era meglio dei tre prototipi offerti dalla Boeing!». Come interagisce il vostro processo creativo con quello degli esperti di design dell’apparato militare? «Inventare qualcosa dal nulla ha sempre un che di misterioso e di difficile da descrivere. In questo caso è un po’ il rapporto tra quello che chiamerei disegno della configurazione e disegno iniziale. Io ho una discreta conoscenza di ingegneria e posso dirti dove deve stare il motore di una macchina e come funziona, ma l’approccio ”reale” allo stesso oggetto richiede molti più calcoli ed è basato su certe premesse precise. Nel mio caso, io penso, per così dire, ”fuori dalla scatola” più di quello che possono fare loro e quindi, occasionalmente, mi capita di incappare in qualcosa che loro non avevano pensato e che invece ha senso. Per esempio, so che sono molto interessati al mio design per un robot che ho chiamato Il mulo, una macchina su sei ruote che segue un soldato come un cane, o come un asino, e che trasporta equipaggiamento, armi supplementari, munizioni... «Si tratta di una macchina che non ha bisogno di pilota e che può percorrere anche terreni molto accidentati. Mi era venuta in mente perché volevamo usarla in un piccolo film e adesso è diventata un prototipo. Credo che le mie cose funzionino perché quello che più mi affascina del processo creativo è individuare una dipartita da una situazione preesistente. La capacità di fare un salto, di andare all’essenza di una funzione, farci precipitare sopra un certo numero di tecnologie già esistenti e altre nuove. E questo è ciò in cui sono interessati, la credibilità di queste idee. Se poi i miei design siano pratici o meno andrà determinato attraverso una serie di prototipi». L’idea della credibilità delle tue creazioni è presente anche nel lavoro per il cinema... «Esatto. Mi piace sempre introdurre il fattore della credibilità in ciò che disegno per il cinema. Se sto cercando di raccontare di una società dell’immediato futuro, voglio che il pubblico ci creda. Se si tratta di una società antica, o mitica, mi faccio venire in mente un’architettura che avrebbe potuto veramente essere costruita all’epoca. E se si tratta di un veicolo spaziale estremamente sofisticato sono più incline di altri a disegnare qualcosa di verosimile. Perché voglio disegnare per il mondo reale. Penso a un qualcosa come l’elicottero senza uomo da utilizzarsi per servizi di soccorso come quelli della guardia costiera, o per cercare gente smarrita nella foresta. «Questo tipo di velivolo potrebbe funzionare nel bel mezzo di una tempesta, individuare fonti di calore (umano), atterrare, sfamare i dispersi e trasmettere via radio la loro posizione senza rischiare la vita di un pilota. Io la vedo così. E, in genere, preferisco vedere le cose dal punto di vista del loro utilizzo civile. Anche nelle attività che faccio per l’esercito - sebbene non sia un pacifista - sono meno incline a inventare armi vere e proprie che macchine che possano soccorrere soldati feriti, abbigliamenti antiproiettili o nuovi modi di comunicazione. E, se è vero che una guerra più leggera, veloce e ”chirurgicamente” precisa è meglio per tutti, avrò sempre, comunque sentimenti misti rispetto all’esercito per via della natura del nostro sistema politico. Ci sono cose che facciamo che non sono affatto giustificabili». In che senso? «Mi riferisco al governo degli Stati Uniti e alla sua particolare, attuale, natura di unica superpotenza. una responsabilità terribile e l’esercito ne è consapevole. Non sono assolutamente un materialista dialettico. Non credo che inevitabilmente ci troveremo in uno stato socialista. Sono invece convinto nel futuro a lunga durata di un capitalismo sociale, dominato dalla cultura e in continua mutazione: i particolari esperimenti di questo tipo di società, come l’Europa, l’Australia e il Canada sono così profondamente in sincrono con la natura umana che sarebbe difficile pensare ad un loro imminente annullamento. «Ci sono parecchie instabilità ma credo che le alleanze siano ancora molto forti, perché questo è un tipo di sistema che permette un alto livello di caos e quindi incoraggia alcuni degli aspetti più creativi della mente umana. Certo, la sinistra deve controllare il capitalismo, perché se esso vincesse completamente, se si arrivasse al darwinismo sociale, sarebbe orribile. Ma io credo che le civiltà occidentali nelle democrazie capitalistiche possano, progressivamente, diventare più umane, più efficienti. Certo, non è detto che lo faranno... E credo che storicamente la sinistra americana abbia avuto uno ruolo molto importante nel limitare gli eccessi e le ingiustizie del capitalismo». Ma quando lavora per l’Istituto decide lei su che tipo di macchina lavorare o non lavorare? «Non funziona così. Non vengono a chiederci delle cose precise dal Pentagono, perché noi non lavoriamo per l’esercito. E lo sanno. Come dicevo, vengono da noi cercando soluzioni a problemi particolari. Nessuno è obbligato ad occuparsi di cose che non vuole affrontare anche se, personalmente, fino ad ora, ho trovato la maggior parte dei loro quesiti affascinanti e ho cercato di lavorarci sopra. La maggior parte delle richieste sono a lunga scadenza e sono mirate ad avere un esercito più funzionante, più consapevole del suo ruolo, delle sue eredità e di ciò che l’opinione pubblica pensa di lui. Che si tratti di una grossa bugia o della preoccupazione di una piccola parte dell’esercito è irrilevante. Da parte mia rispondo a quelle richieste in vista di quelle soluzioni. E, nonostante ci sia nell’esercito una ”vecchia guardia”, trovo affascinante che in moltissimi dei laboratori militari che ho visitato la maggior parte dei ricercatori siano ex militanti degli anni 60, gente con i capelli lunghi, che non indossa uniforme... e che ci siano un gran numero di donne molto abili a capo di grandi dipartimenti. L’esperta numero uno di computer dell’esercito, per esempio, è una donna. E sono donne intelligenti, veloci e spiritose. Conoscono il loro lavoro né più né meno di quelle che lavorano per le società di videogiochi con cui ho collaborato. Il fatto è che la guerra fredda è veramente finita, c’è una nuova generazione che sta arrivando ai vertici dell’apparato militare e che crede in queste cose. E persino in alcune baggianate New Age, roba senza senso - di cui ero sorpreso. Ma è un momento interessante per l’esercito. Ho trascorso ore e ore a parlare di storia con alcuni alti ufficiali che sono perfettamente al corrente dei fallimento e delle follie dell’apparato militare. E ho trovato gente lì dentro che sente sul serio la mancanza di Clinton, e che è veramente spaventata dal ”giovane” Bush. Insomma, roba sorprendente. E molti degli stessi veterani vogliono modificare l’immagine dell’esercito che si è data finora, pensano che il Vietnam sia stato un disastro e sono tutti molto felici che, almeno per ora, la corsa al nucleare sia ferma». Quali dei progetti a cui lavori sono pensati per l’Afghanistan? «Tutto e niente. Si tratta di programmi a lunga scadenza in cui si sperimenta e si prova a venire a capo di nuovi sistemi di training, di comando e di controllo. un processo graduale, per prevedere un più ampio spettro di funzioni e reazioni che l’apparato militare si aspetta di dover fronteggiare nell’immediato futuro. Dalla guerra convenzionale a eventualità per adesso più remote, come la gestione di interventi umanitari - sfamare le persone, costruire dei ponti, intervenire in caso di disastri. uno spettro di funzioni piuttosto vasto e incentrato su quella che loro chiamano guerra isometrica, e cioè una guerra contro gruppi che non sono nazioni, o paesi, ma che si nascondono in città o vanno stanati tra le montagne senza, allo stesso tempo, far saltare in aria i pranzi di matrimonio della popolazione locale... I bombardamenti prima di Dresda e poi di Tokyo, nella seconda guerra mondiale, sono i punti più bui della storia dell’esercito Usa in fatto di aggressività contro i civili. Da lì si può solo migliorare». Stai dando l’immagine di un esercito progressista. Un’immagine che sembra aver poco a che vedere con i disegni dell’amministrazione Bush... «Questo paese ha avuto talmente successo che si è potuto permettere una vita di pura fantasia. Non hanno idea di cosa succeda nel mondo. assurdo. E aver messo qualcuno come Bush a parlare in nostra vece è terribilmente imbarazzante. Credo che alcuni dei settori più sofisticati dell’esercito capiscano il problema e stiano cercando di promuovere idee apparentemente semplici, come insegnare ai soldati la lingua dei paesi dove devono operare, i loro usi, la religione... per poter almeno lavorare più da vicino con i locali che sono dalla nostra parte. E iniziano a addestrarsi per superare l’incredibile ignoranza che abbiamo sul resto del mondo. il minimo che possono fare e, certo, non c’è nessuna garanzia che le cose vadano nella direzione migliore. Ma, secondo me, l’isolazionismo americano sarà vinto per sempre da Internet, non solo in quanto veicolo di informazione ma in quanto strumento per una generale comprensione della complessità del resto del mondo». Tornando all’Afghanistan, mi diceva che qualcuno di voi ci è andato... « stato chiesto ad alcuni di noi, in particolare ad alcuni riservisti, di andare a documentare il funzionamento di queste nuove tecnologie. Nel caso dell’Afghanistan si trattava di macchine robotizzate per esplorare grotte abbandonate, e per identificare la posizione di trappole. D’altra parte è importante anche per noi rilevare se queste cose funzionano o meno in condizioni reali». Giulia D’Agnolo Vallan