Egle Pagano Il Secolo XIX, 18/09/2002, 18 settembre 2002
Per vivere nel castello, il Cav. paga l’affitto alla signora della Borsa, Il Secolo XIX, mercoledì 18 settembre 2002 Paraggi
Per vivere nel castello, il Cav. paga l’affitto alla signora della Borsa, Il Secolo XIX, mercoledì 18 settembre 2002 Paraggi. «Il mondo finanziario di oggi non è più il mondo mio. Fare finanza allora era meno faticoso: c’erano meno speculatori. Gli affari erano chiari. Oggi è data a molti la possibilità di fare colpi grossi e c’è meno trasparenza». Anna Bonomi siede a un tavolino, sul terrazzo della casa di Paraggi, che è ricavata nel basamento di roccia su cui si erge lo spettacolare castello, anch’esso di sua proprietà ma ora affittato al capo del governo italiano, Silvio Berlusconi. Alle spalle, la vista sul cristallo smeraldino della baia e sul verde incontaminato del monte di Portofino. L’anziana signora veste con raffinata eleganza: abito verde pallido, sciarpa di chiffon coordinata e dello stesso tessuto la scarpa décolléte. Magrissima, minuta, reca sul volto e, a tratti, nella voce, il segno del tempo. Ma gli occhi, intensi, vivacissimi, spesso maliziosi, esprimono di volta in volta nostalgia, passione, sdegno, ironia. «L’accontenterò - premette - ma non scriva una parola di quello che le chiedo di non dire, sennò...». Afferra un quotidiano che in prima pagina parla del presidente americano Bush e della possibile guerra all’Iraq: «Ma non penserà davvero di scatenare una guerra, quello lì!». E allontana il giornale bruscamente. Non è cambiata con gli anni, la signora: l’intelligenza pronta e dissacrante, il linguaggio chiaro, efficace, talvolta crudo in certe espressioni non proprio da salotto. «Sono Anna Bonomi. Ho 92 anni. E dico sempre la verità», dichiara con fierezza. «Ho lavorato e guadagnato in tutto il mondo», aggiunge. Verissimo. Le cronache la definivano «primadonna della finanza italiana»: è rimasta l’unica, capace di fare affari e guidare un grande gruppo con la grinta e l’autonomia di un uomo. Ancora negli anni Settanta, quando scendeva in campo lei, Piazza Affari entrava immediatamente in fibrillazione. Ha lasciato la gestione degli affari di famiglia vent’anni fa e da allora uno dei più rilevanti imperi finanziari italiani - fatto di mattoni (Beni Immobili Italia, poi Bi-Invest), partecipazioni bancarie, compagnie assicurative (Fondiaria , Italia, Milano), aziende industriali (Mira Lanza, Saffa), commerciali (Postal Market), agricole (Sella & Mosca), quote rilevanti di grandi gruppi (Montedison) - si è a poco a poco dissolto. Le resta il castello di Paraggi... «Ero piccola, avevo quattro anni. Ricordo che mentre papà mi accompagnava dalle Orsoline a Rapallo, gli dicevo: ”Mi piace questo castello: me lo compri?”. Lui, anche se la sua famiglia aveva un bel patrimonio da 500 anni, rispondeva: ”Non siamo abbastanza ricchi”. Sono passati gli anni. Poi, un giorno, ho letto sul giornale di Genova che il castello era in vendita. Ho chiamato l’amministratore di papà e ho comprato Paraggi. E dal ’71 abito nella casa più bella del mondo». Lei ha un inquilino che si chiama Berlusconi. Che cosa pensa di lui? «Guardi, non ho votato Berlusconi. Però, secondo me, sta migliorando di giorno in giorno. Sta tirando fuori la sua intelligenza». Nel suo lavoro ha conosciuto tutti i protagonisti della finanza del dopoguerra. Che giudizio dà di Enrico Cuccia, il padre-padrone di Mediobanca? «Non voglio parlarne». Ma allora chi era il più bravo quando si trattava di fare dell’ingegneria finanziaria? «Al di là di tutte le vicende che sono successe e delle cose che poi si sono sapute, non c’è dubbio: il più bravo era Michele Sindona, uomo di un’intelligenza spettacolare». E il re del cemento, Carlo Pesenti, che all’epoca controllava anche banche e compagnie coma la Ras? «Pesenti mi voleva sposare. Allora ero una bella ragazza, sa? (Ride divertita) Seriamente, vorrei dire, invece, che suo figlio si è dimostrato in gamba». Carlo De Benedetti, secondo lei, è un finanziere così abile, come è sempre stato considerato? «De Benedetti? Non ricordo...» Ma c’è oggi, fra i protagonisti del capitalismo italiano, un personaggio che vale? «Uno c’è. Si chiama Tronchetti Provera, persona di primissimo ordine e uomo di parola». Tornando alla Borsa, lei dice che oggi c’è più speculazione che ai suoi tempi. Ma ci sono anche le nuove leggi che ora regolamentano i mercati... «La Borsa non ha bisogno di leggi. Io non avevo bisogno di leggi: facevo così (batte il pugno sul tavolo) e la Borsa si fermava. Ma io architettavo operazioni chiare, la gente mi seguiva e guadagnava. Oggi architettano le loro operazioni, la gente non lo sa e perde tutto. Ero arrivata ad avere 18 società...» Fra le quali la genovese Mira Lanza, che allora era leader in Italia nella produzione di detersivi... «Mi venne in mente di comprarla mentre facevo il bagno, osservando il dentifricio. ”Piaggio non vuole vendere - dissero - non riuscirai ad averla”. Contattai Piaggio. ”Non vuole vedere i conti?”, mi chiesero. ”No”, risposi. Al momento del pagamento, non mancava una lira». Il gruppo Bonomi negli anni 80 era diventato socio di riferimento della Montedison. Ma Mario Schimberni, che guidava la società, osò scalare la Bi-Invest, cioè la cassaforte di un suo azionista. Che ricordo ha di quel fatto? «Si, la Edison era mia. Ma una cosa non ho dimenticato: che Agnelli ci offrì il suo aiuto in quel momento. Vede, io godo di quest’amore per la verità che ho nell’animo e che mi ha dato mio padre, e ringrazio ancora oggi Agnelli per quell’offerta». Ha combattuto molte battaglie. E adesso? «Adesso di una cosa sola mi importa. Guardi questa baia, questo monte. Il monte di Portofino è il posto più bello del mondo. Tutti dovremmo difenderlo con le unghie. Non per me che ho 92 anni, ma perché è un gioiello prezioso, una ricchezza per il Paese. Io sono decisa a farlo e voglio vincere quest’ultima battaglia. Ce la farò? Non lo so. Ma stia certa che mi batterò, come un cane randagio, per il monte di Paraggi». Egle Pagano