Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2002  settembre 15 Domenica calendario

Larenzia faceva «picci picci» al fantolino Remolo, Corriere del Mezzogiorno, domenica 15 settembre 2002 Nel maggio 2002 il presidente del Consiglio italiano signor Silvio Berlusconi accolse fastosamente all’aeroporto di Pratica di Mare, alla foce del Tevere, i massimi rappresentanti delle nazioni costituenti la così detta Unione Europea, ai quali si aggiunse per la prima volta il presidente della Repubblica federativa russa signor Putin

Larenzia faceva «picci picci» al fantolino Remolo, Corriere del Mezzogiorno, domenica 15 settembre 2002 Nel maggio 2002 il presidente del Consiglio italiano signor Silvio Berlusconi accolse fastosamente all’aeroporto di Pratica di Mare, alla foce del Tevere, i massimi rappresentanti delle nazioni costituenti la così detta Unione Europea, ai quali si aggiunse per la prima volta il presidente della Repubblica federativa russa signor Putin. Dato che il luogo coincideva con quello di Lavinio, la città fondata dopo il mitico sbarco nella penisola dell’eroe Enea, sopravvissuto alla distruzione di Troia, il signor Berlusconi fece opportunamente cenno dell’avvenimento e non mancò di ricordare che Enea, sempre nella versione del mito, era stato il progenitore dei due fratelli dalla cui iniziativa nacque, circa tremila anni fa, Roma. «Romolo e Remolo», egli disse. Forse era un lapsus per Romolo e Remo. Fatto sta che la minoranza politica e i suoi giornali s’impadronirono dell’episodio per deriderlo a tutto spiano e in tutte le salse. «Questa è la democrazia, bellezza» avrebbe detto Humphrey Bogart, modificando di poco una sua celeberrima battuta relativa alla dura realtà del cinema. La maggioranza politica attualmente al potere in Italia cercò dal suo canto di glissare e di passare ad altro. Comprensibilissimo. Tuttavia sento il dovere di osservare che, se di Romolo e Remolo, anziché di Romolo e Remo avesse parlato a Pratica di Mare qualche rinomato studioso di storia romana, non si sarebbe trattato di un lapsus ma si sarebbe trattato di una teoria. Ed io, nella mia qualità di modesto rappresentante della categoria degli storiografi ringrazio il signor Berlusconi per avere, chi sa se inavvertitamente oppure (diavolo di un uomo) a ragion veduta, aggiunto un nuovo interrogativo alla ricchissima problematica relativa ai due famosi fratelli. Non lo dico alla leggera, lo dico per aver letto, tra l’altro, l’affascinante e puntualissimo saggio recentemente dedicato da T. P. Wiseman a Remus: a Roman mith 1995, di cui è apparsa nel 1999 anche una versione italiana (p. XV-226). Un saggio, quello del professore di Exeter, in cui si discute di tutto, quindi anche del nome di Remo. Ma un saggio pre-berlusconiano: in cui pertanto non si prende ancora in esame l’ipotesi che, come Romolo fu chiamato amorevolmente con un diminutivo (Romulus, Romino) da Faustolo e Larenzia che lo allevarono da lattante, così con un analogo diminutivo (Remulus, Remino) sia stato denominato con pari amorevolezza dai due coniugi il piccolo Remo. vero o non è vero che il nome dei due fratelli fu improntato sul vocabolo «ruma», che significa mammella con riferimento al fatto che il primo latte lo diede loro una lupa? Secondo Dionigi di Alicarnasso e Plutarco di Cheronea, seppur con molti dubbi e varianti è vero. Ma allora perché fare «picci picci» solo all’uno e non anche all’altro fantolino? Vi è di più. Secondo un rivolo della leggenda romana, dei due fratelli il più vecchio era Remo: tant’è che non sono rare le fonti che ci ragguagliano «de Remo et Romulo» e non viceversa. Se i due erano gemelli (e questo quasi nessuna fonte lo contesta), è evidente che il primo a venire alla luce (essendo stato concepito per secondo) fu Romolo; dopo di che, sorpresa, fece inaspettatamente capolino Remo, acquattato più in fondo dal momento che era stato concepito per primo. Faustolo e Larenzia, essendo poveri pastori assolutamente digiuni di nozioni di ginecologia, credettero ovviamente che il più giovane gemello fosse Remo; dunque, se il diminutivo affettuoso lo dettero ad uno solo dei due, è chiaro che dovettero darlo solo al sopravvenuto Remolo e non all’infante che per essi era il primo nato. Semplici e buoni come erano, essi peraltro conobbero difficoltà, suppongo, a chiamare col diminutivo non solo Remolo, ma anche Romolo. Tutto qui signori. Però, però, a pensarci meglio non è proprio tutto qui. Se vogliamo andare al fondo delle cose, si pongono due domande tra loro strettamente connesse. Perché le fonti antiche di cui disponiamo recitano sempre Remo e mai Remolo? E perché il signor Berlusconi ha calcato l’accento del suo discorso su Remolo? A mio sommesso avviso la risposta non manca, ed è questa. Il signor Berlusconi, da raffinato politico qual è, ha voluto distogliere l’attenzione degli astanti dalle vicende che seguirono i giorni della puerizia dei due nipoti di Numitore, tanto poco desiderati dall’usurpatore Amulio. Divenuti in pochi anni robusti giovanotti, i fratelli non solo organizzarono la rivolta degli albensi contro Amulio e la restaurazione di Numitore sul trono, ma passarono a capeggiare bande sempre più nutrite di altri giovanotti di quelle zone. Dopo un primo periodo di concordia nel comando entrarono in competizione tra loro per la fondazione di un nucleo cittadino stabile sulle sponde del Tevere, diciamo tra il Palatino e l’Aventino. A questo punto, spiace dirlo, Romolo barò. Piazzatosi sul Palatino, mandò astutamente a dire al fratello ch’era in attesa sull’Aventino, di aver avvistato per primo sei uccelli augurali provenienti da (com’è ovvio quando si tratta di buon augurio) dalla sinistra. Non era vero, ma il fratello cadde nella trappola e corse sul Palatino a constatare di persona, col risultato che perse la possibilità di avvistare uccelli augurali di passaggio sull’Aventino e presenziò interdetto al volo sul Palatino di altre aves bene-augurali (sempre da sinistra, sempre da sinistra). Che fare? Persa la pazienza, egli tentò l’ostruzionismo alla fondazione della polis di Romolo, saltò derisoriamente oltre l’esile muro che questi aveva ordinato di costruire e fu ucciso in quattro e quattr’otto da un portaborse di Romolo, il quale si chiamava Celere, il veloce (Diodoro Siculo 8.6.1-3). Tutte faccende che Cicerone, mostrandosi, riconosciamolo, persona seria ed onesta riassume affermando (de officiis 3.40.1) che Romolo quando gli parve più conveniente regnare da solo, fece fuori suo fratello con autentica azione da delinquente («peccavit igitur»). Diversamente da Cicerone, in quel suo momento di stizza da vecchiardo, si comportò, comunque, la tradizione. La ragion di Stato esigeva che Romolo fosse glorificato e che il fratello fosse pian piano, se non dimenticato, almeno svalutato. Quasi lo stesso problema, se ricordate, del gemello di Luigi XIV che il cardinale Richelieu fece imprigionare a vita in una fortezza montana col volto ricoperto da una maschera di ferro. Quasi lo stesso problema, facendo salvo che la soluzione adottata da Celere (di cui poi quegli altezzosi nobiluomini dei Fabii si vantarono di essere discendenti) fu una soluzione più radicale e, ammettiamolo pure, più razionale. Quanto alla svalutazione del fratello di Romolo, nel ricordo dei posteri si giocò, tra l’altro, sopra tutto sul nome. Non più Remolo lo si chiamò, ma Remo e soltanto Remo, con forte riferimento alla sua lentezza, al suo remorari (essere lento) alle sue remore non solo fisiche ma anche mentali di cui suprema fu la tardezza, anzi l’imbecillità, dimostrate precipitandosi verso il Palatino appena ricevuto il subdolo messaggio di Romolo. Ebbene, anche per il signor Berlusconi e per il suo discorso a Pratica di Mare è lecito far capo alla ragion di Stato. Conscio della forte possibilità che, se avesse parlato agli illustri convenuti di Romolo e Remo, questi sarebbero immancabilmente andati col pensiero al fratricidio e al resto, egli ha finemente accennato a Romolo e Remolo, ottenendo l’effetto psicologico di guidare il loro pensiero verso il solo gentile episodio della lupa, di Faustolo e Larenzia, dell’affettuoso «picci picci». «Questa è la diplomazia, bellezza», direbbe di sicuro, mutando di poco la sua celeberrima battuta, Humphrey Bogart. Antonio Guarino