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 2002  settembre 20 Venerdì calendario

L’avvocato evasore che tutti volevano al casinò, Corriere della Sera, venerdì 20 settembre 2002 «Embè? Qual è er probblema?»

L’avvocato evasore che tutti volevano al casinò, Corriere della Sera, venerdì 20 settembre 2002 «Embè? Qual è er probblema?». Attilio Pacifico mica capisce le anime belle che ad ascoltarlo restano scandalizzate: cosa c’è di strano se alcuni giudici gli chiedevano di portare di nascosto pacchi di soldi all’estero? «Me ne diedero Antonino Vinci, Filippo Verde, Renato Squillante...». E non chiedetegli se non si vergogna d’essere, come minimo, un evasore: «Vabbè: lo sono. Allora?». E ride, ammicca, dà di gomito. E tra gli sguardi tesissimi dei magistrati e degli avvocati giunti stremati agli ultimi round del processo Imi-Sir su cui incombe la mannaia della legge Cirami, l’avvocato accusato con Cesare Previti e Giovanni Acampora d’avere comprato certe sentenze e incassato dagli eredi di Nino Rovelli la «parcella« di 67 miliardi di lire, ostenta una incontenibile allegria. Per ventisette mesi, udienza dopo udienza, rinvio dopo rinvio, s’è trascinato di acciacco in acciacco: «Un calvario«. Ma oggi è in gran forma: pelle abbronzata, passo elastico, ricciolo giovanile. Pronto, adesso sì, per essere interrogato. E così sicuro che ormai sia quasi fatta da togliersi perfino lo sfizio di raccontare, per la prima volta, la sua versione. Che parte dal fatto che lui, l’avvocato vero e proprio, non l’ha fatto mai: «Mi sono occupato sempre di cose extragiudiziali. Fallimenti. Consulenze. Una volta, dico. Perché mi hanno fatto chiudere lo studio. Otto mesi di galera, capirà... Mi sospesero dall’Ordine. Quando mi riammisero, visto che le cose andavano per le lunghe e non c’erano tutte ’ste prove, potevo riprendere. Ma oramai...». Ma lei, Rovelli, quando lo conobbe? «Rovelli padre o figlio? Non erano la stessa cosa». Cioè? «Il figlio non vale il padre». Non pare che lei, Previti e Acampora vi siate lamentati... «No, no. è una persona di valore. Il padre gli aveva detto prima di morire che avanzavo dei soldi. Lui me li ha dati». Che c’entrava lei con l’Imi-Sir? «Niente». E allora: tutti quei soldi? «Erano miei. Li avevo affidati a Rovelli, lui li gestiva». Miliardi e miliardi? «Miliardi, miliardi... Basta con questa storia di miliardi! Erano milioni. Poi sono diventati miliardi. Ho cominciato con 150 milioni, che colpa c’ho io se la lira s’è svalutata e quei milioni son diventati miliardi?». Non mi dica che li ha fatti con la svalutazione! «Magari li prendevi a cento e te li ritrovavi a ottocento... Erano anni particolari...». E magari c’entra pure il gioco... «Questa storia del gioco salta fuori sempre. Gioco. Allora? La Boccassini mi ha contestato: lei è stato 83 volte all’Hotel Splendid di Lugano. Ma ce sarò stato 800 volte! Ottocento! Pagava il casinò! E sa perché mi pagava? Perché quando sedevo io al tavolo, il gioco lievitava. Arrivavo che giocavano mille e subito passavamo a cinquemila». Tavolo? «Chemin de fer». Vinceva o perdeva? «A Campione e a Saint Vincent vincevo. A Montecarlo perdevo. Tutti i casinò mi volevano. Mica le danno a tutti la carta d’oro e di platino. Difficile però spiegarlo a un pubblico ministero che non è stato mai in una casa da gioco». Quanto giocava in un anno? «Mah... Non si può quantificare. Se entri in un casinò con tre milioni, ne vinci cinquanta e ti giochi anche quelli come li conti: tre o cinquantatré? L’importante è alzarsi al momento giusto. Non ti puoi illudere che la fortuna ti stia accanto tutta la notte. Anche se hai l’intuizione giusta». Esempio? «Ricordo una volta a Saint Vincent. Notte magica. Entrai che su quattro tavoli era appena uscito l’11. Allora giocai tutta la serie del due: il 2, l’11 (1+1=2), il 20 (2+0=2) e il 29 (2+9=11). Passavo da un tavolo all’altro e dovunque saltava fuori questa combinazione del due». Insomma: quella montagna di soldi sui conti esteri... «Ma no. Certo. Il mio lavoro era un altro». Cioè? «Metta che uno avesse bisogno a Roma di riportare in Italia soldi che stavano fuori. Veniva da me, glieli facevo portare». Con gli spalloni... «Chiamiamoli portavalori. Gente a posto. Giacca e cravatta». E se qualcosa andava storto? «Perché doveva andare storto?». Metta che alla frontiera beccassero il corriere... «C’era l’assicurazione. Il mio spallone, come lo chiama lei, provvedeva ad assicurare il carico fino a 500 milioni». Ma lei quanto tratteneva di percentuale? «Tra il 2,5 e il 3 per cento». La percentuale chiesta da Tremonti con lo scudo fiscale... «Aoh, facevo lo scudo fiscale prima di Tremonti!». Minimo minimo evadeva. «Embé? Sono un evasore. Che mi volete fare? Dirò di più: il massimo era quando trovavi uno che ti chiedeva di fare entrare cinquecento milioni e un altro che ti domandava di farne uscire cinquecento». Così incassava il due e mezzo più un altro due e mezzo. «Sì. Senza grande fatica. Era un gioco di compensazione». Sostiene anche lei come Previti che i conti correnti si chiamano così «perché i soldi corrono»? Per esempio: quei famosi 434.404 dollari finiti nello stesso giorno dal conto di Previti a quello di Squillante... «Non ho niente da dire». Lo ammetta, un italiano medio si chiede: com’è possibile che lo stesso giorno 434.404 dollari esatti passino da... «Una compensazione». Tra chi e chi? Tra Previti e Squillante? «Squillante non c’entra». Uno era Previti: e l’altro? «Mica lo dico a lei. Sono sei anni che tutto ruota intorno a questo e lei pretende che glielo dica così, dopo mezz’ora? Però: 434.404... Io me li giocherei, ’sti numeri...». Da quanto tempo conosce Previti? «Un sacco di anni. Stavamo insieme alla Canottieri Lazio». E Berlusconi? «L’ho visto un paio di volte. Una al matrimonio della figlia di Previti, quando aveva appena comprato Van Basten. Poi a una cena con una cinquantina di persone. Fine». Ma senta: lei giocava, investiva, le si rivalutavano i franchi... Ma un magistrato tipo Squillante come faceva ad avere tutti quei miliardi? «Mica erano tutti suoi. Erano di tutti i parenti, i cognati, i cugini, le zie... Uno faceva il gioielliere, l’altro vendeva stoffe... Renato ha raccolto questi soldi per un investimento immobiliare. Non credo avesse niente da nascondere. Tanto è vero che il giudice di Vaduz mi disse: «Dipendesse da me il conto di Squillante lo potrei sbloccare». Gli dissi: perché il suo sì e il mio no?». Ma se la sua posizione è così tranquilla... «Pacifica. Io sono pacifico». Se è così «pacifica« perché non ha voluto deporre? «Senta: mi avevano messo in galera. Dalla sera alla mattina mi avevano sequestrato, strappato alla famiglia, al lavoro, al mio ambiente. Mi avevano sbattuto a Opera. Un caldo pazzesco. Ricordo l’interrogatorio. Ero sfinito. A pezzi. Sono momenti in cui puoi dire tutto e il contrario di tutto». Insisto: perché ha atteso 27 mesi per chiedere di deporre? «Le strategie di difesa non si decidono da soli. Eravamo aggrediti insieme, dovevamo difenderci insieme. Diciamo anche che non mi fido più dei giudici». Torniamo a quelli che le davano soldi da esportare... «Il povero Vinci, che poi è morto, aveva ereditato una proprietà e venne da me con dei libretti al portatore. Filippo Verde, che avevo conosciuto a New York al pranzo del Niaf...». Quella famosa «gita» transoceanica zeppa di magistrati e pagata da Previti in onore di Craxi? «C’ero anch’io, certo. Ho le foto... Ma dicevo: Verde aveva fatto dei soldi con gli arbitrati. Era bravissimo, negli arbitrati. Ricordo che gli comprai dei franchi a 800 lire e andarono subito a 1500...». E Vittorio Metta, il giudice che in un solo giorno riuscì a scrivere 168 pagine sulla sentenza Mondadori? «Lui no, non mi ha dato niente da investire. L’avrò visto tre o quattro volte... ». L’accusa dice che i 400 milioni con cui comprò in contanti la casa per la figlia glieli diede lei... «Nooo: io ritirai quei 400 milioni dal conto. Questo sì. Ma non c’è la prova che li diedi a lui». Li diede o no? «Le ho detto: non c’è la prova...«. E cosa ne fece? «Magari me li giocai...«. Gian Antonio Stella