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 2002  settembre 17 Martedì calendario

Mitzna, la sinistra israeliana e l’importanza d’esser generali, la Repubblica, martedì 17 settembre 2002 Amram Mitzna è un ex generale

Mitzna, la sinistra israeliana e l’importanza d’esser generali, la Repubblica, martedì 17 settembre 2002 Amram Mitzna è un ex generale. In guerra ha dimostrato intelligenza e coraggio: è stato ferito tre volte e ha ricevuto le massime decorazioni. Quando comandava le truppe in Cisgiordania, durante la prima rivolta palestinese (l’Intifada ’87-’93) è stato un duro: fu criticato dai coloni israeliani, che gli rimproveravano lo scarso zelo nel difenderli dai palestinesi; ma al contempo fu accusato dai pacifisti, perché i suoi soldati armati di bastoni spezzavano dita e braccia ai lanciatori di pietre palestinesi. Una punizione approvata da un altro ex generale, Yitzhak Rabin, allora ministro della Sicurezza e poi primo ministro (e protagonista, con Arafat, del reciproco riconoscimento, israelo-palestinese, che accese un’effimera speranza di pace). Mitzna si è più tardi spiegato: «Era una guerra. Ero responsabile della legge e dell’ordine, e ho usato le misure e l’autorità a mia disposizione». Non ha aggiunto altro. uomo di scarse parole. Ma in quelle poche pronunciate era sottinteso che un esercito è condannato a certi comportamenti se occupa un paese abitato da una popolazione ostile. I militari subiscono le decisioni politiche. Lui fece il suo dovere, che era quello di reprimere una rivolta, ma non esitò ad esprimere le sue perplessità. Fu disciplinato ma non complice silenzioso. Con questi precedenti Amram Mitzna, cinquantasette anni, (dei quali venticinque vissuti come ufficiale di Tsahal, l’esercito, e nove come sindaco, ancora in carica, di Haifa, terza città di Israele), riempie molte delle condizioni indispensabili per essere, nel futuro, un leader laburista di tutto rispetto: vale a dire il capo della sinistra adesso orfana, senza una guida in grado di far fronte al super falco Ariel Sharon, primo ministro ben saldo al potere. Non pochi nell’altro Israele, quello oggi minoritario che non si riconosce nella politica di Sharon, contano su di lui. Per essere una ”colomba” credibile, rispettata, è meglio avere dato prova di fermezza, è utile essersi dimostrato un ”falco” nei momenti cruciali, quando Israele si sentiva minacciato. Adesso il paese vive una guerra, subisce perdite umane, pensa che il suo avvenire sia in pericolo, è angosciato dalla sicurezza, e preferisce quindi affidarsi a un politico con un buon passato militare alle spalle. Forse per questo gli ex generali sono apprezzati. Ma non tutti sono uguali. Le qualità richieste dalla sinistra a un ex generale possono essere riassunte in una formula, che è il ritratto del leader ideale nei momenti di crisi: l’uomo deve essere duro ma giusto. Le due qualità sono spesso inconciliabili. Ariel Sharon ha soltanto la prima. Ehud Barak, ex primo ministro laburista, sembrava duro e giusto, ma risultò troppo duro e non abbastanza giusto. Non essere prigioniero del dogma della forza e credere nella pace non è sufficiente. Gli elettori vogliono altro. Amram Mitzna dà l’impressione di possedere anche l’altra virtù. Ha la fermezza del soldato. In questo assomiglia a Yitzhak Rabin. (Con il quale, secondo alcuni mistici cultori della memoria del primo ministro assassinato, Mitzna riuscirebbe addirittura a comunicare, come se avesse un legame con l’aldilà). Più di ogni altro, nella storia recente di Israele, Rabin ha incarnato la speranza di una pace nella sicurezza. Non aveva alcuna simpatia per Arafat. L’uomo gli ispirava ripugnanza e diffidenza. Lo riteneva responsabile della morte di tanti suoi compagni d’arme. Ma gli ha stretto la mano, perché la pace era più importante dei suoi sentimenti. Un fanatico israeliano, giudicando il gesto un tradimento, una rinuncia al Grande Israele, lo ha ucciso. L’assassino non gli ha perdonato di essere anche giusto. Rabin era un uomo raro. Amram Mitzna vive, con la moglie Aliza, in un piccolo appartamento, dove gli capita di ricevere gli ospiti in cucina. Ha l’austerità che un tempo distingueva gli israeliani dei kibbutz, dove lui è nato. Passa dodici ore al giorno nel municipio di Haifa. Il mandato di sindaco gli viene puntualmente rinnovato. Riceve voti da sinistra e da destra. amato dagli elettori come un tempo dai soldati. Ha uno sguardo triste e la faccia incorniciata da una barba che tende al grigio. Si vede che è abituato a comandare e a farsi ubbidire. Ha un linguaggio diretto, semplice, senza ironia e senza retorica. Le emozioni le tiene per sé. Il ritratto politico di Amram Mitzna mi è stato tratteggiato da intellettuali israeliani che rifiutano Sharon; e che criticano apertamente la partecipazione del partito laburista alla coalizione guidata da lui. Ai loro occhi Shimon Peres, attuale ministro degli Esteri (e titolare del premio Nobel, insieme a Rabin e ad Arafat, per avere contribuito agli accordi di Oslo, ai quali Sharon non crede), non rappresenta più la sinistra. Lui e il segretario del partito laburista, Benjamin Ben-Eliezer, attuale ministro della Difesa, sarebbero diventati semplici strumenti della destra. Il giudizio è severo, forse eccessivo, ma assai diffuso. Ed è quindi ad Amram Mitzna che molti si rivolgono. un uomo nuovo, senza peccati, dicono, ci si può aspettare da lui qualcosa di diverso. C’è tuttavia in queste descrizioni un’evidente prudenza. Quasi si volesse evitare un entusiasmo che appesantirebbe poi un’eventuale delusione. In autunno, quando si terranno le primarie all’interno del partito laburista, Amram Mitzna contenderà a Ben Eliezer la carica di segretario generale, e quindi si proporrà come campione dell’opposizione alle future elezioni nazionali. Pochi osano sperare che egli possa sconfiggere la destra e diventare primo ministro nell’avvenire scrutabile; gli umori del paese spingono ad escludere questa eventualità; ma una sua affermazione rivelerebbe agli israeliani che esiste un’alternativa alla politica attuale. E rafforzerebbe l’opposizione oggi insignificante. Nel caso diventasse il segretario del partito, Mitzna farebbe uscire i laburisti dal governo Sharon. Questo costituirebbe già una svolta. Nel caso arrivasse un giorno a costituire un governo, riprenderebbe subito i negoziati con i palestinesi, senza porre precondizioni. Se i negoziati fallissero, prenderebbe decisioni unilaterali: traccerebbe un confine da solo, e spingerebbe i palestinesi a creare uno Stato, all’interno del quale dovrebbero sbrigarsela da soli. Smantellerebbe molte colonie israeliane in territorio palestinese, e sposterebbe tutte quelle di Gaza lungo la frontiera. Gerusalemme? I luoghi sacri agli ebrei resterebbero sotto controllo israeliano; quelli musulmani sotto controllo dei palestinesi. Si dice che egli accetterebbe una supervisione internazionale sulla città. Ma nei propositi di Mitzna, per quel che riguarda Gerusalemme, ed altri argomenti chiave, si notano ancora molti vuoti. Non poche incertezze. Alcuni dicono tante ambiguità. Che farebbe di Arafat? Tratterebbe con lui, come con qualsiasi altro responsabile palestinese designato dai palestinesi. E Mitzna aggiunge con la sobria logica del soldato: «Cosa cambierebbe se adesso scomparisse Arafat (come vorrebbe Sharon, ndr), dal momento che il governo attuale non ha comunque idee da mettere sul tavolo?». Amram Mitzna non è un personaggio carismatico, in grado di trascinare le folle. un askenazita, un ebreo originario dell’Europa del Nord, e come tale suscita la diffidenza delle masse sefardite, vale a dire degli ebrei orientali. I quali, a livello popolare, detestano gli israeliani, tipicamente askenaziti, formatisi nei kibbutz (oggi in via d’estinzione). Per il proletariato sefardita, che vota a destra, Mitzna è l’esponente di un’élite che li ha a lungo disprezzati. Un’élite, a volte anche economica, che vota a sinistra. In quanto ai russi, ebrei o non ebrei, arrivati di recente, per riflesso antisovietico, sono allergici alla sinistra. Nessuno contesta tuttavia che Mitzna sia un uomo di carattere. Vent’anni fa, mentre era impegnato nella guerra del Libano, ebbe il suo primo scontro con Ariel Sharon (pure lui askenazita, ma amato dai sefarditi, a livello popolare). Lui, Mitzna, era un giovane generale, non aveva ancora quarant’anni. Sharon era ministro della Difesa e il condottiero di quella avventurosa impresa. Quando i falangisti cristiani libanesi massacrarono dei civili palestinesi a Sabra e Chatila, un campo sotto la sorveglianza israeliana, Mitzna scrisse al capo di Stato Maggiore una lettera in cui diceva di avere «perduto la fiducia» nel ministro della Difesa. Più tardi spiegò che aveva agito in quel modo, insolito per un militare, perché si trattava di difendere i principi di un paese democratico. Quando ci si rende conto che sul piano morale sono stati superati certi limiti, bisogna assumersi la responsabilità di denunciarlo. A conclusione di un’inchiesta israeliana sul massacro di Sabra e Chatila, Ariel Sharon non fu giudicato direttamente responsabile, ma fu ritenuto non idoneo a ricoprire la carica di ministro della Difesa, e fu costretto a dare le dimissioni. Vent’anni dopo Mitzna sfida ancora Ariel Sharon. Lo fa senza alzare troppo la voce. Sa che le speranze suscitate dalla sua irruzione nella politica nazionale sono dovute in larga parte al desiderio di rimediare alla drammatica debolezza della sinistra, rimasta senza una guida. L’ex generale, duro ma giusto, pensa che gli ultimi due anni abbiano cambiato entrambe le parti. Quella israeliana come quella palestinese. Tutti sono coscienti che il terrorismo e la forza militare conducono al nulla. Gli israeliani hanno perduto i frutti di dieci anni di sviluppo; i palestinesi sono nella miseria. Lui spera che dischiudendo l’orizzonte politico si possa riprendere il dialogo. Il suo programma è vago e vasto. Ma per chi non crede soltanto nella forza militare non c’è al momento di meglio. Bernardo Valli