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 2002  settembre 18 Mercoledì calendario

Il laico Saddam e i suoi «aiutatori invisibili», La Stampa, mercoledì 18 settembre 2002 Non so se Saddam Hussein preghi

Il laico Saddam e i suoi «aiutatori invisibili», La Stampa, mercoledì 18 settembre 2002 Non so se Saddam Hussein preghi. Egli è un baasista laico anche se non ha mancato di recarsi alla Mecca umiliandosi, come tutti i bravi musulmani, davanti alla sacra Pietra Nera incastonata nell’angolo sudorientale della Kaaba. Anche se nei suoi ultimi atti politici la sfida al mondo s’accende di accenti coranici. Forse non prega ma oso presumere che egli, concentrandosi mentalmente nel chiuso della sua modesta casa sul Tigri, com’è solito fare nei momenti gravi, si rivolga ai suoi «aiutatori invisibili». Che sono di tutto rispetto: da Nabucodonosor, il favoloso sovrano di Babilonia (605-562 a.C.), colui che terrorizzò gli ebrei, a Ghazi I, il re che negli Anni Trenta si oppose agli inglesi (che lo cancellarono), ad Alì, il genero del Profeta. Di quest’ultimo, tra l’altro, Hussein d’Iraq sarebbe addirittura discendente in grazia d’una ricerca araldica ordinata, or non è molto, dal Raíss ed eseguita, assicurano, con sommo scrupolo da esperti fidati. Quando nasce, a Tigrit, un borgo contadino a 200 chilometri da Baghdad, il 3 di aprile del 1937, l’Iraq è indipendente da neanche cinque anni; indipendente e deluso perché tutte le promesse degli inglesi a re Feisal (il leggendario amico del colonnello Lawrence) sono state disattese. Sicché Saddam al-Tikriti (soltanto più tardi diventerà Hussein) succhia latte e nazionalismo. La madre, rimasta presto vedova, lo manda a scuola ma il bambino non ha voglia di studiare, è un attaccabrighe dimodoché vivrà nei campi come un gatto randagio. A otto anni non sa né leggere né scrivere ma ha già imparato, chissà mai come, a tirar di pistola. A dieci anni fugge di casa, lo accoglie uno zio, ufficiale epurato per aver complottato contro la monarchia. Lo zio convince Saddam ad andare a scuola e il ragazzo recupererà gli anni perduti tanto velocemente da approdare al liceo Al-Kharkh di Baghdad, autentica fucina di attivisti antimonarchici. Nel 1955 Saddam entra nel Baas - Al-ba’th Al’-arabi, il partito della rinascita araba. Il giovine Saddam si farà presto notare per il suo coraggio e per l’assoluta mancanza di ”stati d’animo”. Entra a far parte del servizio di sicurezza del partito, una scelta che lo porterà lontano. Il 14 luglio del 1958 il colonnello Kassem, con un golpe da manuale, prende il potere. Mentre la radio trasmette la ”Marsigliese”, lascia che la famiglia reale venga fatta letteralmente a pezzi dalla folla festante. Sennonché Kassem, un uomo feroce ma non antipatico, un gay nascosto, scontenta ben presto il partito che ne decide l’eliminazione. Nel gruppo di fuoco incaricato di uccidere ”il tiranno”, c’è, manco a dirlo, il giovine Saddam. Nello scontro con la scorta Saddam rimane ferito ad un piede ma riesce a fuggire. Rifugiatosi nella casa di un compagno, divorato dalla febbre, chiede un coltello e una candela. Disinfetta la lama alla fiamma della stearica e, a mo’ di bisturi, se ne serve per estrarre la pallottola. Poi, travestito da beduino, ripara al Cairo. Rientrato a Baghdad dopo la cruenta fine di Kassem, Saddam fomenta un golpe e finisce in galera. Lo attende la forca ma riesce ad evadere dopo aver strozzato il secondino al quale, raccontano, caverà un occhio «per ricordo». Nella clandestinità s’impegna a rifondare il partito diventandone, in fatto, il leader operativo. Saddam vuole, fortissimamente vuole il potere ma ha bisogno di un battistrada: lo trova nella persona del generale Hassan al-Bakr. Allorché, il 17 luglio 1968, il Baas coglie il potere, Saddam al-Tikriti, divenuto Saddam Hussein, sarà il numero due del regime. Quando ebbi in sorte d’incontrarlo, a Baghdad, nel 1974, il numero due era un uomo alto e magro, avvolto in un lungo ”burnus” nero, il volto scavato e gli occhi, incisivi, lucidi come due schegge di ossidiana. Mi colpì la sua stretta di mano, pastosa, avvolgente se così può dirsi. La sua voce fonda recitò le rituali cortesie, tipiche d’un incontro non pianificato, invece io che sapevo di trovarmi di fronte al vero capo, gli chiesi se egli credesse ancora nel socialismo arabo inventato da Nasser. «Il socialismo arabo è opera di Michel Aflak», mi disse con garbata irritazione. «Nasser ha tutt’al più inventato il socialismo egiziano. Il pensiero politico di Nasser», proseguì scandendo le parole con l’indice levato, «è segnato dalla contraddizione fra il principio della partecipazione popolare e il principio della ”guida cosciente”. Per Michel Aflak, al contrario, il popolo è tutto, soggetto e oggetto politico, idea e prassi». Prima che io fossi sospinto gentilmente fuori dal sontuoso salone da un nervoso segretario, mi disse sorridendo: «Ne riparleremo la prossima volta». La prossima volta fu l’estate del 1979. Saddam Hussein era subentrato al malaticcio presidente Bakr, preoccupandosi prima ancora di prender possesso dell’ufficio, di far fuori, secondo una consolidata prassi squisitamente irachena, tutti quei compagni di strada, in numero di 22, ch’egli considerava «negativamente critici» nei suoi riguardi. I suoi fidi affermano, sdegnati, che quei 22 furono riconosciuti colpevoli d’alto tradimento: «Trescavano con la Siria». Baghdad e Damasco son da sempre divise da una feroce disputa ideologica: entrambe rivendicano la leadership baasista. In quell’estate, a un anno dall’attacco iracheno all’Iran, Saddam Hussein cumulava le cariche di presidente del Consiglio del Comando Rivoluzionario, di Capo dello Stato, di segretario generale del Baas, di primo ministro, di comandante supremo delle forze armate. A quel tempo non correva proprio buon sangue tra Saddam Hussein e Arafat. Poi, a mano a mano che la guerra con l’Iran da supposto blitz diventava stillicidio tremendo, Saddam Hussein proposto come difensore del mondo arabo, ma anche dell’Occidente contro il pericolo khomeinista, cominciò ad accostarsi all’Egitto, agli Stati Uniti, ad Arafat incoraggiandone la svolta moderata. Espulse Abu Nidal. Un machiavellismo dei più elementari, insieme con la voglia, naturale, di far buoni affari, spinse l’Occidente ad armare il nuovo Saladino («Meglio lui che Khomeini»). E così giorno dopo giorno, Saddam accumula debiti spremendo come limoni le petrolmonarchie ma accumula altresì armi. Durante otto anni di guerra avrà soffocato nel sangue almeno tre golpe e liquidato un numero non quantificabile di oppositori veri o presunti oppure potenziali, sicché, come Nabucodonosor, potrà dire: «Non vedo ostacoli all’orizzonte». Saddam sa di non essere amato e, d’altronde, non è facile esserlo in un Paese in cui lui, sunnita, appartiene alla minoranza poiché gli sciiti sono il 60 per cento della popolazione. Non basta: la metà dei sunniti sono curdi, un’etnia che non s’è mai distinta per fedeltà verso Baghdad. Quel che conta è essere temuto, e certamente Saddam lo è. Sarà il culto della personalità (c’è un ritratto di Saddam persino nelle camere da letto d’ogni famiglia: in divisa, in borghese, col sigaro, con la kefiah palestinese, con l’elmetto, gli occhi perduti nella contemplazione d’una centrale nucleare, occhiali da play-boy Anni Settanta e kalashnikov a tracolla, Saddam Hussein come il Grande Fratello di Orwell è dovunque e ti guarda), sarà la saggia precauzione dei sudditi di non aver ”grane” con la polizia, fatto è che Saddam non sembra temere contraccolpi interni. Alle famiglie delle vittime di guerra (non c’è nucleo famigliare che non abbia avuto un morto) regala soldi e un’automobile, il sistema scolastico è tra i più avanzati, l’assistenza sanitaria perfetta. E le tasse sono pressoché inesistenti. Certo, a Saddam viene rimproverata la liquidazione di non pochi comunisti ed ebrei, lasciati oscillare per giorni dalle forche «affinché le scolaresche vedano e apprendano»; certo, se un disgraziato malaccorto schizza col caffè il giornale lordando l’immancabile fotografia di Saddam, il solito poliziotto lo arresta; certo, se un automobilista provoca un sinistro grave verrà punito facendogli saltare la casa con la dinamite, epperò Saddam è riuscito a creare quel che lui stesso definisce «un vincolo di sangue» con i suoi compatrioti. Specie coi più giovani. Il sangue è una componente della storia personale e della personalità medesima di Saddam. Lo si può capire riandando ai suoi trascorsi giovanili e non. Ma lo è anche d’una gente, quella irachena, che vuoi o non vuoi ha subito e subisce, culturalmente, il fascino del martirio, e quindi del sangue, ch’è tipico dello Sciismo. Se non fosse per quel «vampirismo psicologico» mutuato dagli sciiti perché mai, allora, le bambine a scuola canterebbero con trasporto: «Saddam, Saddam, daremo il sangue per te»? Dicono che Saddam, l’uomo che tiene l’Iraq con pugno di ferro in guanto d’acciaio, sia l’arcinemico di Israele. Può essere ma in verità è al mondo arabo che guarda. Odia Israele, ma lo teme. Durante otto anni Saddam ha combattuto contro il messaggio messianico di Khomeini sotto l’occhio attento e indulgente degli Stati Uniti, della Comunità Europea. Ha ucciso con il gas almeno cinquemila curdi perché «traditori», senza che nessuno lo condannasse sul serio, a parte Amnesty International (ma chi bada a quegli idealisti rompiscatole?). Ha minacciato ciclopiche ritorsioni se Israele avesse osato ripetere il raid del 1981, contro la centrale atomica di Tamuz, ma, in verità, quelle minacce erano soltanto un diversivo. Saddam mirava al Kuwait, «Paese taccagno e infeudato al sionismo» e se l’è inghiottito. Ma non è riuscito, come sappiamo, a digerirlo. Peggio: ha dovuto sputare quel boccone prelibato e ancor oggi sconta - leader dimezzato - quell’avventura frutto d’un rischio mal calcolato e, forse, d’una strabiliante macchinazione arabo-israeliana perfezionata dalla diplomazia americana. Igor Man