Massimo Nava, Corriere della Sera, 27/09/2002, 27 settembre 2002
Certe ghigliottine vanno sempre appresso ai propri boia, Corriere della Sera, venerdì 27 settembre 2002 Parigi
Certe ghigliottine vanno sempre appresso ai propri boia, Corriere della Sera, venerdì 27 settembre 2002 Parigi. Il segreto sta nel tenere ben ferma la testa, in modo che il colpo cada preciso e la morte arrivi in un attimo e il condannato non soffra. Conosce il mestiere Fernand Meyssonnier. In Algeria, durante la guerra d’indipendenza, la ghigliottina era per lui una routine, un gioco da ragazzi, visto che cominciò a far cadere teste a 16 anni, e una tradizione di famiglia: boia il padre, Maurice, boia il padrino, Henri Roch, e boia gli antenati, fra i quali Sanson, celebre nella storia francese perché eseguì la condanna del re, Luigi XVI. A 72 anni, un malato di cancro che «uccide il tempo, dopo aver ucciso uomini», Meyssonnier, che nei tratti assomiglia all’attore Fernandel, con una sottile ironia nello sguardo, ha deciso di pubblicare le memorie: Paroles de bourreau, parole di boia, edizioni Imago, un libro scritto in collaborazione con il sociologo Jean-Michel Bessette. Uscito ieri a Parigi, promette di riaccendere polemiche e inquietudine nella coscienza della Francia sul passato coloniale. Meyssonnier si limita a rievocare, nei più macabri dettagli, l’attività di «braccio della legge», «funzionario al servizio di de Gaulle», «esecutore che non si è fatto domande sulle sentenze». Ma queste sentenze rispondevano alla macchina repressiva dello Stato e, negli anni più drammatici, fra il ’56 e il ’58, agli ordini del ministro della Giustizia dell’epoca, il futuro presidente François Mitterrand. Suo padre, ex membro del partito comunista, cominciò nel 1928 e fece scendere la lama 344 volte. Maurice non lo superò: 200 esecuzioni concentrate in pochi anni. Diversi condannati «erano criminali comuni», ma la maggior parte «terroristi, membri del Fronte di liberazione e attivisti». Fra essi, Fernand Yveton, ghigliottinato all’alba del 21 febbraio 1957, militante comunista: un capitolo a parte, fra le vicende oscure della guerra, l’unico motivo di rammarico nella famiglia Meyssonnier, che conosceva il condannato. «Per gli altri - dice - non mi pento di nulla. Ogni volta pensavo alle vittime, ai vecchi e ai bambini dilaniati dalle bombe. Che diritto avevano i criminali di vivere? C’era una guerra in corso. Se de Gaulle non avesse promulgato l’amnistia avrei superato Sanson». credente, Meyssonnier? «I miei nonni mi hanno insegnato il Vangelo. Rispetto la religione, ma non sono credente. Mi sono sempre chiesto se Dio ha fatto l’uomo o se siano gli uomini a essersi creati l’idea di Dio. La religione mi ha lasciato la coscienza e il senso della giustizia. Per il resto, aspetto di morire in pace, perché non ho mai pensato di aver fatto qualche cosa di sbagliato. Certo, nei panni di un giudice, proverei rimorso se avessi fatto condannare un innocente. Ma io?». Nessuna pietà, nessun senso di colpa. Un professionista: «La ghigliottina fa impressione, perché il sangue schizza fuori e devi raccogliere la testa dal cesto. Ma il condannato non soffre, se gli sistemi bene la testa, stando attento che la lama non ti tranci le dita. La sedia elettrica è più dolorosa. Una barbarie. A chi mi giudica, faccio notare la differenza fra il boia e il pilota che sgancia una bomba sui civili e magari viene decorato». L’ex boia vive in Provenza, a Fontaine-de-Vaucluse, nella bella casa costruita con i risparmi di una vita tumultuosa. Quando finisce la guerra, per i funzionari francesi, non c’è più un angolo sicuro in Algeria. La famiglia, che gestiva un bar, ripara a Nizza. Fernand, che da bambino aveva sentito parlare delle isole tropicali, sceglie Tahiti. Non ha un soldo in tasca, ma ha solo trent’anni e un passato senza fantasmi, perché la coscienza è tranquilla. Sposa una bellezza esotica, molto più giovane di lui, che gli dà una figlia e lo aiuta a diventare ricco: un ristorante, terreni, piccole imprese, un’agenzia di viaggi. La ghigliottina, quella che lui e suo padre hanno usato, gli va appresso, come un cimelio, oggi esposto nel piccolo museo della pena di morte che ha creato a sue spese, a due passi da casa. Documenti, una garrota spagnola, qualche effetto personale lasciatogli dai condannati. E la ghigliottina lo fa sentire un protagonista della storia di Francia, a suo modo dalla parte della giustizia, sia quella applicata al canto della Marsigliese, decapitando il re, sia quella della ”grandeur”, che mandava a morte terroristi e rivoluzionari algerini, attività in cui si sono distinti, con mezzi diversi, dalla repressione armata alla tortura, anche generali, prefetti, uomini politici, come i più famosi Maurice Papon e Jean-Marie Le Pen (anche se quest’ultimo ha sempre smentito). «Ho voluto spiegare la mia funzione, oggi sono contro la pena di morte. Sono un autodidatta, ma ho letto Beccaria. Meglio l’ergastolo, per quanto non riesca a capire come certi mostri in circolazione possano meritare di vivere». Ridotta a banalità da macelleria, con i dettagli di lame affilate e ingranaggi oliati con cura, la «funzione», come la chiama Meyssonnier, diventa un mestiere come un altro, dignitoso e tanto più rispettabile perché noioso e ripetitivo: «Siamo considerati una specie maledetta e forse per questo il lavoro è stato tramandato di padre in figlio. Le autorità ci affidavano il compito sulla base della fiducia. Mio padre mi fece assistere alle esecuzioni e poi mi arruolò. All’inizio ero quello che teneva il braccio del condannato fino al patibolo. Poi divenni il primo aiutante, quello che in gergo si chiama il ”fotografo”, perché sistema la testa nella lunetta, e poi divenni il capo. Le autorità ci proteggevano, si poteva circolare armati, eravamo dei privilegiati e in una guerra non è cosa da poco». Nella casa in Provenza, il boia di Algeri tiene un pappagallo, addestrato a cantare la Marsigliese e un ritornello macabro che fa rima con Meyssonnier e la «tête tranchée». La «funzione» del pappagallo, come quella del boia, è ripetere. Che differenza c’è? Massimo Nava