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 2002  settembre 26 Giovedì calendario

Il poliziotto Arnaldo che respirava nicotina invece di russare, Panorama, 26 settembre 2002 Gran parte degli italiani non lo sa ancora, ma il 12 settembre se n’è andato un eroe di questa Italia

Il poliziotto Arnaldo che respirava nicotina invece di russare, Panorama, 26 settembre 2002 Gran parte degli italiani non lo sa ancora, ma il 12 settembre se n’è andato un eroe di questa Italia. Poteva morire in tanti modi il prefetto Arnaldo La Barbera. Certamente avrebbe preferito essere ucciso in un agguato («Ma qualcuno a terra lo lascio, sta’ sicuro») o essere ferito in un conflitto a fuoco piuttosto che illudersi di combattere un nemico vigliacco che ti si annida dentro e quando lo scopri ti rendi conto che è troppo forte per essere distrutto. Era un uomo d’azione. Uno strano, e per questo unico, fritto misto tra l’ispettore Callaghan, il tenente Colombo e l’ispettore Derrick. Sapeva essere spietato in un corpo a corpo e geniale nelle intuizioni in un caso apparentemente irrisolvibile, tanto rude nel suo lavoro quanto tenero e buontempone nel rapporto con i (pochi) amici veri. Era un poliziotto Arnaldo La Barbera, un Signor poliziotto. Di quelli che la notte respirano nicotina invece di russare e che alle novelle preferiscono la lettura delle relazioni di servizio dei suoi uomini. Sempre così Arnaldo, sempre in prima linea. Come quella notte del maggio 1989 quando, da capo della squadra mobile di Palermo insieme al vice Guido Longo, si mise alla testa dei suoi uomini e fece irruzione in un covo di pericolosi mafiosi tra i quali il pentito (si fa per dire) Totuccio Contorno, nel frattempo tornato in armi. Li arrestò tutti, l’Arnaldo. Quella vicenda scatenò l’inferno delle lettere anonime del Corvo, dei sospetti e del fango che lui ricordava esponendo un corvo di peluche nel suo ufficio. Ma era fatto così La Barbera: mai un passo indietro. Come quella notte del luglio 2001 quando (ma chi te lo fece fare Arnaldo!) se ne andò alla scuola Diaz a Genova, durante il G8, in quella che poi si è rivelata un’operazione di polizia da dimenticare. Lui consigliò di andare via, di lasciar perdere. Niente, non lo ascoltarono. Lui tornò indietro e successe il patatrac. ancora un «indagato» il Signor poliziotto, lo stesso che questa estate quando già sicuro di avere i giorni contati volle f arsi interrogare in procura. Macchiato dall’ombra infamante di non aver fatto bene il suo dovere o, peggio, non averlo fatto. Se ne ammalò. Scoprì che quel vigliacco si era nascosto nel suo corpo dopo quei fatti. «Non sono il boia della Diaz» gridò in una delle sue ultime telefonate. Una farisaica ragion di stato impose il suo allontanamento dall’Ucigos, la struttura di prevenzione antiterrorismo. Lo visse malissimo: soffrì la scoperta di non avere alcun appoggio politico (mai cercato né coltivato, convinto com’era che per andare avanti bastasse mangiare pane e fondina), la codardia di alcuni colleghi anche importanti della polizia e soprattutto l’inoperosità patita per alcuni mesi in un ufficio-parcheggio del Viminale. Grazie anche a Fernando Masone, segretario generale del Cesis (l’organismo che coordina i nostri servizi segreti), venne nominato vice di quell’ufficio. D’altronde, Masone conosceva bene quel mastino così schietto da apparire ai tanti che lo vedevano solo in superficie burbero e irritante. Quando Arnaldo era capo della mobile (fine anni 80), Masone era questore di Palermo. E fu sempre Masone, questa volta da capo della polizia, a volerlo questore del capoluogo siciliano. La promozione arrivò dopo i successi nella caccia agli assassini di Falcone e Borsellino. Anni massacranti, che venivano dopo altri lustri massacranti. Con la famiglia e i tre figli cresciuti a Verona grazie a una moglie straordinaria e lui in Sicilia a fare il papà e il marito via telefono. Glie l’avevano giurata quelli delle cosche: condanna a morte. Lo dovevano uccidere nell’albergo dove viveva d’estate vicino a Palermo. Il piano era pronto e solo per caso scampò il pericolo. Più di una volta cercarono di imporgli una scorta. Sempre respinta. «Io vendo sicurezza, sono il simbolo della tranquillità: se vado in giro con una scorta è una sconfitta, quei bastardi rideranno. Io li aspetto, se vogliono si facciano avanti». Sapete com’è finita. Non c’è quindi da meravigliarsi se per i suoi funerali i «ragazzi» della mobile di Palermo hanno affittato un aereo (sobbarcandosi una spesa importante) per essere presenti. Se hanno affollato la chiesa anche i poliziotti di Venezia, Napoli e Roma dove La Barbera era stato per tutti semplicemente il «Capo». Intendiamoci: La Barbera amava l’investigazione pura. Non amava i pentiti: molti li detestava, parecchi li schifava. Non aveva alcuna pietà per gli assassini un tanto al chilo delle cosche. E non soffriva quei magistrati che sui pentiti hanno costruito le loro fortune o quelli che li hanno sfruttati per tutti i motivi tranne che per cercare giustizia. La Barbera stimava Bruno Contrada, era certo dell’innocenza del poliziotto condannato in primo grado per mafia e poi assolto in appello. Stimava anche Ignazio D’Antone, altro poliziotto «mascariato» e condannato in primo grado per una collusione con le cosche degna di un’operetta molto, ma molto buffa. «Se fossero stati uccisi avremmo vie e piazze, caserme e scuole intestate a loro. Ora molti prendono le distanze, spero lo facciano anche dallo specchio quando si guardano ogni mattina» diceva. «La morte gli ha risparmiato l’ultimo affronto» ha detto un suo amico. Si riferiva all’inchiesta di Genova che, dopo un anno, non è ancora conclusa. «Il tempo ti darà ancora una volta ragione» ha scandito Gianni De Gennaro. Non ha più importanza, purtroppo. E se a Genova archivieranno il fascicolo «per morte del reo» senza restituire l’onore al prefetto, De Gennaro sa cosa gli avrebbe detto Arnaldo: «Cacate, collega... Solo cacate». Giorgio Mulè