Enrico Deaglio Diario, 27/09/2002, 27 settembre 2002
L’ex tassista Fischer salvato dal signor Marx, Diario, 27 settembre 2002 Popolare, simpatico, competente, realista, gran lavoratore, idealista e simbolo di una moderna classe media: Joschka Fischer, il ministro degli Esteri verde che ha permesso a Schroeder di restare Cancelliere, è oggi unanimemente considerato il trionfatore delle elezioni tedesche e l’uomo nuovo dell’Europa
L’ex tassista Fischer salvato dal signor Marx, Diario, 27 settembre 2002 Popolare, simpatico, competente, realista, gran lavoratore, idealista e simbolo di una moderna classe media: Joschka Fischer, il ministro degli Esteri verde che ha permesso a Schroeder di restare Cancelliere, è oggi unanimemente considerato il trionfatore delle elezioni tedesche e l’uomo nuovo dell’Europa. Eppure appena l’anno scorso, il suo «2001 annus horribilis», una pesantissima campagna di stampa lo aveva descritto come un uomo oscuro, dal passato violento, amico e manutengolo di terroristi, spergiuro in tribunale, e aveva fatto pensare al Cancelliere Schroeder che forse era meglio prendere le distanze da un simile personaggio. Come è potuto accadere? una storia complicata, ma molto europea e molto fascinosa. Talmente fascinosa che Hollywood ha annunciato la messa in cantiere di un film dedicato a lui: ”Green life”, Al Pacino protagonista, Sean Penn al suo fianco. Certo, gli sceneggiatori dovranno scegliere, perché la carne al fuoco è troppa: i fantasmi del nazismo, 1’Olp, la banda Baader Meinhof, il dirottamento aereo di Entebbe, Carlos lo sciacallo, la scuola antiautoritaria di Adorno, la pedofilia, i nuovi filosofi, il maggio francese, le centrali nucleari, il Kosovo e Auschwitz. A un certo punto fa capolino anche un certo signor Marx. Herr Marx ha dato una bella mano a Joschka Fischer. Non il pensatore però; il signor Rainer Marx, poliziotto in pensione a Francoforte. Nel 2001 Joschka Fischer era da tre anni ministro degli Esteri, essendo riuscito a convincere i Verdi, il suo riottoso partito, ad accettare responsabilità di governo (e il Cancelliere Schroeder a convivere con un partito allergico ai compromessi e tendente a preferire la macrobiotica ai posti di lavoro). Nel 1999 si era dichiarato a favore dell’intervento Nato in Kosovo e questo gli era costato un timpano rotto durante il congresso del suo partito; quattrocento poliziotti, in quell’occasione, si erano schierati per permettergli di parlare di fronte a militanti che lo accusavano di tradimento degli ideali pacifisti, ma non erano riusciti a impedire che gli arrivasse addosso un petardo. L’anno seguente, parlando (a titolo personale) all’università Humboldt di Berlino commemorando Robert Schuman, aveva espresso il progetto di un’Europa senza più spazio per gli Stati nazione, con elezioni continentali e, soprattutto, la possibilità che un nucleo di Paesi membri desse il via, senza indugi, alla rivoluzione. E il discorso non era certo rimasto senza eco. Joschka Fischer era allora un politico cinquantaduenne vestito come un banchiere, gli occhialini sulla punta del naso, il calendario fitto di riunioni, il jogging quotidiano (il suo sistema per perdere peso l’aveva pubblicato in un libro, bestseller), quando gli arrivò addosso il passato, sotto forma di una sequenza fotografica in copertina sul settimanale ”Stern”. Data, aprile 1973. Città, Francoforte. Occasione, una battaglia di strada. Vi si vede un giovane con un casco da motociclista (Fischer) che, insieme ad altri, affronta un poliziotto armato di scudo. Fischer lo colpisce e poi il gruppo si accanisce sull’uomo sull’asfalto. Immediata, naturalmente, la richiesta di dimissioni da parte della Democrazia cristiana. Ma chi aveva consegnato quelle sconosciute fotografie a ”Stern”? Il suo nome diceva poco: Bettina Röhl, trentottenne giornalista indipendente. Il nome di suo madre era invece ancora un angoscioso fantasma tedesco: Ulrike Meinhof. Era una militante della sinistra e una delle più stimate giornaliste del Paese, direttrice del mensile ”Konkret” ad Amburgo e moglie del suo editore. A trentasette anni, nel 1968, lasciò una vita mondana ricca di riconoscimenti per promuovere azioni dirette contro il capitalismo. Nel 1970 organizzò l’evasione dal carcere di Andreas Baader, accusato dell’incendio di un grande magazzino, e insieme a lui e pochi altri fondò il gruppo che ha portato il loro nome insieme a quello di Raf, Rote Armee Fraktion, con la stella a cinque punte che ispirerà le Brigate Rosse. Addestrata in un campo palestinese in Giordania, la Raf si diede alle banche, ai sequestri e agli omicidi (una loro bomba del 1972 uccise quattro soldati americani). Ulrike Meinhof venne arrestata e trasportata nel carcere di massima sicurezza di Stammheim, dove il 9 maggio del 1976 venne trovata impiccata. Suicidio. (Ma molti non credettero alla versione ufficiale). Il 18 ottobre 1977 Andreas Baader e altri due suoi compagni (Gudrun Ensslin e Jan-Carl Raspe) si spararono contemporaneamente, sempre nello stesso carcere, in tre celle diverse. Un dirottamento aereo che chiedeva la loro liberazione era fallito a Mogadiscio. Stammheim, edificio disumano, era considerato il carcere più sicuro del mondo, ma gli avvocati erano riusciti a portare dentro le armi. Fu il tempo della massima cupezza tedesca, ma erano anche passati 24 anni. Ora Bettina Röhl li rievocava, con l’unico scopo di inserire nella fotografia dell’epoca il «traditore» Joschka Fischer. E di denunciare che, nel corso degli scontri urbani seguiti alla morte di Ulrike Meinhof, sempre Fischer tirò una bottiglia molotov che ustionò gravemente un poliziotto. Non era finita. Arrivarono altre accuse: di aver partecipato a una manifestazione violenta contro Francisco Franco; di aver partecipato, nel 1969, ad Algeri a un convegno dell’Olp in cui si discuteva dell’eliminazione militare di Israele. Di avere protetto, insieme al suo più caro amico, Daniel Cohn Bendit, la lunga latitanza di un famoso terrorista, Hans Joachim Klein. Di aver conosciuto i militanti delle Cellule Rivoluzionarie di Francoforte, associati al terrorismo di Settembre nero, di aver ospitato nella «comune» in cui viveva con Cohn Bendit dei militanti della Raf. Come poteva una persona con un simile passato occupare la poltrona di ministro degli Esteri? Un’accusa di trotzkismo giovanile aveva seriamente imbarazzato il primo ministro francese Lionel Jospin; Monica aveva azzoppato Bill Clinton. Con Fischer si andava ben oltre. Con un problema in più: che in quell’album di famiglia che la vendicativa Bettina presentava in pubblico, Joschka Fischer c’era davvero. Joschka Fischer aveva diciannove anni quando cominciò il movimento degli studenti in Germania. Fu in occasione della visita dello Scià di Persia a Berlino, la polizia sparò su una manifestazione di protesta e uccise il giovane Benno Ohnesorg, il cui cognome in tedesco significa «senza preoccupazioni». Come senza preoccupazioni avrebbe dovuto essere la Germania, a vent’anni dalla fine del nazismo, con il suo formidabile miracolo economico, le basi americane, una fortissima Democrazia cristiana. Il movimento degli studenti, la Sds, affiggeva manifesti di questo genere: le facce di Marx, Engels e Lenin e sotto la scritta: «Alle reden vom Wetter Wir nicht». Tutti parlano delle condizioni del tempo. Noi no. Joschka Fischer era un ragazzo di Francoforte, che non aveva finito gli studi, figlio di un macellaio. Lavorava come cuoco, magazziniere, fattorino. Daniel Cohn Bendit, un ragazzo dai capelli rosso carota, figlio di un grande avvocato ebreo di Francoforte, aveva acceso la fantasia di Parigi, chiedendo libertà sessuale, anarchia e accettando un po’ di marxismo. I comunisti francesi lo odiavano: «Piccolo ebreo tedesco, rimandatelo in Germania». Lo espulsero. Ritornò. Gli studenti parigini sfilarono con lo striscione: «Siamo tutti ebrei tedeschi». Quando Jean-Paul Sartre intervenne, con il peso della sua monumentalità filosofica, all’assemblea degli studenti parigini, Cohn Bendit gli toccò il braccio e gli bisbigliò all’orecchio: «Soyez bref». Il Maestro capì. Quando il movimento finì - apparentemente perdendo, in realtà trasformando tutta la società francese - Dani ritornò a Francoforte. Non era entrato in politica: organizzava asili antiautoritari per i bambini, pubblicava giornali alternativi, giocava al pallone, viveva in una comune. Joschka occupava case, organizzava scioperi, leggeva di filosofia. Era coraggioso in piazza e un grande oratore. Aveva carisma. Se Parigi era stata gioiosa, il movimento tedesco (è la tesi dello storico americano Paul Berman) ebbe, rispetto a tutti gli altri che attraversano il mondo, un fondo inconscio di «paura». Paura che lo Stato autoritario, in Germania appena terminato, potesse tornare. A Francoforte, la gloriosa scuola filosofica questo concetto lo sapeva ben insegnare. Paura che potesse tornare l’ubbidienza agli ordini, il mito del Capo e del Buon Tedesco, il Sangue e il Suolo, l’imperialismo europeo. Imperialismo che ora gli Stati Uniti rappresentavano bene, con la guerra in Vietnam. Lo spettro del nazismo continuava a circolare nel castello, diffondendo sensi di colpa e portando i giornali popolari a definire Moshe Dayan dopo la vittoria nella guerra dei Sei giorni: «Il nuovo Rommel, la nuova volpe del deserto». E il prototipo del Buon Tedesco, di fronte alle manifestazioni studentesche gridava «per voi ci vorrebbero le camere a gas». Essendo poi tempi di acuta guerra fredda, l’Est aveva buoni rapporti con i movimenti più estremi. Ed essendo Mosca diventata molto antisionista, un inaspettato legame venne intessuto tra Raf e organizzazioni consimili e i gruppi della guerriglia palestinese. Hans Joachim Klein - il cui passato era tornato davanti al ministro Fischer - era ai tempi un mite meccanico di Francoforte, Klein Klein per gli amici. Suo padre era un poliziotto, sua madre era passata per il campo di concentramento di Ravensbruck. Trovò giusto mettere le sue conoscenze tecniche al servizio della causa palestinese. Di giorno un ragazzo del movimento, in segreto un membro della Cellule Rivoluzionarie, incaricate di fornire ai palestinesi di Settembre Nero le basi logistiche per la strage degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco. E poi, nel 1975, fu prescelto da Carlos (il famoso terrorista venezuelano, cui il padre diede il nome di Ilich in onore di Lenin) per l’organizzazione di un’azione spettacolare: il rapimento dei ministri dell’Opec durante una riunione a Vienna. Benché vecchia di 27 anni, quell’operazione conserva dei tratti di attualità. Si trattava del prezzo del petrolio e del petrolio da usare come arma politica in favore della causa palestinese. Si trattava, da parte dei Paesi del «Fronte del rifiuto» capitanato dalla Libia di Gheddafi, di costringere il cartello dell’Opec ad alzare il prezzo del barile; ma ufficialmente il gruppo, autodenominatosi «Esercito di liberazione arabo», dichiarò di voler protestare contro l’Onu, in procinto di ufficializzare la «legalità dell’esistenza sionista sulla terra, palestinese». L’azione fu spettacolare e cruenta. Tre morti, ministri in ostaggio, tra cui l’allora famoso sceicco saudita Yamani. Il commando riparò in Algeria accolto dal ministro degli Interni e oggi premier Bouteflika. Klein uscì dall’aereo in barella, gravemente ferito da due proiettili. Per il movimento di Francoforte fu un vero shock, perché Klein Klein lo conoscevano tutti. Shock seguito, l’anno dopo, dal dirottamento di un volo Air France. L’aereo atterrò a Entebbe, in Uganda. Lì venne raggiunto da un commando israeliano, comandato dal futuro primo ministro laburista Ehud Barak, che liberò tutti gli ostaggi tranne uno e lasciò sul terreno un morto, Jonathan Netanyahu, fratello del futuro primo ministro conservatore. Anche questa azione era stata organizzata dalle «cellule» in appoggio alla causa palestinese. Gli ostaggi rivelarono che durante il volo i dirottatori avevano proceduto alla selezione dei passeggeri: gli ebrei da una parte, i non ebrei dall’altra; i primi programmati per l’esecuzione. Il capo? Si chiamava Wilfried Boese, animatore del teatro di strada a Francoforte, un’altra delle persone più popolari del movimento. Poi Klein-Klein compì delle azioni inaspettate. Inviò una lettera al settimanale ”Der Spiegel” in cui rivelava i progetti di Carlos di assassinio dei leader delle comunità ebraiche di Berlino e Francoforte. E per essere creduto allegò la pistola che aveva usato a Vienna. [...] In una lunga intervista raccontò quello che gli era successo. Parlò di Carlos come di una stupida e brutale macchina per uccidere, dei gruppi palestinesi imbevuti di fascismo e dell’antisemitismo come unico loro collante. Chiese poi ai suoi vecchi amici di aiutarlo a vivere lontano e al riparo dalle vendette. Cohn Bendit, Fischer e altri lo fecero. Quando Klein venne arrestato, nel 2001, viveva in un borgo in Normandia. Quando il ministro Fischer venne chiamato a testimoniare, finita la deposizione andò a stringergli la mano. Per la questione del poliziotto bastonato, Fischer gli telefonò per chiedergli scusa per le botte di tanti anni prima. E quello, il poliziotto Rainer Marx, allegramente rispose: «Perdonato, signor ministro. La ammiro molto per quello che fa come ministro». Davvero, qualcosa era veramente cambiato, in Germania. Secondo i sondaggi, i tedeschi pensavano che Joschka e la sua generazione erano stati degli «idealisti» e che per merito loro il Paese era cambiato in meglio. E la stessa cosa successe quando l’inesausta Bettina Röhl diresse l’artiglieria contro Dani Cohn Bendit, accusandolo – sulla base di un suo vecchio libro di memorie in cui raccontava delle prime esperienze sessuali dei bambini - di aver molestato i piccoli del suo Kindergarten antiautoritario. In pratica, di essere un pedofilo. Sebbene rilanciato con enfasi dai media di mezza Europa, lo scandalo non scoppiò. Un po’ perché era ridicolo, un po’ perché Francia e Germania avevano finalmente cominciato ad apprezzare l’educazione antiautoritaria e a non rimpiangere l’ipocrisia, le botte in casa, le mogli al loro posto e tutto in ordine. Se questo era stato il percorso di Francia e Germania (in Italia le cose vanno diversamente), quale era stato il percorso personale di Joschka Fischer? Che cosa lo ha portato a chiedere urgentemente elezioni e governi europei, ad appoggiare l’intervento Nato in Kosovo, a rifiutare invece l’intervento contro Saddam? stato un lungo viaggio, un viaggio nel mondo delle buone idee che sono circolate in Europa negli ultimi venticinque anni. Le tappe sono segnate ai quattro angoli del pianeta. La disillusione è passata dalla Palestina alla Cambogia; si è soffermato sui boat people vietnamiti; si è incuriosita per la dissidenza dei Paesi dell’Est e di Solidarnosc, si è scontrata con una nuova ideologia, quella dei Verdi cui Fischer ha aderito nel 1980. (Negli anni precedenti, la disillusione lo aveva convinto a uscire dal giro e a fare il taxista). Tra le persone che più hanno influito su di lui, sicuramente Daniel Cohn Bendit e il suo cosmopolitismo antiautoritario; André Glucksmann con l’analisi del potere sovietico; Bernard Kouchner, l’amico di Fidel Castro e poi fondatore dei ”Medici senza frontiere”, l’iniziatore del concetto di intervento umanitario; Alex Langer e la sua ostinata volontà di costruire ponti tra le etnie. Quando arrivarono le notizie dalla città bosniaca di Sebrenica, dove il contingente dell’Onu si era ritirato a mani alzate lasciando che le truppe serbe uccidessero migliaia di musulmani, Joschka Fischer era pronto a capire che cosa bisognasse fare e a dirlo al suo partito, antiamericano e pacifista quasi per statuto. Un partito che ci teneva a ricordare che era stato Hitler il primo tedesco a portare i carriarmati a Belgrado e che nulla giustificava la compromissione con i militari. Fischer fu oltemodo secco: «Ho imparato il ”mai più guerra”, ma ho anche imparato il ”mai più Auschwitz”». Sicuramente la selezione dei passeggeri sul volo dirottato verso Entebbe gli tornò alla mente. I Verdi furono convinti. L’intervento Nato venne sostenuto da persone della stessa generazione di Fischer, tra cui lo spagnolo Javier Solana (che era andato in galera per aver manifestato contro Franco) e Massimo D’Alema (che anche lui una molotov l’aveva tirata) e capitanata da un presidente americano che si era rifugiato in Inghilterra per non andare in Vietnam e che uno spinello l’aveva tenuto in bocca, però senza aspirare. E qualcosa dei vecchi metodi gli deve essere tornato in mente quando, il primo giugno 2001, vide dal suo albergo la strage compiuta da un kamikaze alla discoteca Dolphinarium di Tel Aviv. Si fece portare da Arafat e lo prese per il bavero, quasi intimandogli di condannare il terrorismo. Ora Joschka Fischer definisce la vittoria dei Verdi una vittoria della «classe media». Ha ragione, ha preso i voti della sua generazione e ha fatto man bassa nelle grandi città. Ha portato ai tedeschi risultati pratici: sovvenzioni agli agricoltori per passare al biologico; riduzione delle emissioni inquinanti industriali; cittadinanza tedesca ai figli degli immigrati; legalità dei matrimoni gay; sovvenzioni alle energie alternative pulite; stop alla costruzione di centrali nucleari e graduale smantellamento di quelle esistenti. Ha messo anche una tassa, ecologica, però piccola, sulla benzina. Ha vinto. Enrico Deaglio