Enrico Maida Il Messaggero, 26/09/2002, 26 settembre 2002
Se non hai una Fiat, non puoi essere juventino, Il Messaggero, giovedì 26 settembre 2002 Mentre l’amministratore delegato della Fiat Boschetti annunciava a Parigi un forte taglio della produzione, nell’ordine del venti per cento, il portiere della Juventus Buffon era costretto a lasciare fuori dello stadio la sua Porsche gialla
Se non hai una Fiat, non puoi essere juventino, Il Messaggero, giovedì 26 settembre 2002 Mentre l’amministratore delegato della Fiat Boschetti annunciava a Parigi un forte taglio della produzione, nell’ordine del venti per cento, il portiere della Juventus Buffon era costretto a lasciare fuori dello stadio la sua Porsche gialla. La disposizione della società, infatti, parla chiaro: per usufruire del parcheggio riservato ai giocatori è obbligatorio essere al volante di un’auto del Lingotto. Chi non la usa, chi non s’è fatto sedurre dalla casa torinese, deve andare a piedi lasciando l’auto fuori del recinto in un’area che è pure incustodita. Buffon non è il solo ad aver tradito la Fiat: mezza squadra, a quanto pare, s’è buttata sul mercato tedesco e pare che soprattutto la Mercedes vada fortissimo nelle preferenze dei campioni di Agnelli. Un piccolo affronto se si pensa che tutti i calciatori della Juventus hanno, come fringe benefit, un’auto della Casa, incentivo evidentemente non sufficiente a convincerli ad esibirla. Così mezza squadra andrà a piedi. Di chi sia stata la singolare idea non si sa. Certo è che se questo genere di strategia aziendale prendesse piede, ne vedremmo delle belle. I calciatori della Lazio, per esempio, potrebbero essere costretti a condire la pastasciutta solo con i pelati cari al loro datore di lavoro, Sergio Cragnotti. Così quelli di Roma e Inter, in ossequio alle attività petrolifere di Sensi e Moratti, potrebbero essere chiamati a presentarsi al campo d’allenamento con qualche tanica di benzina che di questi tempi non è il massimo della vita, specie per quelli che vanno poi a sbattere contro i cassonetti. Più fortunati, in questo senso, risulterebbero senza dubbio i giocatori della Florentia, la squadra che è nata sulle rovine della Fiorentina uccisa da Cecchi Gori. Il nuovo patron Della Valle potrebbe infatti imporre ai suoi di calzare le Tods, le famose scarpe con i bulloncini, la cui riconosciuta eleganza attenua decisamente i disagi. E in caso di rifiuto, naturalmente legittimo, assisteremo a una cerimonia di tipo islamico: i calciatori che si tolgono le scarpe prima di entrare allo stadio per allenarsi. Sul modello Juventus, insomma, le prospettive sono ampie. Pensiamo ai calciatori del Palermo, recentemente acquistato dal pirotecnico imprenditore Zamparini, indotti a spendere soltanto nei supermercati di proprietà del patròn. A quelli del Chievo che mangerebbero sicuramente il panettone a patto che sia quello sfornato dal mite Campedelli. A quelli del Bologna, obbligati al consumo dell’acqua minerale prodotta dal cavalier Gazzoni. E ancora a quelli del Como il cui proprietario, Enrico Preziosi, ha fatto fortuna con i giocattoli: nel caso in questione gli adempimenti potrebbero addirittura coinvolgere i figli dei giocatori con l’immancabile intervento del telefono azzurro. E che dire dei giocatori del Brescia, il cui presidente Corioni esporta anche articoli sanitari? Soprassediamo. Bene o male, comunque, tutto sarebbe sopportabile tenuto conto degli emolumenti, che sono sempre cospicui a dispetto della crisi che ha investito anche il calcio. Quelli che però potrebbero trovarsi in difficoltà e, diciamo pure lievemente imbarazzati, sono i giocatori del Milan. I quali, seguendo la logica applicata in casa della Juventus, dovrebbero assicurarsi esclusivamente presso la Mediolanum, destinazione inevitabile di tutti i risparmi, vedere in Tv soltanto le trasmissioni di Mediaset, leggere soltanto il giornale di famiglia e i libri della Mondadori, andare al cinema soltanto quando si proiettano i film della Medusa, abitare rigorosamente a Milano due, fare le vacanze in Sardegna e magari votare per il partito del Presidente. A questo punto ci vorrebbe Marzullo: la vita è una partita o una partita è la vita? Enrico Maida