Paolo Di Stefano Corriere della Sera, 26/09/2002, 26 settembre 2002
I pensionati di Pra sono atterriti dai lugubri presagi delle nuove panchine, Corriere della Sera, giovedì 26 settembre 2002 Panchine nere senza schienali, pavimentazioni scivolose, portali d’acciaio alti decine di metri, pensiline alla fermata dei tram che non riparano dalla pioggia, simil-tendoni in muratura con funzione solo decorativa, chioschi con cuspidi arabeggianti, scale mobili che tagliano il centro storico, alberi scheletrici dove prima c’erano pioppi rigogliosi, simbologie astruse, esotismi concepiti come capolavori
I pensionati di Pra sono atterriti dai lugubri presagi delle nuove panchine, Corriere della Sera, giovedì 26 settembre 2002 Panchine nere senza schienali, pavimentazioni scivolose, portali d’acciaio alti decine di metri, pensiline alla fermata dei tram che non riparano dalla pioggia, simil-tendoni in muratura con funzione solo decorativa, chioschi con cuspidi arabeggianti, scale mobili che tagliano il centro storico, alberi scheletrici dove prima c’erano pioppi rigogliosi, simbologie astruse, esotismi concepiti come capolavori. Che il cittadino comune non riesce a capire e che accoglie come colpi bassi sferrati contro il proprio equilibrio psico-ambientale. La città si rinnova. Ma il cosiddetto arredo urbano spesso lascia perplessi sul piano estetico e nei casi peggiori rischia di compromettere le abitudini della vita quotidiana. «Abbiamo avviato una correzione che stemperi la lugubrità delle panchine cogliendo le istanze dei cittadini». La dottoressa Anfossi è presidente della circoscrizione Ponente di Genova e qualche settimana fa ha «colto le istanze» della cittadinanza di Pra, un borgo trecentesco, indignata per la «riqualificazione» di piazza De Cristoforis, luogo di incontro tradizionale dei pensionati del paese. Le nuove panchine di ardesia sono più un «monumento funerario», come sostengono i cittadini di Pra, che sedili adatti alla tranquilla chiacchiera pomeridiana. E i pensionati, atterriti dal brutale presagio di un «eterno riposo» minacciosamente evocato dai lastroni neri, per qualche giorno hanno preferito rinunciare al loro solito «meriggiare pallido e assorto». Poi la stanchezza ha vinto sulla superstizione e sono tornati a sedersi. Ma oltre all’aspetto estetico, c’è un altro inconveniente non secondario: le nuove panchine non dispongono di schienali come le antiche panche di legno consegnate per sempre al macero. E sono stati sostituiti anche i vecchi pitosfori che sporcavano, però almeno davano il conforto dell’ombra, mentre ora gli alberi sono quattro, ben allineati ma rigorosamente rachitici. «Qua puoi star seduto al massimo cinque minuti, poi devi alzarti in piedi perché senza spalliere ti viene male alla schiena», mormora un anziano signore appoggiato al suo bastone, «secondo me l’hanno fatto apposta». Così, ora, dopo innumerevoli appelli, il Municipio cerca di correre ai ripari e ha chiesto ai progettisti di «ripensare almeno il sistema di appoggio per restituire alle panche la tradizionale funzione di seduta...». Riqualificazione, riassetto. Andando in giro per l’Italia, si ha l’impressione che le piazzette di Pra siano innumerevoli. Novità che il cittadino comune, tra rabbia e rassegnazione, percepisce come piccoli attentati al buonsenso se non come pugni in faccia al proprio quieto vivere. In molti casi, di fronte a costruzioni avveniristiche che stonano con il contesto, la gente si limita a esclamare: «sicuramente qualcosa vorrà dire...». Come a Messina, nella centralissima piazza Cairoli, dove il passaggio della linea tranviaria, non ancora inaugurata, ha imposto una deviazione del traffico ai lati e un rinnovato arredo che lascia ammirati per il coraggio avanguardistico o esterrefatti per l’improntitudine. Questione di punti di vista. Il cittadino comune, soprattutto il pensionato che da decenni frequenta la piazza, guarda incredulo il lugubre portalone d’acciaio smaltato in nero (alto 12 metri e largo 24) sotto cui passano i binari: «Un portale simbolico», dice il giovane architetto Sebastiano Fulci, «che segue la prospettiva mare- monti». Poi c’è una pensilina molto lunga (80 metri), sempre in acciaio annerito (già minacciato dalla ruggine), che corre sotto le fittissime fronde dei «ficus benjamina» e che contiene due edicole di giornali e un chiosco per i fiori. Anche qui, come a Pra, il cittadino comune, alzando gli occhi al cielo, si lamenta per le panchine di cemento prive di spalliere, che sostituiscono i vecchi sedili di ferro: «Prima potevamo appoggiarci», dice qualcuno. Il cittadino comune, ignaro delle avanguardie artistiche, posa lo sguardo poi al piccolo ulivo collocato sotto un parallelepipedo, anch’esso di acciaio annerito, e non coglie la «simbologia»: «L’ulivo - dice l’architetto - è la nostra terra, attorno all’ulivo i contadini si raccoglievano a chiacchierare». Guarda, il cittadino comune, gli zampilli verticali della fontana e non sa che gli ugelli, che partono da terra, imitano prestigiosi modelli parigini, americani, portoghesi. Sa però che «spesso non funziona e devono aggiustarla». Quel che conta, per il fioraio Paolo, non ancora quarantenne, è che «questa piazza ormai è trasformata, è diventata un cantiere aperto e le persone si vedono molto meno di prima». In compenso, da novembre ci sarà il tram. «Ma non c’è mai una cosa che va in porto qui a Messina», avverte un anziano appoggiato al chiosco delle granite, «il tram, se tutto andrà bene, lo vedremo viaggiare nel novembre del 2008, intanto la piazza è stata rovinata». « stata rovinata anche la nostra piazza». il parere del solito cittadino comune, questa volta umbro. Un uomo sulla settantina, di Cascia, provincia di Perugia, al quale sfugge la simbologia voluta dallo studio Portoghesi. Altra città, altra simbologia. Quella di piazza San Francesco, il capo ufficio tecnico del Comune, Ennio Gerometta, non esita a illustrarla con convinzione: la fontana, con la sua forma a barchetta e la struttura monolitica interna a spirale, «rappresenta la sorgente della vita»; poi partendo dalla fontana, sulla pavimentazione «si disegna una freccia che ci proietta verso il futuro». Il «futuro» è il chiosco, una costruzione a sette lati con altrettanti pennacchi o cuspidi che, avverte il coprogettista Francesco Andreani, «sono un’idea formale tipica di Portoghesi e indicano un’aspirazione alla verticalità». Intanto, il vecchio Bar Cinema Europa, che sta a lato, sotto la muraglia, deve fare i conti con una aiuola che impedisce di disporre sedie e tavolini all’aperto come accadeva un tempo: «C’era ’na bella fila di alberi che è stata tagliata», dicono gli avventori. Intanto però «questo spazio, che era un parcheggio asfaltato - replica Gerometta - ora è ’na piazza- giardino". Già, ma è una piazza che il povero cittadino comune percepisce come un luogo di enigmatici esotismi: «C’è anche a chi piace», allarga le braccia un anziano seduto al bar, «che senso aveva togliere la vecchia fontana per metterne una nuova? Tante cose l’han fatte bene, tantissime l’han fatte male, ma si sa, è tutto un giro d’affari». Il cittadino comune, poi, che si lamenta anche per la pavimentazione scivolosa con la pioggia, rimane sconcertato nel vedere le sette rampe di scala mobile che tagliano il centro storico del paese per raggiungere il Santuario di Santa Rita: «Hanno stroppiato tutto». Non hanno stroppiato quasi niente a Mestre, quartiere di Chirignago. Hanno solo aggiunto. Ma certo quella nuova loggia costruita in piazza San Giorgio, un edificio che dà l’idea di un tendone sospeso ai lati e coperto da un tetto piramidale, a padiglione, viene percepito, dal cittadino comune, come un pugno in un occhio. L’architetto, Pietro Mainardis, allude a un «segnale forte», indica un’analogia tra la nuova loggia e la barchessa che sta al di là della strada e richiama precedenti illustri trecenteschi. Il che non serve però a consolare quel rompiscatole del cittadino comune, il quale, pur ammettendo che prima c’era uno squallido crocevia, non si dà pace. «Il mio parere è totalmente negativo - dice l’edicolante di fronte, - è un manufatto greve che ha annullato tutto il verde che c’era prima, pioppi neri bellissimi e qualche abete». Non c’è nessuno, nei dintorni, che sia pronto ad accettare l’«intruso» di cemento: non la casalinga che passa con i sacchetti della spesa, non il ragazzo che scende dal bus, non il pasticciere né il titolare del bar. L’inaugurazione, qualche settimana fa, è stata una bufera di polemiche. Il cittadino comune, con i nervi un po’ tesi, stronca l’«obbrobrio» che copre la villa comunale primo Novecento, impreca contro l’«inutilità del porticato di cemento», parla di un «impatto terribile». «Forse - dice una passante - tutta questa costruzione serve per reggere l’alzabandiera, o forse serve per farci stare le migliaia di persone che scenderanno dall’autobus. Magari, in un giorno di pioggia, la gente può ripararsi sotto quel coso lì. Tra qualche anno sicuramente verranno dall’estero per vederlo, come vanno a vedere San Marco...». Tra l’esigenza di rinnovare gli spazi urbani, magari con interventi che guardano al futuro, e il rispetto delle sacrosante abitudini del cittadino comune, sarà poi così difficile trovare un punto di contatto che accontenti tutti, o quasi? Paolo Di Stefano