Alberto Piccinini Alias, 14/09/2002, 14 settembre 2002
Toccò a Bob Dylan rollare la prima canna dei Beatles, Alias, 14 settembre 2002 Un giorno di fine agosto del 1964, i camerieri dell’Hotel Delmonico di New York - un elegante palazzo di trenta piani tra Park Avenue e la 59esima - dovettero aspettare tutto il pomeriggio e parte della serata prima di sparecchiare i resti del pranzo in una suite
Toccò a Bob Dylan rollare la prima canna dei Beatles, Alias, 14 settembre 2002 Un giorno di fine agosto del 1964, i camerieri dell’Hotel Delmonico di New York - un elegante palazzo di trenta piani tra Park Avenue e la 59esima - dovettero aspettare tutto il pomeriggio e parte della serata prima di sparecchiare i resti del pranzo in una suite. Quel giorno, chiusi ermeticamente nelle loro stanze, i Beatles si erano fatti la prima canna della loro vita. L’erba le cartine, però, le aveva portate Bob Dylan. L’episodio, molto divertente e abbastanza noto, è stato di recente ricordato in un libro dello storico americano Nick Bromell, Tomorrow never knows. Bromell sostiene che la conversione psichedelica, diciamo così, dei Beatles (e di conseguenza, l’avvio del consumo di massa di droghe leggere) «fu uno dei momenti più importanti per la cultura popolare del XX secolo (...), la nascita di una sensibilità culturale che avrebbe colorato Pleasantiville (...) ma anche il primo colpo sparato in quella che successivamente diventerà la Guerra della Droga, tolleranza zero». Ora, l’idea che un evento di questa portata si sia deciso nel chiuso di uno storico ed elegante hotel di New York, è di per sé bizzarra. Ma ancor più bizzarri sono i resoconti di quel pomeriggio, e soprattutto la testimonianza del giornalista del ”Post” Al Aronowitz, che fu uno dei primi reporter a occuparsi di musica pop (il suo racconto si può leggere in rete: www.bigmagic.com/pages/blackj/column2.html). Aronowitz conosceva sia Lennon che Dylan. A dire il vero, Lennon avrebbe preferito incontrare Elvis, anche perché nei confronti dello snobbissimo folksinger provava qualcosa come un fastidioso complesso di inferiorità. E Dylan, da parte sua, considerava i Beatles un fenomeno da ragazzine. Ma l’incontro, per l’ostinazione di Aronowitz che già si vantava di aver presentato Ginsberg a Dylan e voleva continuare così a ritagliarsi un suo posticino nella storia, si fa lo stesso. Dylan e il suo fedele amico e manager personale Victor Maymoudes, arrivano con Aronowitz a bordo di una Ford familiare blu all’hotel Delmonico. Superano con difficoltà l’assedio di migliaia di ragazzine tenute a bada da un intero drappello di poliziotti e salgono al piano occupato dai Beatles. Qui, guardati a vista da altri poliziotti, entrano finalmente nella suite dove i quattro e il loro manager Brian Epstein hanno appena finito di mangiare. Fatte le presentazioni, nella stanza scende un terribile imbarazzo. Chiedono a Dylan se vuole bere qualcosa. E lui: «Un bicchiere di vino». Ma l’imbarazzo raddoppia: sui tavoli ci sono soltanto champagne, whisky e Coca Cola. Molto nouveaux riches. Troppo. Viene mandata a prendere una bottiglia di Chianti. Allora qualcuno dei Beatles chiede a Bob se nell’attesa avrebbe gradito una pasticchetta, chessò dexedrina magari? E Dylan, crudele: «Non prendo roba sintetica. Facciamoci una canna piuttosto». Ecco. Il problema è che i Beatles, nonostante ci dessero dentro con le pasticche secondo la moda del tempo, consideravano l’erba roba da tossici, e perciò una canna non se l’erano mai fatta. Dylan è stupefatto: «Ma come - chiede a Lennon - non avete mica scritto una canzone che dice ”I get high” (’sono fatto”, la canzone sarebbe ”Ticket to ride”, ndr)?». «Ehm, guarda che ti sbagli - fece Lennon- la canzone in realtà dice ”I can’t hide”». La situazione insomma è disastrosamente comica. E così, con migliaia di ragazzine che urlano trenta piani più sotto, centinaia di poliziotti che battono palmo a palmo i corridoi dell’hotel, persino i reporter di una radio che al piano di sotto trasmettono in diretta la cronaca della beatlemania minuto per minuto, i Beatles osservano col batticuore le mani esperte di Dylan rollare la prima canna. Dylan la accende, fa due tiri e la passa a John. Questi, impaurito, manco la guarda e la dà a Ringo, proclamandolo sul campo il suo «assaggiatore». In breve Ringo finisce la canna, e si mette a ridere come uno scemo. Dylan, che non ha voglia di spiegare a quei provincialotti che la canna in genere si passa, ne rolla altre cinque o sei, e ne distribuisce una per ciascuno. Gran risate. Dylan e i Beatles diventano amici per la pelle, e John Lennon da quel giorno scriverà testi bellissimi. I poliziotti non si accorgono di niente. Ma le ragazzine accampate sotto l’hotel Delmonico, chissà come, devono aver sentito nell’aria qualcosa, e una volta a casa proveranno a cambiare tutto della propria vita. Che serata! Tutta un’altra storia. Un anno e mezzo dopo - è il 13 gennaio del 1966 - l’Hotel Delmonico ospita la 43esima cena di gala della New York Society of Clinical Psychiatry. Secondo il programma, i riveriti ospiti e le loro gentili signore saranno allietati da un’apparizione di Andy Warhol, che è già l’artista più famoso e chiacchierato a NewYork. «Siamo affascinati dalla attività di Warhol e del suo gruppo - spiega il presidente della Society alla reporter del ”New York Times” - Del resto, tra gli studiosi del comportamento umano e gli artisti c’è uno stretto legame». Warhol, che ha da poco aperto la Factory, annuncia soltanto che presenterà una performance cinematografico-musicale underground intitolata ”The Chic Mistique”. E alle 18.30 in punto si fa trovare in uno dei saloni dell’hotel - tutto oro e stucchi - coi suoi soliti occhiali scuri, giacchetta nera e pantaloni da lavoro chiari. Al momento del cocktail di benvenuto, Andy fa proiettare ”in sottofondo” due suoi film: Harlot, un ritratto della drag queen Mario Montez che giocherella con una banana; e Henry Geldzahler, l’altro ritratto a camera fissa di uno dei migliori amici dell’artista, girato con la pellicola avanzata alle riprese dell’Empire State Bulding: 99 minuti. Nel salone, intanto, si aggirano strane presenze. Ci sono il poeta Gerard Malanga e la bellissima Edie Sedgewick, che mastica chewingum e sorseggia Martini. C’è il regista Jonas Mekas con la sua camera portatile, seguito da una piccola troupe. Gli psichiatri apprendono che dalla serata verrà tratto un piccolo film. Ma è soltanto al momento della cena che Andy comincia a divertirsi. Mentre i camerieri servono roast-beef con fagiolini e patatine, sul palco salgono i Velvet Underground. il primo concerto pubblico della band, e rimarrà uno dei più incredibili, a raccontarlo. Dagli amplificatori sparati esce qualcosa che la cronista del ”New York Times” definisce una via di mezzo tra il «rock’n’roll e la danza del ventre». Gerard Malanga e Edie Sedgewick, ai lati del palco, danzano in cerchio, lentamente. Agli psichiatri il roast-beef sta per andare di traverso. Qualcuno protesta. Altri si alzano per andare via. Allora Jonas Mekas passa all’attacco finale, si piazza con le luci e la camera di fronte a ognuno dei tavoli e chiede a brutto muso: «Hey, ce l’ha lungo tuo marito?» «Lei è brava a succhiartelo?» «Perché non rispondi? Ti vergogni? Non sei uno psichiatra?». La cronista del ”Nyt” attaccò il suo pezzo così: «Gli psichiatri sono sopravvissuti a un attacco di Andy Warhol e dei Velvet Underground». E fu un’altra serata indimenticabile, all’Hotel Delmonico (alcune sequenze girate da Mekas vennero successivamente incluse nel suo film-diario Walden). Tuttavia, chi volesse tornare a farsi una canna nella stanza dove i Beatles conobbero Bob Dylan, o stanare con una telecamerina i fantasmi dei Velvet Underground che fecero l’elettroshock agli psichiatri, se lo tolga dalla testa. Il Delmonico è stato comprato all’inizio dell’anno da Donald Trump per 115 milioni di dollari, ed è stato definitivamente chiuso. Sarà trasformato in un condominio di lusso. Alberto Piccinini