Roberto Bongiorni, Il Sole-24 Ore, 03/10/2002, 3 ottobre 2002
Baghdad, città a misura di ricco, Il Sole-24 Ore, giovedì 3 ottobre 2002 Lungo la via che conduce alla sperduta frontiera giordano-irachena di Tribil a Baghdad si percepisce come l’Irak sia divenuto uno dei luoghi più isolati del mondo
Baghdad, città a misura di ricco, Il Sole-24 Ore, giovedì 3 ottobre 2002 Lungo la via che conduce alla sperduta frontiera giordano-irachena di Tribil a Baghdad si percepisce come l’Irak sia divenuto uno dei luoghi più isolati del mondo. Come un lungo serpente, un’autostrada a sei corsie taglia il deserto per centinaia di chilometri. Pochissimi veicoli la percorrono. Eppure Baghdad, a prima vista, non sembra una metropoli povera e isolata. Il traffico è caotico, gli uffici sono aperti, grandi ponti collegano le due sponde del fiume Tigri, allacciando le moderne arterie del centro. L’edilizia non pare affatto quella di un Paese stremato dalla guerra, anzi. Un po’ ovunque nella capitale si costruiscono moschee, palazzi e case, all’interno di alcuni edifici abbonda il marmo di Carrara. I negozi espongono merce di ogni genere: scarpe, elettrodomestici, abbigliamento di vari tipi, cosmetici e anche gioielli di valore. Peccato che siano accessibili solo ai pochi che possono permetterselo: l’embargo, che da 11 anni ha reso più difficile la vita della maggior parte della popolazione, sembra invece aver avvantaggiato una minoranza, saldamente accomodata ai posti di comando e abituata a concedersi beni che per altri sono proibitivi. Perfino i personal computer, venduti vicino la Tecnologia University, dove decine di negozi espongono processori dell’ultima generazione. «Acquistiamo i diversi componenti soprattutto dalla Cina - afferma un negoziante in un perfetto inglese - Taiwan e Corea. Poi assembliamo i pezzi e offriamo un prodotto completo. Abbiamo portatili, Pentium 3 e perfino schermi a cristalli liquidi. Quanto ai programmi Microsoft, non è un problema: li copiamo». Gli acquirenti sono alti funzionari e soprattutto studenti universitari provenienti da famiglie ricche. Gli altri si devono accontentare dei pochi Internet café disseminati per la città. Nonostante i venti di guerra soffino con più forza, la popolazione di questa metropoli disordinata, e sprovvista di un vero e proprio centro, ostenta indifferenza e non sembra rinunciare alle proprie abitudini. La sera, quando la temperatura diventa clemente e può scendere anche sotto i 30 gradi, le vie sono gremite. Alcune zone della città sono frequentate quasi esclusivamente da uomini. I bar sono affollati di gente che sorseggia il tè sotto l’occhio vigile e invadente del loro presidente, la cui immagine campeggia ovunque, in posa marziale o rilassata e, spesso, ringiovanito. Gli iracheni, di fronte agli stranieri, mostrano di non essere terrorizzati da una possibile guerra. «Abbiamo combattuto per venti anni e difenderemo anche questa volta il nostro Paese» ripetono tutti alzando le spalle. E tutti, almeno in apparenza, attribuiscono all’embargo la condizione in cui è precipitato il Paese. Un Paese in cui fino al 1991, e quindi anche durante il conflitto con l’Iran (1980-1988), si conduceva una vita agiata che consentiva perfino di viaggiare all’estero. Oggi non sono poche le famiglie con un reddito che consente loro di vivere a stento. Gli stipendi pubblici raramente superano i 100 dollari al mese, e molte volte sono inferiori a 25 dollari. E la svalutazione galoppante è la prova di una situazione radicalmente cambiata nel volgere di un anno. Ora chi gira per la città e cerca di vivere un’esistenza normale, lo fa sempre munito di pacchi di banconote. Oltre ai rarissimi tagli da 10mila dinari, usciti recentemente, il pezzo più comune è quello da 250 dinari, circa 250 vecchie lire. Monete non ce ne sono. Chi vuole togliersi tutti gli sfizi e cenare in un ristorante locale di lusso, il cui conto salato varia da 20 mila a 35 mila dinari, deve armarsi di pazienza, tirare fuori una mazzetta da cento banconote, estrarne una novantina o più, porgerle ai camerieri, che, con velocità sorprendente, le conteggiano in meno di un minuto. Se poi si ha l’audace idea di invitare qualcuno, allora l’operazione diviene più complessa perché occorre dar fondo a diverse mazzette. La benzina normale costa 20 dinari al litro, quella di qualità 50. «La uso spesso per lavarmi le mani quando sono sporche di grasso e per smacchiare i pantaloni - afferma Mohammed, un taxista di quarant’anni, ostentando indifferenza - e ne regalo molta agli amici». Tuttavia, quando si passa ai problemi reali, i volti si rabbuiano. La situazione negli ospedali è spesso drammatica: mancano apparecchiature, farmaci e strutture, si lamentano i medici. La nitroglicerina in pillole per chi soffre di cuore, come i pezzi di ricambio composti da determinate leghe spesso non possono essere importati perché idonei ad uso militare. Ma, nonostante le difficoltà, la vita a Baghdad continua con regolarità. I problemi peggiorano vistosamente e arrivano dolorosamente alla luce se solo ci si allontana di alcune decine di chilometri dalla capitale. «Per capire come funzionano le cose in Iraq - afferma Abdul, barista - bisogna uscire dalla città, lasciarsi alle spalle le sue luci e le vetrine colorate». Qui, nei piccoli borghi che si snodano lungo la strada statale, i problemi gravi non mancano. A cominciare dalle condutture dell’acqua, sovente contaminante da reflui organici. Una delle cause di molte malattie infettive, molto comuni tra i bambini, le più indifese vittime di tanti anni di guerra. Roberto Bongiorni