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 2002  settembre 19 Giovedì calendario

L’ape senza il pungiglione e i guerriglieri del genoma, La Repubblica, giovedì 19 settembre 2002 San Francisco

L’ape senza il pungiglione e i guerriglieri del genoma, La Repubblica, giovedì 19 settembre 2002 San Francisco. Eric Engelhard è ormai vicinissimo a creare l’ape mutante: in grado di produrre miele ma senza veleno nel pungiglione. «La prossima tappa - dice - potrebbe essere l’ape che sente la presenza di bombe». La vera sorpresa però è che la manipolazione sul Dna delle api, Engelhard la sta facendo in casa. Usa tre alveari nel giardino della sua villetta e un mini-laboratorio in camera da letto. Benvenuti nella nuova frontiera della scienza: l’ingegneria genetica do-it-yourself, il bricolage domestico nelle mutazioni delle specie viventi. Una nuova generazione di scienziati americani ormai pratica questa libertà di ricerca spinta all’estremo. Senza controlli se non l’etica individuale. Il caso Engelhard è la punta dell’iceberg di un movimento organizzato, con manifesti ideologici e luoghi di ritrovo. A San Francisco il dibattito sulla «libera genetica» ha le sue avanguardie, figlie dell’incontro tra cultura hi-tech e spirito libertario: teorizzano la legalizzazione totale della manipolazione genetica umana, purché condotta su «adulti consenzienti». Engelhard è tutt’altro che un ciarlatano. A 36 anni insegna bio-informatica (l’uso dei computer per la biogenetica) nella prestigiosa University of California-Davis, a nord di San Francisco, e fa ricerca anti-cancro per una società farmaceutica. Parallelamente dirige la cellula locale di Bioinformatics.org, un’associazione per la libertà nella sperimentazione biogenetica fondata da un altro giovane scienziato, Jeff W. Bizzaro del Massachusetts: ha 1.500 membri disseminati fra università e laboratori sperimentali. Engelhard dunque non va preso alla leggera col suo bricolage sull’ape mutante: padroneggia il mestiere e sa quel che sta facendo nel giardino di casa sua. «Quando uno ha le conoscenze - dice - fare ingegneria genetica non richiede grandi mezzi. Mi bastano le attrezzature di un piccolo laboratorio chimico, delle culture batteriche che si trovano in vendita ovunque, e il Dna che estraggo io dalle api. Una volta identificato il gene responsabile per la produzione del veleno lo mando a un laboratorio specializzato nel decifrare il codice genetico: per 25 dollari mi mandano i risultati su Internet, che a mia volta interpreto con il mio software». Per generare l’ape mutante occorre poi la fecondazione artificiale di alcune api-regine (ecco perché gli alveari in giardino). Alla fine la manipolazione genetica non gli verrà a costare più di 500 dollari: un hobby alla portata di tutte le tasche. Entro l’estate del 2003 prevede che la nuova specie sarà nata. Engelhard non ha l’intenzione di arricchirsi con la sua ape: la regalerà agli apicultori della zona perché possano produrre miele senza più il rischio delle punture. E dopo? «La mia idea - prosegue Engelhard - è quella di destrutturare l’insetto e riprogrammarlo per qualunque uso. Per esempio attrezzare le antenne delle api con dei ricettori che segnalino la presenza di esplosivo». Potrebbe brevettare l’invenzione e venderla alla Cia o all’Fbi, pronte a spendere una fortuna per nuove tecnologie anti-terrorismo. Ma Engelhard non ci pensa affatto. Brevetti, royalties, diritti d’autore, sono offese per le sue orecchie. Finora la ricerca genetica sembrava destinata solo ad arricchire le multinazionali farmaceutiche. Operazioni come catalogare la sequenza del genoma umano hanno reso necessario l’uso di supercomputer sofisticati e costosi. Nell’èra della bio-ingegneria pareva impossibile ritornare al laboratorio artigianale di una volta, ai tempi di Pasteur, alle scoperte fatte con poche provette e un microscopio. Ma proprio il matrimonio fra il computer e la medicina, anziché condannare all’industrializzazione della ricerca, ha prodotto una conseguenza inattesa. I biologi sono entrati in contatto con il movimento degli hacker, dalla cultura libertaria e anticapitalista. Il movimento dell’«open source» (sorgente aperta) spinge migliaia di giovani informatici a collaborare senza guadagno per mettere a disposizione di tutti dei programmi di software gratuiti. La loro vittoria è stata la diffusione mondiale di Linux, il programma open source i cui codici operativi non sono coperti dal segreto come quelli di Windows, e il cui successo crescente non arricchisce multinazionali come la Microsoft. Uno dei pionieri della bio-informatica libera, Jim Kent dell’università di Santa Cruz in California, nel 2000 creò un software per la sintesi grafica dei dati assemblati da tutti i laboratori che partecipavano alla sequenza del genoma umano: il suo era meno sofisticato del software privato della società Celera Genomics, però gratuito. Engelhard è stato affascinato da quel movimento: «Ho scoperto - dice - lo spirito di cooperazione disinteressata degli hacker e della comunità open source. Oggi la maggioranza dei computer che usiamo noi bioingegneri utilizzano Linux. E a mia volta con il mio progetto sulle api mi ribello contro il clima di segretezza e di sorveglianza che domina nel mio luogo di lavoro. Voglio liberarmi dalla propaganda martellante sulla sacralità della proprietà privata nell’ambito delle scoperte scientifiche. Un gene umano non è una invenzione, è il frutto di tre miliardi di anni di evoluzione e risiede in ogni cellula di ogni individuo: come può un’impresa privata pretendere di esserne proprietaria?» La rivolta contro il profitto delle società farmaceutiche raccoglie consensi crescenti eppure non tutti sono d’accordo con il bricolage domestico di Engelhard. Il movimento californiano per la libera genetica può fare paura. Come conciliare questa sperimentazione anarchica, con la battaglia contro la diffusione di organismi geneticamente modificati? Una volta che la manipolazione del Dna sarà un hobby casalingo, chi controllerà le nuove specie messe in circolazione? Ma in difesa di questa nuova frontiera scende in campo il grande cattedratico di biologia molecolare Lee Silver dell’università di Princeton, l’autore del saggio Remaking Eden (Ricreare il paradiso terrestre). «Negli ultimi trent’anni la biologia aveva preso un’altra strada e sembrava inconcepibile fare ricerca in casa - dice Silver - ma oggi sono convinto che qualche giovane ricercatore lavorando nella sua camera da letto verrà fuori con una scoperta grandiosa, di cui beneficeremo tutti». Federico Rampini